Il diritto di sapere. Violenza sessuale e stato di ebbrezza

 

Forse non è il momento adatto per parlare di reati né tantomeno di violenza sessuale, specie se, come me, siete ancora al mare ad arrostirvi sotto il sole (tra un temporale e un altro, si intende).

Ma non ho saputo resistere e vi spiego il perché.

Pochi giorni fa, proprio quando stavo seduta in spiaggia a godermi il bel mare siciliano, ho sentito questa conversazione tra i vicini di ombrellone:

<<Hai letto su Facebook la sentenza della Cassazione?>>

<<No. Che dice?>>

<<Che se una donna si ubriaca e poi viene violentata, allo stupratore non gli fanno niente>>.

A quel punto, frenato l’istinto di prendere parte alla conversazione quale persona un tantino competente, non ho potuto fare a meno di pensare tre cose. Primo: le sentenze della Cassazione non vengono “messe” su Facebook. Secondo: la Cassazione non ha detto niente di rivoluzionario o contrario ai diritti delle donne, ha semplicemente interpretato il nostro codice penale. E terzo: questo sarà il mio prossimo argomento della rubrica.

In effetti, la sentenza della Corte di Cassazione Sezione Penale (n. 32462/2018) di cui parlavano quei ragazzi è stata oggetto di critica perché ne è stato colpevolmente travisato il significato per mera ignoranza giuridica.

Colpa dei mass media e dei responsabili di alcune pagine web che hanno scelto di riassumere un argomento così delicato in titoli equivocabili come “non c’è stupro se la vittima è ubriaca”. L’effetto boomerang è stato quello di creare allarmismi e reazioni spropositate da parte dei lettori (compresi i nostri cari politici) che, non avendo letto interamente la sentenza, hanno diffuso un messaggio fuorviante.

Ma cerchiamo adesso di fare un po’ di chiarezza.

La vicenda vede Tizio e Caio condannati in appello perché, con violenza consistita nel portarla in camera da letto, nello spogliarla completamente (ad eccezione di reggiseno e calze), mettendosi sopra di lei bloccandola, costringevano Sempronia ad un rapporto sessuale. Con l’aggravante di aver commesso il fatto con l’uso di sostanze alcoliche.

Il reato di violenza sessuale è previsto e punito dall’art. 609 bis del codice penale e consiste nella condotta di un soggetto che, con violenza o minaccia o abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima al momento del fatto, costringe qualcuno a compiere o subire atti sessuali.

 

La violenza sessuale di gruppo consiste, invece, nella partecipazione, da parte di più persone riunite, ad atti di violenza sessuale ed è punita dall’art. 609 octies del codice penale.

 

Ora, la pena prevista per il reato di violenza sessuale può essere aumentata in presenza di una o più circostanze aggravanti previste dall’art. 609 ter cod. pen.. Per citarne alcune: 1) se le violenze sono commesse nei confronti di una persona che non ha ancora compiuto gli anni quattordici o nei confronti di donna in stato di gravidanza o ancora, quella da cui è nato l’equivoco, “con l’uso di sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti”.

 

Ebbene, tornando alla sentenza, la Cassazione ha confermato Tizio e Caio colpevoli del reato di violenza sessuale di gruppo, ritenendoli responsabili di aver abusato delle condizioni di inferiorità psico-fisica della donna che, anche se volontariamente ubriaca, versava comunque in uno stato di infermità psichica al momento della violenza.

 

Lo stato di ebbrezza determina una situazione di menomazione della vittima, a prescindere da chi l’abbia provocata, e può essere strumentalizzata per il soddisfacimento degli impulsi sessuali dell’agente.

 

Quello che la Cassazione, invece, ha escluso è che Tizio e Caio avessero costretto Sempronia ad assumere sostanze alcoliche, avendo ammesso la donna di aver iniziato volontariamente a bere durante la cena, e continuato tale assunzione altrettanto volontariamente.

Lo stato di ebbrezza, quindi, non essendo stato frutto di una costrizione ma di una scelta volontaria della persona offesa, non poteva essere considerato dai Giudici una circostanza aggravante perché l’art. 609 ter c.p. impone che sia l’autore del reato – e soltanto lui – a somministrare l’alcol alla vittima mediante un comportamento violento o minaccioso. Cosa che nel caso in esame non è successo.

L’equivoco che si è generato è stato credere che la Cassazione abbia considerato lo stato di ebrezza della vittima come un’attenuante a favore degli imputati. Tutt’altro. Anzi, la Cassazione ha affermato che la violenza sessuale di gruppo sia avvenuta ugualmente perché i due cinquantenni hanno approfittato dello stato di “inferiorità” della vittima, anche se volontariamente ubriaca.

Quindi, cari vicini di ombrellone non vi soffermate su quanto leggete su Facebook, perché così facendo vi renderete sempre più sterili intellettualmente.  

 

Abbiate, invece, sete di sapere e alimentate l’innata curiosità umana di conoscere ciò di cui parlate. Acquistate le vostre idee perché…la dignità dell’essere uomini risiede proprio nel pensare avvalendosi dell’unica lanterna di cui disponiamo per far luce, la ragione (cit).

 

Gabriella Motta

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