Il mio è un nome di pace – verso la Festa della Liberazione

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di Elisa Di Dio

Nata a Ragusa in un antico quartiere popolare, Maria Occhipinti vive la sua infanzia nel contesto di una famiglia ancorata a consuetudini patriarcali, nel segno di un conformismo sociale e religioso che considera la donna come essere inferiore, da sottomettere.

Maria, dotata di curiosità e intelligenza, legge e da autodidatta si fa un’idea del mondo, scoprendo la profonda ingiustizia che regola i rapporti sociali e relega la donna in un ruolo di totale soggezione. Si sposa nella speranza di conquistare l’autosufficienza negatale nella famiglia paterna, soprattutto dalla madre.
Intanto scoppia la guerra.
Il marito viene chiamato alle armi.
La giovane donna osserva con acutezza e un crescente senso di frustrazione il persistere e l’aggravarsi delle condizioni dei ceti più poveri.
Scrive lettere al Duce per denunciare malefatte e soprusi; si impegna contro la discriminazione mortificante del sesso femminile e si oppone attivamente all’arroganza militarista, suscitando il biasimo della famiglia.

Il 4 gennaio del 1945, a Ragusa, la ventitreenne Maria, incinta di cinque mesi, compie un gesto eclatante che avrà ripercussioni drammatiche sia sulla sua vita che per la popolazione locale.
Si stende a terra tra Corso Vittorio Veneto e la Via 4 Novembre intralciando il passaggio di un camion militare carico di giovani rastrellati dalle abitazioni, che stavano per essere rispediti al fronte, dopo la ripresa del conflitto.

È l’atto ufficiale di nascita del movimento antimilitarista “Non si parte” .

Maria si oppone alla chiamata alle armi degli uomini da parte degli alleati anglo-americani. Con il suo gesto, caldeggiato e sostenuto dalle donne che vedevano partire figli, fratelli, mariti, la giovane voleva favorire la fuga e la diserzione di quei ragazzi.

Scoppia così I’insurrezione; i militari, chiamati a sedare la rivolta, spararono sulla folla dando il via a una serie di scontri feroci, con morti, feriti e arresti e con l’intervento della Divisione Sabauda.
Molti comunisti vennero arbitrariamente incarcerati.
Fra questi, unica donna, c’è anche Maria, condannata prima al confino nell’isola di Ustica e poi a scontare il resto della pena nel  carcere delle Benedettine di Palermo. La storiografia ufficiale ricorda quest’evento come ribellione di stampo fascista, nel nome di uno strisciante separatismo. In realtà Maria aveva maturato un profondo senso della giustizia che le avrebbe segnato la vita per sempre: quando ritornò a Ragusa, la comunità tutta le voltò le spalle, così come la famiglia e il marito, che nel frattempo si era legato a un’altra donna. La Occhipinti ruppe con il PCI che aveva giudicato negativamente la rivolta, e si allontanò per sempre dalla famiglia d’origine.

In realtà più volte, in seguito, avrebbe spiegato che il suo sentimento di ribellione si indirizzava nettamente contro la monarchia e il fascismo. Da quel momento in poi, si sarebbe avvicinata con convinzione crescente al movimento anarchico.

La storia della sua vita e le sue lotte vengono narrate in prima persona in Una donna di Ragusa, un memoriale nel quale la donna ripercorre la sua vicenda. Paradossale il titolo: Ragusa non amò né difese Maria, costretta a lasciare la sua terra con una figlia ancora piccola e a vivere, da apolide, svolgendo numerosi mestieri, in vari Paesi: la Svizzera, gli Stati Uniti, il Canada, il Marocco, e tante città italiane.

Poi, si sa, la Storia è anche prospettiva; quando meno te lo aspetti dona nuovi punti di vista. Rileggere la sua vita nelle pagine del libro edito da Sellerio e con una preziosa nota di Carlo Levi, permette di capire quanto a volte sia necessario un tempo di sedimentazione e ripensamenti per dare il vero nome agli eventi. Non credo di correre il pericolo di essere smentita quindi, se affermo che Maria Occhipinti fu partigiana e resistente, in una terra che sembra non avere avuto una Resistenza ufficiale, quella, per intenderci, narrata dai libri di Storia.
Maria da donna, da anarchica, da combattente, da offesa della Storia, ha vissuto e attraversato il peso di molte discriminazioni, combattendo per affrancare se stessa e gli altri, per creare coscienza. La sua voce ancora oggi fa tremare per la forza e la fermezza con cui si oppose alle logiche del potere militare e sociale del tempo.

Un documentario Rai racconta la sua storia; il bel cortometraggio di Luca Scivoletto Con quella faccia da straniera segue la sua parabola esistenziale e ideologica. Le ultime apparizioni di Maria risalgono agli anni dell’installazione della base missilistica a Comiso: da pacifista, tenne un discorso forte e illuminato contro la politica americana. Una vita, la sua, all’insegna di una coerenza tragica che l’ha condannata alla solitudine e all’erranza.

Qualche anno fa ho conosciuto la storia di Maria Occhipinti grazie al critico Sebastiano Gesù, anima del Festival del Cinema di frontiera di Marzamemi, insieme al regista Nello Correale. Il testo che segue è un mio monologo teatrale ispirato a lei e nato dalla lettura della sua autobiografia. Nel 2017 è stato presentato al Teatro Comunale di Enna, in una serata evento promossa dalla sezione ANPI di Enna, accompagnata al sax dal maestro Jossy Botte e al pianoforte dal maestro Angelo Di Leonforte, e prima ancora al Vittoria Peace Film Fest, la cui ultima edizione si è svolta a fine marzo 2021, in streaming. Il festival che promuove la cultura della pace e della legalità attraverso il cinema, è giunto all’ottavo anno di vita, ed è guidato con amore e bravura da Giuseppe e Antonella Gambina. Il direttore artistico è il regista Pasquale Scimeca.

Voi eravate al corrente di questa storia?

Aspetto i vostri commenti. Maria Occhipinti è una figura gigantesca che merita di essere conosciuta e studiata. Se qualche Compagnia teatrale o qualche scuola lo volessero mettere in scena, sarei felice di donare il testo.

Il Teatro è impegno, è recupero di una memoria e dentro questa memoria ci siamo tutti noi. Storie così possono svegliare le coscienze, fare sperare in un tempo migliore.

Bisogna crederci.

Buona Festa della Liberazione dal Nazifascismo a tutti!

Leggi il monologo di Elisa dopo la foto

Il mio è un nome di pace

Storia di Maria Occhipinti, ragusana
di
Elisa Di Dio

Oggi, 9 giugno 1987, è una calda giornata di sole. Tra poco, comincerà la manifestazione. Si protesta contro l’impianto della base missilistica qui a Comiso. La Sicilia, terra di pace deve diventare. E se lo dico io, che ho visto con i miei occhi e sentito sulla mia pelle e nelle viscere l’orrore della guerra, qualcuno oggi mi dovrà pure ascoltare. Ringrazio, ancora prima di cominciare, chi mi ha voluto vicino nel momento della lotta.

E scrivo.

Tutto nasce dal dolore. Anche quando pensi che ti stia schiantando la vita, togliendo il fiato dal petto e la voce dalla gola, il dolore stesso, in qualche oscuro modo, ti fa andare avanti. Come può succedere questo non lo so. Ma succede, sicuro. L’ho provato tante volte; il dolore che ti uccide e quello che ti rimette in movimento. Il dolore. Non si dovrebbe cominciare parlando del dolore. Allora meglio dire che insieme al dolore nella mia vita ci sono stati sorrisi, tanti sorrisi. E una voglia di capire e conoscere che mi ha fatto sempre tornare il desiderio di ricominciare. Partiamo da qui. Meglio; partiamo da me. Partiamo dal mio nome. Questo nome che è stato marchio e segno. Riconoscimento e condanna. Mi chiamo Maria Occhipinti. E sono di Ragusa. Un paese, un grande paese, quello dove sono nata io, nel 1921. Ero povera, povera la mia famiglia, povera la mia casa, povero il mio quartiere, quello dei mastricarretti. Sulla strada si affacciavano le botteghe degli artigiani che costruivano i carretti: colori, pennacchi, sonagli e nappine, veri tesori ammassati negli angoli o sugli scaffali, per me, *picciridda nica nica, e già curiosa del mondo, erano oggetti esotici e fatati. Tutto mi appariva bello e nuovo. Quanto mi piaceva fermarmi a osservare quel brulichio di vita, ascoltare i cunti che i mastri bottegai improvvisavano da una porta all’altra, mentre davano vita con il pennello ai personaggi dell’opera dei pupi: Rinaldo, Orlando con lo spadone e l’elmo, la bella Angelica e i diavolazzi scuri degli infedeli, i Mori, che mi facevano tremare il cuore di paura e nello stesso tempo mi attraevano . Ricchissima la mia vita, dentro. Un mondo di fantasia, immagini e colori, fu la mia infanzia. Correvo per le viuzze strette, giocavo sul selciato sbriciolato dalla piene del torrente Irminio, che quando si ingrossava smetteva di essere un placido corso incuneato fra le gole di calcare e travolgeva tutto, spaventando noi che ci vivevamo in quelle casuzze abbracciate stritte stritte sul fianco della montagna. Mi piaceva, da piccola, provare a cantare come i grandi. Mi pareva di essere io stessa una sorella dei valorosi paladini di Francia, pronta a combattere i cattivi per fare trionfare il bene, e salvare gli oppressi e i disperati.

Io devo molto a mio padre, gli volevo un gran bene quand’ero bambina.

Mi pare ancora di sentirla la voce di mia madre che non capiva quanto mi piaceva abbracciarlo, né si spiegava tutta la tenerezza che lui aveva per me.

Maria, tuo padre travagghia; non lo devi abbrazzare accussì forte quannu torna dalla campagna. Fa i muretti a secco, lui. Torna stanco e strammatu: lu suli picchia ‘ntesta e diddu travagghia; chiovi e tira ventu e u stissu diddu travagghia. La devi finire di inquietarlo, u capisti?*

Io devo molto a mio padre. I suoi abbracci, la sera, al ritorno dal lavoro, mi consolavano. Mi raccontava storie e a volte, nella camicia, nascondeva un passerotto che aveva raccolto per strada. Era un regalo per me. Sapeva che me ne sarei presa cura, che gli avrei dato da mangiare fino a farlo crescere e poi gli avrei ridato la libertà, quando si sarebbe fatto più grande e più forte. Mio padre, un tempo, mi amava.

Sono di Ragusa, è vero, ma non sembro una siciliana, non lo sembro nel modo di parlare, e nemmeno nei tratti del viso. Straniera sempre a me stessa, al mio paese di origine; straniera nei molti posti del mondo che ho conosciuto e nei quali ho vissuto.

Mi fa male pensare a mio padre. Lui era buono un tempo con me. Poi le cose cambiarono. Ma non subito; ne passò di tempo. Con mia madre invece non ho mai parlato troppo. Vorrei recuperare adesso, mentre i ricordi affiorano dal fondo della memoria. E vorrei che queste pagine fitte di diario servissero a curare tutto il dolore. Le parole possono guarire? Non lo so. So solo che scrivere mi fa vedere meglio la stretta catena dei giorni e dei fatti, il dolore e la gioia, l’amara condanna del tempo e la luce fioca, ma calda di speranza, che ora si accende.

Mamma, mai nessun dialogo ci fu con te. Mi guardavi amareggiata, sospiravi quando, man mano che crescevo, capivi che io non ero più la ragazzina docile di un tempo. Tu leggevi nei miei pensieri. Lo vedevi che io con tutte le forze volevo spezzare il giogo dell’obbedienza cieca a regole che non stavano scritte da nessuna parte ma a cui tutti dovevamo sottostare. Nel silenzio della notte sentivo le tue preghiere: “Mio Dio, come te morirà: crocifissa”. Avrei voluto farti avvertire la gioia che provavo quando lottavo contro la tirannia, le prepotenze; ma tu non mi ascoltavi. Anzi, i primi tempi volevi domarmi; qualcuno ti consigliò di trattarmi come si fa con i cavalli falsi, poco mangiare e molto lavoro, così mi sarebbero svaniti i fumi dell’età. Mi considerasti come una giumenta da rendere docile. Dovevo togliermi dalla testa le idee pericolose, che portano allo sbandamento e alla perdizione. La voglia di leggere, imparare, capire era un male da estirpare. La mia presenza ti infastidiva; la mia serenità quando poi mi portarono in prigione, ti impensieriva; stavi zitta, non mi parlavi mai. Quanto mi pesò il tuo silenzio. Ora che la natura ti ha spogliato della vita, e ti ha reso come un albero dai rami secchi, pronti a essere consumati dal fuoco, ora hai finalmente compreso qualcosa della vera Maria? Forse adesso potremmo iniziare a parlarci, come due sorelle; parlare del cielo, del mare, delle stagioni. Quanto vorrei tenere le tue mani strette fra le mie senza sentire il moto istintivo della fuga sempre pronto in te finché sei stata in vita. Chissà, forse ora potremmo scoprire chi siamo per davvero, finalmente libere da ogni accusa, dal gioco malato delle recriminazioni.

Tutto è cominciato quando ho imparato a leggere, quando ho preso in mano, per la prima volta, i Miserabili di Victor Hugo: la mia coscienza politica la devo a lui, a quel suo romanzo. All’inizio mi girava la testa con tutte quelle parole piccole, nere nere , sul bianco della carta, che si rincorrevano come formiche impazzite. Poi, le parole hanno cominciato piano piano a piacermi, a prendere un verso, un senso, a camminare da sole, a raccontare storie. Ad esempio, la storia dei poveri della città di Parigi. Mi sono ritrovata a pensare che i poveri sono tutti uguali, quelli di Parigi e quelli del mio paese. Sì, i poveri sono come gli stracci. Gli stracci tutti uguali sono, a Parigi come a Ragusa, stracci restano dappertutto, nel grande mondo. E anche la fame, sempre quella è. Dappertutto. Fu allora che cominciai a capire qualche cosa di questa nostra vita fatta di miseria sì, ma che può essere raddrizzata. Ho visto per chi ruba un pane Jean Valjean e l’ingiusta colpa e la condanna a quattro anni, l’evasione, la cattura e ancora i lavori forzati. Mi perdevo nelle lacrime leggendo quelle pagine e non riuscivo a darmi pace pensando che potesse esistere una società così ingiusta da condannare un povero disgraziato per il furto di un pezzo di pane. Io non sopporto le cose storte, per me le cose storte vanno raddrizzate; io la schiena non l’ho mai piegata: non l’ho mai piegata di fronte alle minacce di mio padre e di mia madre che mi dicevano che ero ribelle, testarda come un mulo, sfacciata e disobbediente: io la schiena non la piegavo neanche di fronte a mio marito. Sì mio marito. Mi sono sposata, anche. Condannata a vivere fra aridi e pesanti macigni, avevo pensato che il matrimonio avrebbe placato il mio tormento: ma fu un’illusione. Perché mio marito mi voleva a casa, a fare la donna ritirata e obbediente. Poi lui partì per la guerra. E tutto, improvvisamente, cambiò. Ecco, sì, parliamo della guerra; perché io, Maria Occhipinti, mi sono fatta conoscere al mondo come una vera ribelle, sfrontata, pericolosa e sovversiva, una mattina del gennaio del 1945. Il 4 gennaio 1945; e chi se lo scorda più quel giorno? C’era freddo e fango per le strade; e c’erano i camion dell’esercito che ingoiavano soldati, i nostri uomini. Uomini? Ma quando mai, quelli poco più che ragazzi erano; con le facce spaventate, le spalle curve nei loro cappotti consumati, spinti senza nessun riguardo sulle camionette, perché dovevano ritornare al fronte. Un passo indietro però facciamolo. Io quelle cose me le ricordo e sono in me vive e ancora bruciano: le parole, i calci, gli insulti, gli sputi, la paura. Le botte di mio padre, di mia madre, di mio marito. Brucia tutto e tutto è vivo. Un passo indietro.

Gli alleati, i ‘miricani li chiamavano i ragusani, quei ragazzoni biondi, alti, chiassosi, arrivati in Sicilia nel luglio dell’estate prima: 10 luglio millenovecentoquarantatre e già i primi di settembre c’era stata la firma, il patto, a Cassibile, non tanto lontano dalla mia Ragusa e tutti, uomini donne, vecchi e bambini avevamo fatto festa grande, perché la guerra finalmente finiva. I nostri soldati erano contenti; lasciavano il fronte, ritornavano a casa. Solo che presto ci accorgemmo che quella una vera presa in giro era stata! La guerra non era finita per niente. Fra novembre e dicembre quarantaquattro cominciarono ad arrivare le cartoline precetto: ordinavano ai giovani di presentarsi ai distretti militari. Sempre la stessa storia. Sempre.

Già nel 1940 avevo fatto una pensata, e avevo scritto al Duce, sì, al Duce: glielo dovevo gridare in faccia che c’erano ingiustizie più grandi del cielo e della terra: “ A SUA ECCELLENZA Benito Mussolini, dovete sapere che al mio paese, insieme a mio marito della classe del ’14, è stato richiamato un ricco commerciante, un giovane forte e robusto e pieno di vita, ma dopo una ventina di giorni l’ho rivisto in paese, a braccetto di sua moglie, esonerato dal servizio militare, mentre mio marito e gli altri continuano a servire la patria. Non siamo tutti figli della stessa madre, perché i ricchi possono corrompere i generali e non rimangono a combattere come succede invece ai poveri. Sua Eccellenza questa cosa la ignora, ma a Ragusa, lo sanno tutti che i medici si comprano col denaro e con il caciocavallo. Sua eccellenza è un uomo giusto e umano, sono sicura che metterà tutto a posto”.

Tutto a posto? Ma quando, ma dove? Passarono gli anni, arrivarono altre chiamate, altri ordini, e per noi povera gente la liberazione sperata non ci fu.

Per farla corta; si doveva tornare a combattere. Anche dopo l’arrivo degli americani. Manco il tempo di fare festa ed ecco che si dovevano riprendere in mano gavetta, cucchiaio e coperta, perché la guerra c’era ancora, al Centro e al Nord. Non si capiva più niente. Ma che patria è quella che chiede sacrifici così grandi ai povericristi che speravano finalmente di respirare un poco, tornare al lavoro,alla terra, alle case, dopo lo scempio, le ferite, la fame, il freddo patito al fronte? Ed eccoci, a quel gennaio, quel 4 gennaio del 1945. Gli uomini, all’alba di quella mattina, se ne stavano chiusi in casa: renitenti alla leva li chiamavano i carabinieri; e furono proprio i carabinieri, a iniziare i rastrellamenti, casa per casa, quella mattina, alla ricerca di uomini da mandare a combattere. La guerra non si può fare senza soldati, i soldati sono carne di poveri massacrata per fare ingrassare la carne dei potenti e dei ricchi. Ero in casa. Incinta di cinque mesi. Mi chiamarono le donne. Non ci ho visto più. A me il proverbio che dice “calati juncu, ca passa la china” non è mai piaciuto. Noi non siamo canne di palude, uomini e donne siamo.

A me le cose storte non sono mai piaciute. Io le devo raddrizzare le cose che vedo storte. E quando le donne del quartiere capirono che i loro uomini, un’altra volta, stavano per essere presi e inghiottiti dai camion e mandati a morire in una terra lontana, chiamarono me. Li sento ancora i colpi secchi e cattivi alle porte del paese: cercavano gli uomini. Nelle case calò il silenzio, rotto soltanto dai lamenti soffocati delle madri anziane, dal pianto dei bambini più piccoli, dalle urla perentorie e violente dei capi. Il partito comunista mi avrebbe accusato, mesi dopo, di stare dalla parte dei fascisti solo perchè mi ribellavo alla partenza dei miei compaesani al fronte. Ma quando mai, ma dove, ma per favore. Io sono per la libertà, il bene più grande. Quella mattina del 4 gennaio 1945 fu ammazzata, davanti agli occhi spalancati di rabbia e stupore della gente, la speranza di vivere un poco in pace, dopo l’ingiusta furia della guerra.

Maria! Maria! Tu ca sì allittrata, tu ca sai parlare, diccillu diccillu tu a ‘sti cristiani ca i nostri uomini non hanno che andarci a fare alla guerra. Diccillu tu Maria. E io, che avevo ventitre anni e nella pancia una creatura di cinque mesi, io, in quella mattina fredda e fangosa del 4 gennaio millenovecentoquarantacinque, scesi per strada, dove passavano i camion, mi sdraiai a terra e dissi, a denti stretti: «Salitemi di sopra: ce lo avete il coraggio di salire sopra la pancia di cinque mesi di una donna per andare a prendere gli uomini e portarli alla guerra? Io di qua non mi muovo, perché da qui non si parte. Mi ucciderete, ma voi non passate.»

Poco a poco, una folla grandissima si radunò intorno a me e al camion che mi voleva schiacciare, ma restava là dov’era, a un passo da me e dalla mia pancia. Le autorità si presero di paura di sicuro, perché ordinarono di lasciare liberi i giovani e quelli subito sparirono. La notizia della mia ribellione fece in un attimo il giro del paese e già la sera stessa tante persone erano venute a casa mia per ringraziarmi. A me bene andò, perché il giorno dopo un sacrestano, poveretto, che chiedeva a un ufficiale il perché di quella nuova chiamata alle armi, ebbe come risposta che l’ufficiale uscì dalla tasca una bomba a mano e gliela gettò addosso, massacrandolo come un vero Cristo sulla croce. Quanto sangue, quanto sangue! La rivolta durò ancora per giorni, diciotto furono i morti, gente che conoscevo, che resisteva e che fu ammazzata senza pietà. E ventiquattro i feriti. L’otto gennaio tutto era tornato tranquillo, all’apparenza. Dicevo che m’era andata bene. E certo, di morire non sono morta. Però, dopo una settimana, vennero a prendermi. Per la legge ero una sovversiva, ero pericolosa, da chiudere in carcere. Così mi portarono a Ustica, al confino, nell’isola più disperata e lontana; un pugno di scogli taglienti in mezzo al mare, l’isola dai tramonti di piombo. Lì nacque mia figlia Marilena e poi mi portarono al carcere delle Benedettine a Palermo. La cattiveria sorda, senza movente e cieca di odio, la trovai tutta fra quelle mura. Feci del mio corpo l’arma di una volontà acuta, capace di superare l’orrore inscenato da quelle truci aguzzine, donne odiatrici di donne. Fra le chiazze di umido ampie come laghi ghiacciati, sul pavimento incrostato di sudiciume e lacrime delle detenute, promisi a me stessa che da lì sarei uscita per gridare al mondo il maledetto peso dell’ingiustizia. Aiutavo le mie compagne come potevo, mentre sentivo venir meno le forze, mentre mi vedevo strappare la bambina, appena nata. Quanto dolore è cresciuto dentro la mia vita? Quanto dolore ho attraversato? Quando uscii dal carcere, trovai mio marito che si era rifatto una vita con un’altra donna, mia madre che mi rinnegò definitivamente, e mia sorella Rosina, che nessuno voleva come moglie e che tutti prendevano per una poco buono, a causa mia. Rosina ha continuato a vivere a Ragusa, a camminare per le strade a testa alta; anche lei le cose storte non le voleva vedere. Si mise a curare malati, senza pentirsi mai di essersi schierata dalla mia parte. Dolce Rosina, non ti sei mai vergognata di me. Io me ne andai; me ne andai di casa dopo che mio padre mi aveva scaricato due nerbate sulla schiena mentre avevo fra le braccia mia figlia. Ero rientrata tardi quella sera, e non avrei dovuto. Capii che era arrivato il tempo di separarmi dai miei familiari che al pari di tutti i ragusani mi consideravano una donna di strada, un’ex carcerata. Presi in affitto una piccola dimora fuori dal centro, vicino a una casa di tolleranza. Una notte salvai una prostituta dalle grinfie di un violento e lei ebbe sincera riconoscenza per me, al contrario di quegli altri che incontravo di giorno, per strada: le “brave persone” che mi evitavano come la peste; alcuni, al mio passaggio, sputavano a terra, in segno di disprezzo. Il papà che mi portava un uccellino nascosto in petto, non c’era più. Non mi capiva più. Mi disprezzava. Un ciclo della mia vita si era concluso. Costretta da sola a dovere risolvere il problema del pane quotidiano, col pensiero e la voglia di dare a mia figlia un futuro migliore di quello toccato a me in sorte, andavo via da quella Ragusa arcaica, che non mi aveva capito. Sono passati gli anni. Ho girato il mondo, e ho scritto, scritto tanto, per non dimenticare quello che ho vissuto. Qualcuno leggendo queste mie righe penserà: ma valeva la pena di fare la rivoluzione, di portare avanti lotte e rivolte? Sì, ne è valsa la pena; è servito a qualcosa. Io le cose storte non le posso proprio vedere e la schiena la devo tenere dritta, e la fronte alta, e combattere, combattere, combattere. E pazienza se qualche volta, nella vita, ho dovuto pagare.

Oggi, sotto questo sole siciliano mi ritrovo di nuovo a combattere, per la mia terra, contro gli interessi e i poteri dei più forti. Contro questa base che gli americani vogliono far nascere qui. Maria ritorna. Quasi non mi sembra vero. C’è gente che mi vuole per combattere una nuova battaglia, ma di pace. Su questa pagina di diario, annoto con emozione le parole del discorso che terrò, dopo tanti anni di silenzio e viaggi. Ci saranno giovani, tanti ragazzi e ragazze. Se ci fosse mia madre avrebbe da ridire: che ci fai tu, in mezzo a tutta questa gioventù, che ci fai tu, vecchia e malata, in mezzo a alle bandiere colorate di arcobaleni? Ma mai ne hai vergogna? Mai cambierai?

E noi, che faremo noi, pacifisti di Comiso e di tutto il mondo, cosa farete voi giovani, voi che per vostra fortuna non conoscete la durezza della guerra, dell’opposizione , né fame, né violenza. In ogni continente ci sarà sempre qualcuno di noi, che parlerà di libertà, fin quando non saremo migliaia e migliaia e grideremo così forte che i signori della guerra dovranno ascoltarci. E se le parole non basteranno, allora fermeremo coi nostri corpi l’orrenda catena criminale che insanguina le strade della terra. Basta con le tirannie e i massacri. Mai più la guerra, mai più.

Sì mamma, sono la stessa Maria di allora, l’anarchica, la senza patria, la ribelle.

Non cambierò mai.

Mi chiamo Maria Occhipinti, e sono una donna di Ragusa. Una donna, sì.

Una donna.

Giugno, 1987

*bambina piccola piccola

*Maria, tuo padre lavora; non lo devi abbracciare con tutta questa forza quando torna dalla campagna. Lui costruisce i muretti a secco. Torna stanco, distrutto: il sole picchia sulla testa e intanto lui lavora, piove e tira vento ma lui ugualmente, senza un attimo di riposo, lavora. La devi smettere di disturbarlo, hai capito?

*Maria, Maria! Tu che sai parlare bene e sai leggere, diglielo a queste persone che i nostri uomini non possono partire per la guerra un’altra volta. Non servirebbe a niente. Diglielo, Maria!

Questo articolo ha un commento

  1. Maria Grazia Calabrese

    Gentile Elisa, ho letto il tuo interessante lavoro su Maria O. È bello constatare che anche voi giovani vi avvicinate a figure del passato con tanto entusiasmo e ammirazione. Maria meriterebbe molto di più dalle istituzioni pubbliche, andrebbe studiata nelle scuole per il suo impegno civile, la sua vocazione letteraria. Io sono la coautrice della sceneggiatura del docufilm di Luca, ho scritto io quell’appello di Comiso da Te citato in corsivo. Io c’ero quel giorno, tra i compagni intervenuti da tutta la Sicilia all’evento. Dall’alto dei miei 3/4 di secolo posso dire che il tuo monologo è uno dei più belli che ho letto. Brava.

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