Il lungo viaggio di lingua di cane. Scena, singolare femminile.

Sbarchi siciliani sulla rotta di Roma

Ritorna “Lingua di cane”. Biglietto aereo prenotato.  Pronto il trolley con dentro il copione. Si parte. Ma andiamo per ordine. Cos’è “Lingua di cane”? Ecco, cominciamo proprio dal cosa. “Lingua di cane” è uno spettacolo  della Compagnia dell’Arpa, prodotto dal Teatro Comunale di Enna, dopo un lungo percorso di preparazione avvenuto nel corso di un laboratorio dentro il quale si sono ritrovati sei attori, tutti ennesi, obbligati, per ragioni che non è difficile immaginare, a vivere di arte fuori dalla Sicilia. L’obiettivo di Mario Incudine, direttore artistico del teatro, era in fondo proprio quello di raccontare storie di migrazioni puntando sulla condizione di erranza connaturata al mestiere dell’artista, e che per un siciliano, o un meridionale, diventa inevitabilmente un po’ condanna e un po’ destino. Il regista, Giuseppe Cutino, e la drammaturga, Sabrina Petyx, avevano bisogno probabilmente di questa dimensione di vita vissuta con la valigia in mano, per tracciare un filo drammaturgico sostanziato di gesti e parole non convenzionali, per evitare di cadere nella retorica del già detto, visto e sentito dei tanti spettacoli dedicati al tema. Quando i due hanno incontrato questa compagnia, ideale e reale insieme, perennemente in diaspora, curiosa di sperimentare mondi diversi, hanno decretato conclusa la loro ricerca e si sono detti pronti a partire, a imbastire la storia che poi sarebbe diventata “Lingua di cane”. In tre mesi di laboratorio è venuto fuori un mondo, con un suo linguaggio, intreccio di gesto, musica, parole, e sei diverse storie. Mondo generato non senza dolore dal vissuto di ciascun attore e attrice, costretto a rivivere il suo cammino di speranza e disillusione, cadute e slanci. Tutto questo lavoro, condotto con durezza e rigore nel corso di mesi di prove, ha generato uno spettacolo che come tutti i momenti d’arte veri, ha la capacità di raccontare il mondo di sempre e farlo sentire nuovo a ogni istante. Nell’arco di due anni “Lingua di cane” è diventato non solo il simbolo di una battaglia condotta in nome e per conto di coloro i quali non hanno voce, obbligati a partire dalla loro terra per sfidare l’ignoto e trovare, poi, la morte nel luogo più spaesante che esista, il mare. No. Non solo.  Lingua di cane è un reportage crudo e struggente dall’abisso, dalla voce, già divenuta sabbia di fondale, dei tanti, troppi esseri umani annegati durante questi anni di attraversamenti da una sponda all’altra del Mediterraneo. Raccontando storie di altri e di altrove, a volte neanche immaginabili, però, si finisce col raccontare se stessi. “Lingua di cane” è uno spettacolo pieno di umana pietà, eppure in moltissimi momenti scivola leggero e diverte, si illumina di sorriso, gioco, poesia. È uno spettacolo che sfiora la storia e la cronaca ma costruito sul passo e sul respiro delle storie personali di ogni attore. Parte dall’oggi cupo delle news divulgate dai media, ma acchiappa l’immaginario che ci siamo creati sugli emigranti di ieri, dove ognuno di noi quasi, ritrova le storie di zii, nonni e bisnonni, e ce lo restituisce intatto, commovente e disperato, nel colore di una vecchia foto ingiallita, su carta.

Chi c’è sulla barca di “Lingua di cane”? Mauro Lamantia,  in questi giorni sul grande schermo, protagonista di “Notti magiche” di Paolo Virzì. Sara D’Angelo, performer eclettica,  docente di discipline teatrali a Bologna, Totò Galati, formatosi, insieme all’aiuto regia Simona Sciarrabba, nell’alveo fecondo della scuola del Teatro Biondo di Palermo, guidato da Emma Dante. Noa Di Venti,  giovanissima, ma con un curriculum solido di esperienze importanti, Franz Cantalupo, attore dalla fisicità potente, che si muove fra teatro e fiction di qualità e poi ci sono io, che insieme ad Angelo Di Dio e Filippa Ilardo, dal 1988, ovvero da quando eravamo ragazzini, giochiamo al gioco grandioso e temibile che ci hanno lasciato in eredità nonna e papà. Scene e costumi sono stati curati da Daniela Cernigliaro e Luca Manuli, i movimenti di scena da Maria Grazia Finocchiaro, il disegno luci da Marcello D’Agostino.

In questi giorni ci trovate a Roma, al teatro Biblioteca Quarticciolo, all’interno di una prestigiosa rassegna, TeatriIncomune, che mette insieme nomi grandi della scena italiana. “Lingua di cane” è anche uno spettacolo che si schiera e lo fa aderendo alla campagna e alle azioni di “Mediterranea saving humans”, la nave italiana che presta soccorso in mare e si oppone alla disumana pratica della chiusura dei porti. Perché la nostra idea di teatro è quella di scendere per strada, e raccontare che l’altra versione della vita, quella dolorosa ma bella, solo l’arte sa raccontarla. Che il teatro non è di chi si siede in poltrona e sonnecchia sull’ennesimo rifacimento di maniera di un classico, ma è scompiglio, necessità, innovazione, ricognizione in tumulto sul senso da dare al  qui e all’ora che ci scorre sottopelle.
Il debutto, avvenuto il 2 dicembre 2016 a Enna, fu accolto da 18 minuti ininterrotti di applausi in uno spazio traboccante di pubblico. Abbiamo tenuto alta la media in questi anni, non solo in termini di tempo, ma anche con le standing ovation che ci accolgono e ci stupiscono sempre: ci rendiamo conto che a Milano, come a Bologna, Gibellina, Palermo, non conta il suono della lingua con cui ti esprimi, ma la verità della storia che incarni: quella passa subito e ti colpisce come un pugno allo stomaco. Veniteci a trovare.  Racconteremo la storia di Tano, Maria, Sonia, Antonio, Agata, Peppe. Lo faremo con i suoni “petrosi” del dialetto ennese che diventa koinè universale del dolore e della speranza di chi parte perché vuole scappare dall’abbraccio della morte, alla ricerca di una possibilità di vita.

Elisa Di Dio

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