Il Lungo inverno degli astratti furori.

di Elisa
Di Dio

“Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori”.
Ecco, mi cattura sempre l’incipit di Conversazione in Sicilia, uno dei libri più famosi del nostro Novecento: è la voce, fatta memoria, di Silvestro, protagonista del romanzo di Elio Vittorini. Una frase che, puntualmente, al culmine della stagione fredda, ripeto a me stessa, una di quelle frasi capaci di abitarti dentro e fare radici.
L’inverno è la stagione in cui si rivela il volto aspro del luogo nel quale vivo. Nessuna dolcezza di brezze marine, solo nebbia, vento, pioggia. Sarà per questo che l’inverno evocato dalla pagina del romanzo, si fa condizione d’anima, qui, più che altrove.
Negli anni in cui leggevo per la prima volta Vittorini, credevo che quei sentimenti potessi sentirli con forza totalizzante per via della giovinezza. Invece no: il tempo è passato, ma i furori rimangono, forse meno astratti e vaghi, ma ugualmente capaci di rinnovare l’inquietudine e l’insofferenza.

Ma andiamo per ordine.

Questa nota da blog dei primi di febbraio ha la forma dell’interrogativo reiterato, insistente, sistematico.  

Ed eccolo: il furore astratto numero 1.

Perché siamo diventati un popolo di odiatori seriali? Nessun tema o problema, nessuna azione, niente di niente viene risparmiato dalla nostra mostruosa voglia di buttare cattiveria addosso al prossimo: con le parole, con i gesti, la denuncia. Faccio esempi concreti e vicinissimi a noi: l’apertura del locale della nota catena di fast food, con supermercato annesso, ha scombussolato per giorni l’assetto già abbastanza fragile del traffico intorno alla rotonda nei pressi dell’ospedale a Enna Bassa. Al di là dei miei personali gusti (sono quasi vegetariana e, quando posso, mi oriento sul kilometro zero), è mai possibile che un problema di viabilità si trasformi per alcuni in uno strumento di aggressione, rabbia repressa e vomitata all’indirizzo dell’intera  genìa di quell’amministratore o imprenditore, ma anche su chi transita, consuma, compra, mangia, parcheggia, passeggia, occhieggia, rallenta, attraversa, in un sabba osceno di parolacce incrociate, anatemi, insulti e maledizioni? Lo stesso scomposto andazzo si è verificato in occasione della recente eccezionale nevicata, e prima ancora per l’inaugurazione delle installazioni temporanee di Mutazioni in giro per la città, per il mapping sulle facciate dei palazzi nel centro storico a Natale,  per la vexata quaestio parcheggi a pagamento e multe correlate. Il problema non è la lamentela, ma la forma della stessa. Siamo eccessivi, smodati, estremi. Però sui social. Nella vita a stento ci salutiamo, ci ignoriamo, così come ignoriamo spesso ciò che ci accade intorno, presi come siamo, anche per strada, dalla luce fluorescente dei nostri smartphone. La realtà ci interessa solo se filtrata da quegli schermi. E nel frattempo, pretendiamo di esercitare il diritto di cittadinanza sui gruppi facebook o le catene whatsapp.

E mi arrabbio.  

Astratto furore numero 2.

Perché stiamo arretrando in tema di parità e dignità? In Italia le donne rischiano tanto. Ah, un attimo, ci sono anche io, nel mezzo: rischiamo grosso. Tutte le conquiste relative al diritto di famiglia e al nostro ruolo nella società sembra possano essere cancellate di colpo da Pillon, dai suoi, da questo governo, da questo tempo di scandalose marce indietro su conquiste che sembravano assodate, dilatando i  disequilibri capaci di fare inciampare i soli, i bisognosi, i deboli. Mi fanno tenerezza le ragazze che il sabato sfoggiano outfit aggressivi e ipercurati: sembrano possedere il controllo del loro aspetto, della vita, nessun dettaglio è lasciato al caso, dall’unghia laccata al rossetto opaco e inscalfibile, al tacco dodici su cui camminano belle e fiere. Vorrei abbracciarle tutte, e poi mi sale una tristezza infinita e il sentimento di impotenza perché dietro tanta innocente sicurezza, c’è chi invece, senza innocenza,  lavora per espropriare quelle ragazze e tutte le donne (tranne forse il tronfio modello Santanchè) del loro corpo, delle loro scelte, del loro vivere la vita da persone libere.

E mi arrabbio.

Astratto furore numero 3.

Cosa sta a monte di un uso confuso, ambiguo delle parole? Mi fanno arrabbiare  espressioni e slogan come “bigenitorialità perfetta” o “decreto sicurezza” oppure “è finita la pacchia” e altre perle linguistiche usate da chi ci governa. La mistificazione passa dalle parole, siamo immersi fino al collo dentro l’inganno e no, non che andasse meglio prima ma ora davvero il gioco è palese ed è al ribasso: parlare come si mangia presta il fianco a chi ci vuole ignoranti. Abbiamo bisogno di un’ecologia della parola per far recuperare al pensiero forza e valore. Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire. Alda Merini, pazza poeta della porta accanto, ti faccio tutta mia con questa tua citazione perfetta, contro l’orgia di parole dette male, dette urlando, scandite solo per aggredire, sminuire, demolire.

Astratto furore n.4.

Questione pratica che mi riconduce al teatro, ovvero allo sforzo che metto in campo, ogni giorno, per fare dell’attività teatrale, non solo un elemento di  gratificazione, visibilità e applausi (ci sono pure quelli, tanti, e ne sono strafelice!) ma una prassi educativa quotidiana. Da tempo con la Compagnia chiedo ai nostri amministratori uno spazio per far giocare al nobile gioco del teatro ragazze, ragazzi, donne, bambini. Uno spazio qualsiasi, anche da condividere con altri gruppi e associazioni, uno spazio che consenta a chi vuole avvicinarsi all’arte scenica la possibilità di farlo senza dover andare lontano o pagare rette costose. Uno spazio semplice, anche nudo, dotato del minimo indispensabile, ma che abitui alla socialità, alla complessità, alla compassione, dote che abbiamo perso completamente e che dovremmo recuperare prima possibile. Con l’Arpa siamo e saremo sempre disponibili a interagire positivamente con la comunità. Lo abbiamo fatto fino a ora da Compagnia residente al teatro Garibaldi, con una produzione, LINGUA DI CANE, ospitata da importanti teatri nazionali su e giù per la penisola nell’arco di due anni e con infinite repliche,  facendo conoscere il fermento di innovazione e cultura espresso da Enna ben oltre i confini territoriali. Il sindaco, in questo, ci ha rivolto uno sguardo di attenzione e sostegno e per questo senz’altro voglio e vogliamo ringraziarlo. Noi, amministratori cari, ci siamo e ci saremo sempre per affrontare scelte condivise e di crescita. Spero che queste righe servano a ricordare a che punto sta la nostra piccola, semplice richiesta. La facciamo dal crinale ricco di un vento bellissimo che è quello dell’assoluta libertà. I nostri modelli sono tanto utopici quanto irresistibili e autorevoli, Pericle, Francesco D’Assisi, La Pira, Calamandrei, don Milani, Simone Weil, Gandhi, Danilo Dolci e giù di lì.

Vittorini nel romanzo parla di Sicilia come mondo offeso in attesa di riscatto, pietà, moralità. Solo gli astratti furori potranno salvarci, o dannarci.

In mezzo ci sta la vita e su quella bisogna scommettere e magari giocarsi tutto.

Ci spero ancora, combatto ancora.

Infine, una curiosità: qual è il vostro astratto furore?

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