Il dito medio di Galileo: Razza di idiota!

Classificare, distinguere ed organizzare sono da sempre processi cognitivi fondamentali propri dell’uomo (Homo). Distinguere le sostanze in commestibili e dannose, gli animali in innocui e pericolosi, fino al suddividere gli organismi viventi secondo criteri tassonomici, questi sono solo esempi di un processo che si è spinto fino a catalogare anche gli individui della nostra specie, etichettando i nostri simili, specialmente quando non ci sembrano “tanto simili”, in raggruppamenti definiti “Razze”.

Nel linguaggio corrente, la parola razza riferita alla nostra specie (Homo sapiens) è ambigua. Può indicare tanto l’intera umanità (quindi l’intera specie) come narrano le storie romantiche su Einstein che si dichiarò di “razza umana” (anche se in realtà non sembra lo abbia realmente detto), quanto una famiglia: “l’ultimo della sua razza”, può avere eccezioni positive: “artista di razza”, o negative: “razza di idiota”, con tante sfumature intermedie.

Come la storia passata e presente ci insegna, la convinzione di appartenere a determinate “razze” e le opinabili differenze tra queste, sono servite e servono per portare avanti ideologie altamente discriminatorie che ricoprono di vergogna l’intera umanità.

Questa è una rubrica scientifica, quindi una domanda sorge spontanea: possiamo parlare di “razze”, in senso biologico e su base genetica, nella specie Homo sapiens?

La parola razza non identifica nessuna realtà biologica riconoscibile nel DNA della nostra specie, in biologia è tradizionalmente usata senza rigore tassonomico [tassonomia: branca della sistematica, è una scienza che si occupa dei metodi di classificazione] come sinonimo di sottospecie per definire dei sottogruppi di individui distinti all’interno di una specie. Il biologo Ernst Mayr distingue fra specie in cui le caratteristiche degli individui variano gradualmente nello spazio geografico e specie nelle quali ci sono nette differenze biologiche fra gruppi separati da confini, geneticamente distinti e poco mobili. Quando le cose stanno così, quando ci sono i confini, le entità separate sono appunto definite sottospecie o più ingiustamente “razze”. In molte specie, l’analisi del DNA permette di attribuire con precisione un individuo di origine sconosciuta a una regione geografica precisa. Invece in altre specie, in particolare specie molto mobili di uccelli o pesci di mare, le popolazioni di diverse regioni non si distinguono fra loro, e quindi non formano “razze” biologiche. Nel cane, nel cavallo, e in molte specie domestiche di animali e piante, il discorso è diverso, è vero che ci sono razze ben distinte, ma non si tratta del risultato di un’evoluzione naturale, bensì di incroci controllati da parte dell’uomo (selezione artificiale). In ogni caso, a livello di DNA, le differenze fra razze canine o equine sono di gran lunga superiori rispetto a quelle presenti tra le popolazioni umane.

La specie umana (Homo sapiens) è giovane dal punto di vista evolutivo, molto mobile e promiscua, viene infatti definita dinamica e continua (geneticamente, sfuggendo ad ogni tentativo di catalogazione interna nonostante siano stati fatti numerosi tentativi. Dal Settecento in poi sono stati proposti decine di cataloghi razziali umani, comprendenti da 2 a 200 “razze”, e ognuno in conflitto con tutti gli altri. Il fatto che nessuno sappia dire quali e quante siano le “razze” umane dimostra che attraverso il concetto di “razza” non si riesce a comprendere la nostra diversità biologica. Già Darwin ne era a conoscenza, e ne aveva preso nota con ironia: “L’uomo è stato studiato più di qualsiasi altro animale, eppure c’è la più grande varietà di giudizi fra le persone competenti, riguardo a se possa essere classificato come una singola razza, oppure due (Virey), tre (Jacquinot), quattro (Kant), cinque (Blumenbach), sei (Buffon), sette (Hunter), otto (Agassiz), undici (Pickering), quindici (Bory de St-Vincent), sedici (Desmoulins), ventidue (Morton), sessanta (Crawfurd), o sessantatré, secondo Burke”.

Cosa può dirci la genetica: Il patrimonio genetico della nostra specie è fatto da circa 3 miliardi di coppie di basi, e più o meno 20.000 geni, a loro volta collocati in 23 coppie di cromosomi: 44 cromosomi somatici, e due sessuali X e Y. Ogni gene può presentarsi in varianti diverse, chiamate alleli. Ogni allele differente contribuisce alla variabilità di una specie.

Gli studi del genetista Richard Lewontin e molti successivi, hanno evidenziato come il patrimonio genetico di ogni essere umano è uguale a quello di ogni altro essere umano in media per il 99,5% (forse di più), quello che varia tra un individuo e un altro appartenente alla nostra specie è lo ≈0,5%, e il confronto si deve fare su questa percentuale.

Lewontin, nel 1970 misurò la variabilità di 17 diversi geni in sette presunte “razze” umane (caucasici, africani sub-sahariani, mongoloidi, aborigeni dell’Asia del sudest, amerindi, oceanici, aborigeni australiani), e riuscì a dimostrare come la maggior parte della diversità umana stia all’interno di una popolazione, trovando che l’85% della variabilità genetica umana è presente all’interno delle singole popolazioni (quindi l’85% dello 0,5%), che l’8% è presente tra popolazioni diverse (per esempio italiani e tedeschi all’interno dei caucasici) e che, infine, solo il 7% della variabilità totale è presente tra le varie presunte “razze”. Dopo anni di studi indipendenti (con un gran contributo di L. Luigi Cavalli Sforza), su un numero di geni sempre maggiore e con tecniche di analisi sempre più sofisticate, l’attribuzione della variabilità genetica tra diverse popolazioni dei cinque continenti non è sostanzialmente mutata: l’85% è già presente nelle singole popolazioni, il 5% tra popolazioni del medesimo continente e il 10% si verifica tra popolazioni di diversi continenti.

Se poniamo per esempio pari a 100 la differenza genetica fra un italiano e la persona che gli assomiglia di meno al mondo, la differenza fra noi e il nostro vicino di casa sarebbe 85. E la differenza fra un italiano e un altro europeo sarebbe 90, cioè 85 più quel 5% rappresentato dalle differenze fra popolazioni. Dunque, la gente che viene da regioni diverse è, in media, un po’ più distante da noi geneticamente di quanto lo siano i membri della nostra comunità. La variabilità genetica all’interno delle singole popolazioni è elevatissima. Mentre le differenze genetiche tra i tipi mediani delle diverse popolazioni (tra gli italiani e gli etiopi per esempio) sono modeste e pressoché irrilevanti rispetto alla variabilità interna alle singole popolazioni. Le differenze più superficiali, come il colore della pelle, sono marginali e possono essere effetto di lungo periodo dell’adattamento al clima e, probabilmente, della selezione sessuale come affermato da Darwin ne L’origine dell’uomo.

In pratica, nessun gene può essere utilizzato per distinguere una popolazione umana dall’altra. Le popolazioni umane sono geneticamente molto simili, i moderni studi di genetica e di antropologia hanno spiegato perché: siamo tutti africani, tutti discendenti da antenati che, non molto tempo fa (200.000 anni fa), popolavano l’Africa dell’est, e da lì sono usciti riuscendo a colonizzare in poche migliaia di anni tutto il pianeta. Abbiamo avuto troppo poco tempo, e troppo poco isolamento, perché nell’uomo si formassero “razze” biologiche distinte.

Quindi No, il termine razza non è scientifico, nella nostra specie non vi è alcuna giustificazione scientifica per continuare a mantenere il concetto di “razza”.

Le “razze” esistono solo nella nostra testa, utilizzate nonostante siano destituite del valore scientifico solo da chi (razza di idiota!) vuole promuovere, per paura, un razzismo di tipo culturale nei confronti di chi percepisce come diverso.

È proprio il concetto di “razza” nell’uomo che è sbagliato, non solo la parola che è brutta.

Michele Stella

Clicca qui per fare il test della razza, un giochino utile a far capire come può essere difficile inserire le persone all’interno di popolazioni basandosi su caratteristiche fisiche.

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(Clicca sulla foto per scaricare la versione in pdf del Manifesto)

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www.guidobarbujani.it

www.regione.toscana.it

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