Il futuro è una variabile incerta

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di Elisa Di Dio

Scrivo queste note per il blog di Terra Matta mentre sui social impazza la condivisione bulimica di un servizio andato in onda su Tg Leonardo nel 2015 che riferisce di un virus creato in un laboratorio cinese, partendo dalla manipolazione del codice genetico di un pipistrello.

Ed è il caos.

Tg Leonardo, appendice scientifica e discretamente sfigatella, dato l’orario di programmazione (alle 15:00 o giù di lì), della testata giornalistica della terza rete Rai che credo vedessimo solo io e mia figlia, mentre si sorseggiava il caffè, è diventata per qualche ora la trasmissione sulla bocca e sui display di mezzo mondo. La gente si è serenamente insultata nei commenti sotto il link della puntata: c’è chi grida al complotto, chi minimizza, chi porta le prove, chi pensa sia tutta colpa di un pipistrello, chi di un topo, chi della Cina, chi degli Usa perché è nemica della Cina, chi si rompe, chi minaccia, chi da complottista diventa anticomplottista e viceversa, chi cita dati, chi cita politici, chi cita Burioni, chi cita Capua, chi la Gismondi: è tutto un citare, tutto un linkare, googlare e cliccare, in un’affannata ricerca di ragioni a favore o a sfavore.
Insomma, un casino.
Intanto scrivo in questo diciottesimo giorno di contenimento dal chiuso della mia stanza, e le ore diventano un calcolo superfluo.
Fuori il mondo si dissolve; le linee delle case, le auto posteggiate, i marciapiedi sembrano quei cartonati bidimensionali che servono per allestire vetrine, una scenografia simile a quella di The Truman show. Vedo i miei alunni sui dispositivi elettronici; al di là della necessità di continuare il percorso scolastico, quei momenti sono un indispensabile ancoraggio al senso di umanità, ci si abbraccia virtualmente, cercando anche di sopire le paure dei ragazzi che vivono in centri duramente colpiti dalla malattia, Troina, Leonforte, San Giorgio, Assoro, quei panorami raccontati dalla fotografia di Robert Capa, dalle parole di Vittorini, oggi fanno parte della geografia del contagio.
Vivere una pandemia ti riporta indietro nel tempo senza che lo si voglia, senza che lo si pianifichi. Si è preda di un male nuovissimo e antico insieme, frutto non di un esperimento di laboratorio ma delle mutazioni profonde di organismi che allignano in quella terra di mezzo fra mondo animale e umano e sono pronti a esplodere, a espandersi, ad abbattere confini, certezze, civiltà intere. Ieri, come oggi.
Leggere Spillover di David Quammen consente di farsi un’idea efficace e fondata. Lo consiglio vivamente. Non sono specialista in nessuna delle tematiche di cui sopra e mi irritano coloro i quali postano compulsivamente sulle chat link che caldeggiano la tesi del complotto; sono vittima invece di uno strano fenomeno: ho solo ricordi di passi sparsi di letture che si sono accumulate nella memoria e automaticamente, a ogni nuovo accadimento, mi capita di associare quelle storie, quei personaggi, quelle trame ai fatti dell’oggi. A partire da Dylan Dog: ricordo ancora la lettura del fumetto che ha come protagonista l’investigatore dell’incubo immaginato da Tiziano Sclavi, che raccontava di una pestilenza, improvvisa e terribile che metteva in ginocchio la città di Londra, in tempi non  sospetti, al netto delle dichiarazioni attuali del primo ministro Boris Johnson.

Cortocircuiti della memoria e della storia!

E ancora, si affollano ricordi. Un consiglio, andate a rileggere, ad esempio, l’incipit dell’Iliade e no, non fermatevi ai primi quattro versi, quelli che conosciamo tutti, continuate, continuiamo:

L’ira funesta, o dea, tu canta d’Achille Pelide / che agli Achei inflisse affanni infiniti e all’Ade molte magnanime vite d’eroi travolse; e ne fece preda in balia dei cani e di uccelli rapaci. (…) Qual Dio li condusse a battersi in tale contesa? Di Zeus e Latona il figlio; sdegnato col re, per il campo fece sorgere un morbo maligno, e le genti perivano perché aveva l’Atride spregiato il supplice Crise.

Con la chiarezza che è propria dell’epos omerico, in poche essenziali catene di versi si delinea una situazione, il luogo, le linee di tensione fra i personaggi, il fatto eccezionale che scombina i piani e mette in gioco i destini. Quel morbo maligno che dilaga nell’accampamento acheo e uccide soldati , ha un nome e il volto truce e oscuro del dominio: è Agamennone il colpevole, colui che contravvenendo alla supplica di un padre, si chiude nella sordità tipica del tiranno, di un certo modo di esercitare il potere e si rifiuta di compiere un gesto di generosità, la restituzione della schiava Briseide a Crise. Da lì la pestilenza, il morbo maligno. I nuovi Agamennone sembrano  Bolsonaro e Trump, prepotenti e negazionisti a oltranza. Facile e amaro il gioco delle somiglianze

Subito dopo mi viene in mente la sontuosa, corale apertura dell’Edipo re, quando il sacerdote ribadisce al sovrano di Tebe, dinanzi alla folla di uomini, donne, bambini:

“La città, come tu stesso ben vedi, troppo è già sbattuta dai marosi, e il capo piú non riesce a sollevar dal baratro del sanguinoso turbine: distrutti i frutti della terra ancor nei calici: distrutti i bovi delle mandrie, e i parti delle donne, che a luce piú non giungono: e il dio che fuoco vibra, l’infestissima peste, su Tebe incombe, e la tormenta, e dei Cadmèi vuote le case rende” 

L’intera tragedia di Sofocle si struttura su un’indagine, la ricerca del colpevole, colui il quale, da impuro, ha contribuito a scatenare il contagio; alla fine si scoprirà che colui che indaga altri non è che il responsabile, l’autore del male che incombe sulla città. Edipo, giunto a Tebe, aveva risolto l’enigma della Sfinge e sposato la regina Giocasta, vedova di Laio. Non sa, però, Edipo che quella donna è sua madre e l’uomo che aveva incontrato a un crocicchio e ucciso, era il padre. Abbandonato da Laio a causa di una profezia che assegnava al bambino il destino di uccidere il padre, Edipo è cresciuto alla corte di Polibo, credendosi suo figlio. Ignaro, Edipo vede la città di cui è nuovo re, patire per un morbo misterioso. Giunge Tiresia, il veggente cieco: lo guida un bambino, immagine struggente della vecchiaia guidata dalla purezza dell’infanzia. Quando Edipo saprà da Tiresia di essere lui l’indiziato e infine  il colpevole, si accecherà. Non ha saputo vedere in sé i segni della colpa. E Giocasta, moglie, ma anche madre di Edipo, si impiccherà. Solo così il male su Tebe avrà fine. E noi, oggi, fuori dalle logiche deterministiche degli antichi, come agiamo? Cerchiamo il nome del colpevole compulsivamente. Uguali agli uomini di duemilaequattrocento anni fa. Quasi ci offendiamo se qualcuno insinua che il male potremmo averlo generato noi, con il nostro comportamento predatorio. Ecco, probabilmente siamo tutti fratelli e sorelle di Edipo. È umano il desiderio di risalire all’origine del male, ed è paradossale il fatto che, incrociando gli studi scientifici e la narrazione del Mito, emerga un’ unica indicazione netta, dolorosa e vera. Il colpevole non è l’altro da noi, non è lo straniero, non è il frutto del caso o del complotto: colpevole è l’assetto delle società attuali, responsabili, oramai in maniera evidente, dei peggiori gesti di spoliazione, alterazione, distruzione del sistema natura. Forse quel nome potrebbe essere proprio il nostro, se è vero, ed è vero, che siamo noi a comporre il tessuto di ogni struttura sociale; da ciechi, consumiamo, da ciechi votiamo, da ciechi ci nutriamo, come ciechi produciamo e diffondiamo falsa conoscenza. Non credo sia azzardato dirlo: è arrivato il tempo della presa di coscienza e della responsabilità.

Chiudo, per oggi. Ci ritroveremo presto e vi racconterò di come la mia quarantena assomigli stranamente all’attesa del nemico, nella fortezza Bastiani,  del sottotenente Giovanni Drogo, protagonista de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati, e proverò a dire dello strazio dei saluti a chi ci lascia in tempo di Covid-19, partendo dal Bufalino de La luce e il lutto, dai riti della Settimana santa. Infine proverò a dirvi di un singolare affresco conservato a palazzo Abatellis, a Palermo, il Trionfo della morte, che, non solo ha forse ispirato Picasso per la sua Guernica, ma ci dice anche di una rivalsa tutta terrena e immanente dei poveri contro i ricchi e i potenti. Prefigurazione distopica di futuri scenari economici e sociali? Chi lo sa. La morte può anche questo.

Andrà tutto bene. 

Crediamoci, su. 

Immagine estratta dalla copertina del numero 397 di Dylan Dog “Morbo M.”

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