Il punto sugli stadi in Italia

di Davide Cammarata

Per affrontare l’argomento stadio, in Italia, può risultare utile partire da una classifica: quella della nostra serie A, che ha visto trionfare una squadra rimasta in testa, solitaria, a più di 20 punti di distacco da quelle che potevano un tempo definirsi “inseguitrici”. Un distacco che, se da un lato ci fa appassionare più alla lotta per le qualificazioni Champions ed Europa League che alla vittoria dello scudetto, dall’altro lato, e come conseguenza del punto precedente, ci fa riflettere sullo stato di salute del contesto calcistico italiano, che passa inevitabilmente per il tema stadio di proprietà.

In una realtà che ancora oggi vede l’economia di un club calcistico italiano ancorata per più del 50% ai ricavi dei diritti televisivi (a differenza di altri paesi europei in cui, al netto di una divisione differente e probabilmente più equa, la stessa percentuale scende al di sotto del 40%) e in cui l’età media degli impianti sportivi è stata stimata in 64 anni, intervenire su questa voce del bilancio diventa oramai d’obbligo.

In tanti ricorderanno che gli ultimi interventi di “ritocco” degli impianti (che, va sottolineato, coinvolsero solo il 12% degli stessi) risalgono agli anni ’90; in quell’occasione, inoltre, vennero inaugurati lo stadio Delle Alpi di Torino ed il San Nicola di Bari.

E l’assenza di un’importante manifestazione sportiva, come fu quella degli anni ’90, ha sicuramente influito nella mancanza di un significativo motore per gli investimenti, pubblici e privati.

Ma anche per la serie A, in un Paese legato a un concetto di tutela del patrimonio storico che passa anche attraverso gli stadi, è giunta l’ora di un radicale rinnovamento delle strutture, soprattutto perché gli impianti di nuova concezione consentono una diversificazione dei ricavi capace di incidere sulla competitività, economica e sportiva, del club complessivamente inteso.

Un nuovo modo di pensare a queste strutture in un contesto di rigenerazione urbana, partito dall’Inghilterra e dalla Germania e diffuso a livello globale, che vede lo stadio come nuovo luogo di aggregazione, centro attivo non solo durante l’evento sportivo ma anche durante tutti gli altri giorni in virtù delle diverse attività che è in grado di favorire al proprio interno.

L’unico impianto italiano che si avvicina agli altri contesti europei in questi termini è l’Allianz Stadium, casa della Juventus, che per la stagione 17/18 ha consentito al club di raggiungere ricavi da stadio, pari a circa 57 milioni di euro (cifra di gran lunga superiore agli 11 milioni realizzati nella stagione 10/11, precedente l’inaugurazione della nuova struttura).

Ad oggi, in seria A, gli stadi di proprietà sono solamente cinque: a quello già citato della Juventus, si aggiungono il Mapei Stadium del Sassuolo a Reggio Emilia, l’Atleti Azzurri d’Italia dell’Atalanta (che da maggio sarà interessato da importanti lavori di ristrutturazione), la Dacia Arena di Udine e il Benito Stirpe di Frosinone. E nuovi progetti stanno pian piano vedendo la luce, come quelli di Empoli, Bologna e Firenze.

Un percorso pieno di ostacoli è quello che sta invece caratterizzando l’iter di approvazione del progetto del nuovo impianto sportivo della Roma, a lungo desiderato dalla società guidata dal presidente Pallotta ma che, tra difficoltà tecniche e burocratiche, stenta a trovare una via di chiara definizione. E se quest’ultimo, a intervalli regolari, sembra arenarsi, a tenere banco in questi ultimi mesi è il tema legato al futuro di San Siro: se da un lato è difficile chiudere definitivamente i cancelli di uno stadio che ha fatto la storia del calcio europeo, dall’altro le due squadre di Milano sembrano aver preso la direzione opposta, verso la realizzazione di un nuovo impianto.

E in un contesto europeo in cui, da un punto di vista calcistico, l’Italia resta solidamente tra le big five (insieme a Inghilterra, Spagna, Germania e Francia), tale primato sicuramente non fonda le proprie radici sulla capacità di investire nelle infrastrutture. Se l’Italia ogni stagione brucia milioni di euro di potenziali ricavi poiché, data soprattutto l’assenza di impianti idonei, non è nelle condizioni di attrarre e mantenere il proprio pubblico, in Europa si viaggia a ritmi totalmente diversi.
Parlano i numeri: gli stadi completati e inaugurati negli ultimi anni sono stati 159 (di cui due in Italia); in particolare Paesi come la Polonia e la Turchia risultano essere quelli in cui si è registrato, negli ultimi dieci anni, il numero più alto di nuovi impianti completati in grado di generare circa un milione di posti in strutture di ultima generazione.

E se a prima vista il filo che collega quei 20 punti di distacco in classifica al tema stadio di proprietà può non apparire sufficientemente chiaro, è proprio dalla costruzione di nuovi impianti che i club devono partire per colmare un gap che rischia di diventare troppo ampio.
Un impianto di ultima generazione, capace di invogliare le persone a partecipare attivamente alla vita della propria squadra del cuore, in grado di produrre ricavi da investire per uno sviluppo sostenibile della squadra. Uno stadio che dev’essere concepito come un nuovo contesto di aggregazione, in un paese in cui si va poco allo stadio perché, in fin dei conti, tutto dura solo 90 minuti.

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