Il diario di Q. 30.06.2018

Pride vuol dire innanzitutto storia.
Nella notte tra il 27 ed il 28 giugno del 1969 una serata come le altre allo Stonewall Inn di New York. Solite “cattive compagnie” (prostitute, gay, lesbiche, cross-dresser, persone transgender) frequentano il locale del Greenwich Village per ballare.  Come ogni mese la polizia organizza una retata: l’omosessualità è ancora illegale in 49 degli stati della federazione, e l’indossare abiti non conformi al proprio sesso è considerato indecente, e quindi anche questo punibile per legge. Quella notte, però, qualcosa va diversamente e la clientela dello Stonewall Inn si ribella alle forze dell’ordine con il lancio di un tacco a spillo da parte di una donna transgender, dando vita a quelli che oggi vengono ricordati come i “moti di Stonewall”. Protagonistɜ di questi movimenti attivistɜ come Sylvia Rivera, donna transgender di origini sudamericane, e Marsha P. Johnson, drag queen di colore.

Metto l’accento su questo perché il Pride è un momento di visibilità di tutte le identità e gli orientamenti non-conformi. Non-conformi agli stereotipi di uomo o donna comunemente accettati. Non-conformi ad un colore della pelle. Non-conformi ad un orientamento sessuale canonico. Non-conformi ad un’identità di genere dettata esclusivamente dal sesso biologico di appartenenza. Non-conformi ad uno stile di vita normalmente definito “decoroso”, proprio perché nasce allo Stonewall Inn, ricettacolo di quelle “cattive compagnie” che sono tutto fuorché uno stereotipo. Il Pride nasce come momento di liberazione dei corpi e di liberazione sessuale, quindi come momento di pura espressione di sé.

A 49 anni dal primo Pride spesso si sentono ancora persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ che definiscono il Pride una specie di Carnevale e lo vorrebbero sobrio, escludendo quindi tutte quelle realtà radicalmente opposte a quello stile di “sobrietà” richiesto loro.

E, appunto, da questa richiesta di esclusione parte la mia riflessione.

Come può un movimento che dovrebbe essere altamente inclusivo di tutte le minoranze e “rivoluzionario” lasciare che siano lo Stato e/o le multinazionali a farsi portavoce delle proprie istanze, essendo essi stessi strumenti di potere e creatori di diseguaglianze?

Può diventarlo nel momento in cui invece che essere un laboratorio di ri-creazione identitaria e di ricerca volta all’individualità e ad un modo per abbattere quelle diseguaglianze, chiede alle istituzioni di essere “accettato ed accolto dalla porta d’ingresso”, di essere integrato in quello stesso meccanismo che lo ha escluso fino a poco tempo prima, tutto ciò in nome dell’uguaglianza.

Ma di quale uguaglianza stiamo parlando? Un’uguaglianza che incasella e rinchiude l’individuo in uno schema esistenziale già definito, in cui devi nascere maschio o femmina, e di conseguenza uomo o donna, trovi la principessa o il principe, la/lo sposi, fai deɜ figlɜ e nel frattempo produci? Se decidere preventivamente un modello di vita per tuttɜ è uguaglianza, lungi da me entrarne a far parte.

Perché non è uguale per tuttɜ l’incasellamento in un sesso biologico strettamente maschio/femmina. L’intersessualità non è un fenomeno così raro (si parla di circa una persona su cento che nasce in un corpo che differisce dal maschio/femmina standard), ed anche troppo poco conosciuto e fin troppo medicalizzato per riuscire a renderlo veramente uguale per tuttɜ.

Perché non è uguale per tuttɜ l’incasellamento in un genere definito da una serie di comportamenti standard e stereotipati. Ci sono individui che si rifiutano di essere incasellati in degli standard di apparenza e di comportamento, perché semplicemente non fa parte della loro condizione di esistenza.

Perché non è uguale per tuttɜ la concezione di una relazione, semplicemente perché non tuttɜ la concepiscono nello stesso modo. Il sesso ed il sentimento sono due dimensioni separate, che invece nella mentalità comune devono essere strettamente legati ed intersecati, e chi non si conforma a questa concezione conduce uno stile di vita promiscuo ed indecoroso.

Perché non è uguale per tuttɜ il colore della pelle. E ancora oggi, in diverse occasioni, la condizione di diversità etnica e culturale non è accolta, ma sfruttata per alimentare stereotipi di condotta “sbagliata”.

Perché non è uguale per tuttɜ la condizione socio-economica. Ed in una società capitalistica, volta all’utile ed alla produzione, per essere “indipendente” devi necessariamente sottometterti a tale logica.

Credo che sia doveroso, quindi, interrogarci tuttɜ sulla piega che il movimento ha preso da tempo. Se vogliamo davvero lasciare in mano a questi enti le nostre istanze, diventando parte integrante del sistema che alimenta queste differenze in nome di un’uguaglianza solo per alcunɜ, o diventare noi stessɜ portavoce delle nostre istanze, ricordando quanto sia importante non dimenticare nessuna “minoranza” indietro, scardinando un sistema nato, cresciuto ed alimentato dalle disuguaglianze per rielaborarlo in una nuova visione di società.

Buon Pride, quindi, a tuttɜ!

                                                                                                                                                      Q.

stonewall92

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