Il mese delle madri (ma senza retorica): LA STORIA DI FRANCESCA SERIO

  • Post Comments:0 Commenti
di Elisa Di Dio

Conoscete Francesca Serio?

Probabilmente no, probabilmente il nome non vi dice nulla. Può capitare; la Storia spesso occulta e seppellisce sotto strati di quella polvere chiamata oblio, nomi e fatti che invece dovrebbero diventare memoria viva e fertile, capace di rinnovare slanci etici e comportamenti virtuosi.

Parto anche questa volta da un libro, Le Parole sono pietre di Carlo Levi e da un monologo, quello della madre di Turiddu Carnevale tratto da quel libro, che per tanto tempo ho portato in giro per palcoscenici siciliani, inserito fra l’altro in uno spettacolo Immensa Madre, scritto insieme a Filippa Ilardo.
Si parlava di madri, di Grande Madre mediterranea, di riti ancestrali connessi al tema del femminile, di donne e madri di Sicilia. Si parlava di Mafia e morte di figli per mano mafiosa. Si parlava di donne come Francesca e Felicia Impastato, madre di Peppino, che invece di chiudersi nel manto del lutto per il resto della loro vita, cercando di annegare nel silenzio e nel cordoglio quelle perdite, hanno trasformato il loro pianto in protesta, in accusa circostanziata e destabilizzante, nella Sicilia degli anni ’50 e in quella degli anni ’70.
Lucia Sardo, con noi sulla scena, restituiva con vigore potente quel dolore di carne che nasce e si incunea nel grembo di ogni donna che perde un figlio, lo stesso vigore che si rintraccia ne I cento passi di Marco Tullio Giordana, in cui la brava Lucia veste i panni di Felicia.
Io, invece, nello spettacolo, e da lì in poi, in tante occasioni mi sono misurata con l’altra madre, Francesca Serio che in una Sicilia ancora arcaica, rurale, messa in ginocchio dalla Storia dopo la guerra, dopo le mancate promesse seguite alla sospirata riforma agraria, si schiera in prima linea per combattere e affermare giustizia in un mondo che non solo le ha ammazzato il figlio, ma la vorrebbe piegata a piangere, chiusa nel silenzio del dolore.

foto di Maria Catalano

Andiamo per ordine.

Turiddu Carnevale fu un sindacalista, di fede socialista. Bracciante agricolo, nato a Galati mamertino, ha vissuto, combattuto e fu ucciso a Sciara, in provincia di Palermo. Fu assassinato a colpi di lupara la mattina del 16 maggio del 1955, mentre si recava a lavorare in una cava.

Aveva 31 anni.

Turiddu era un ragazzo scomodo; aveva molto inquietato i proprietari terrieri, gabelloti e campieri, perché senza remore e con manifestazioni plateali aveva difeso i diritti dei lavoratori della terra. Aveva “osato” fondare una sezione del Partito Socialista nel piccolo borgo di Sciara ed aveva messo su una Camera del Lavoro. Era riuscito pure a diventare interlocutore della principessa Notarbartolo, non senza il malumore degli uomini che conducevano le terre in nome e per conto suo, malumore trasformatosi in aperta opposizione quando Turiddu organizzò un gruppo di braccianti, occupando simbolicamente una contrada di proprietà della principessa. Turiddu fu arrestato e mandato a scontare la pena in Toscana. Lì si trovò a contatto con una idea e una pratica dei diritti dei lavoratori fortemente radicata al territorio. Tornò a Sciara nel 54, animato dalla voglia di fare più e meglio per la sua terra, per i contadini e per gli operai della cava in cui aveva cominciato a lavorare. Fu eletto Rappresentante dei lavoratori edili di Sciara, riuscendo a ottenere le paghe arretrate dei compagni e il mantenimento della clausola delle otto ore lavorative. Dopo soli tre giorni da quei giusti riconoscimenti venne ucciso sulla strada, all’alba.
Del suo omicidio furono accusati quattro mafiosi del paese, dipendenti della Notarbartolo: Panzeca, Mangiafridda, Tardibuono e Di Bella.

Turiddu muore solo, in un paese ammutolito, congelato dalla paura, incapace persino di accostarsi a quel corpo coperto a malapena da un lenzuolo a coprire lo sconcio che ha fatto su di lui la lupara. Turiddu, da quel momento, entra nella leggenda, figura iconica di un martirologio scritto per lui dalla penna dolentissima e sacrale di Ignazio Buttitta, portato alla fama dal cantastorie Ciccio Busacca.

Ancilu era e nun avia ali
nun era santu e miraculi facìa,
‘n cielu acchianava senza cordi e scali
e senza appidamenti nni scinnia;
era l’amuri lu so’ capitali
e ‘sta ricchizza a tutti la spartìa
Turiddu Carnivali nnuminatu
ca comu Cristu nni muriu ammazzatu.

La parola passa dalla cronaca fredda dei fatti, alla poesia e alla letteratura. Carlo Levi, già scrittore di successo, artista totale, antifascista, conosciuto per il suo Cristo si è fermato a Eboli, storia del suo confino in Lucania, racconta ne Le parole sono pietre l’altra faccia di Turiddu, quella incarnata da sua madre, una ribelle, di cui quasi nessuno oggi ha più memoria. Le parole sono pietre inanella, in forma di reportage, tre storie di Sicilia.
La terza è dedicata a Francesca. Al suo coraggio di donna sola e controcorrente che, per crescere Turiddu, va a lavorare nei campi a giornata, pur di fare studiare quel bambino dall’intelligenza vivace. È una donna che non si risparmia in niente, Levi ce la racconta descrivendone i tratti fisici ancora segnati dalla bellezza di una cinquantenne che ha vissuto il dolore del vedersi ammazzare il figlio, del silenzio e della pietà ipocrita intorno a lei. Nel processo Francesca si costituì parte civile e fu rappresentata dall’allora giovane avvocato Sandro Pertini, sì, il futuro presidente della Repubblica, oltre che da Nino Taormina e Nino Sorgi, famoso per le successive battaglie intraprese a favore del quotidiano L’Ora nelle querele di politici compromessi con la Mafia. Il processo, nella sentenza di primo grado, riuscì a stabilire la colpevolezza dei quattro imputati, condannati tutti all’ergastolo. Fra i difensori degli imputati figura un altro futuro presidente della Repubblica, l’avvocato Giovanni Leone. Successivamente, in Appello e in Cassazione, il verdetto fu ribaltato:

gli imputati furono assolti per insufficienza di prove.

Rimane il suo canto straziato di madre che sola, contro il silenzio colpevole di tutti, corre impazzita verso la trazzera su cui giace il corpo del figlio. Lei che viene allontanata dal brigadiere che le grida che non è suo figlio, lei che supera con la forza disperata del dolore lo sbarramento dei poliziotti e riconosce Turiddu dai calzini bianchi che lei gli aveva lavato e asciugato perché quella mattina li mettesse, puliti, profumati per andare a lavoro. Lei che lo riconosce dal modo in cui sono messi i piedi, anche nella calma statica della morte, lei che implora e riesce a superare tutti, chiedendo che glielo facciano vedere, lei che si siede accanto al corpo e piange e parla e domanda, con un dolore composto e senza isterie, incurante delle facce di pietra che le stanno intorno:

“Figlio mio e come ti ammazzarono, e come ti misero bello sistemato?”

Francesca trasformerà queste domande nell’imbastitura processuale che porterà alla sbarra gli assassini. Il privato diventa politico per la prima volta in Sicilia, nel nome e con le parole di una donna. Ricordiamocelo da oggi questo nome.

Ecco, questo pensiero è per lei, in questo mese di maggio, mese delle madri ma senza retorica per favore, in questo mese di troppe memorie di morte, mafiose e non solo.

Aldo Moro, Peppino Impastato, Turiddu Carnevale, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo.

Un elenco lungo, un nastro di dolore che avvolge la storia recente, in una sequenza di domande senza risposta, di morti senza giustizia, di immobilismo e trasformismo politico gattopardesco senza approdo.

È un viaggiatore senza pregiudizi, Carlo Levi, e in questo libro si fa promotore di un’indagine su un mondo offeso, illuminato da figure che possiedono la forza di simboli capaci di andare oltre il loro stesso tempo. Consiglio la lettura dell’opera nell’edizione di Einaudi, con la prefazione di Vincenzo Consolo.

“Le lacrime non sono più lacrime, diventano parole, e le parole sono pietre”

Grazie Francesca

Rispondi