Il rompicapo congolese.

Di Pietro Veronese

La maledizione del Congo, vastissimo Stato nel cuore dell’Africa che ha subito nei decenni e nei secoli vari cambi di nome fino all’attuale Repubblica Democratica del Congo, è la sua ricchezza. O meglio, le sue ricchezze naturali combinate con la sua posizione geografica. Chi controlla il Congo ha accesso a risorse da Mille e una notte, in quantità inenarrabili: ogni minerale di cui la terra dispone, metalli ricercatissimi, oro, diamanti; legname, acque in suprema abbondanza, dunque energia idroelettrica; il suolo più rigoglioso che l’uomo possa sognare. Per la sua sola collocazione centrale nel continente, mi fu spiegato una volta, il Congo vale una fortuna inestimabile in semplici diritti di sorvolo.

Da quando nel 2011 il Sudan si divise in due con l’indipendenza del Sud Sudan, l’Algeria è diventato il più vasto Paese africano, con la Repubblica democratica del Congo in seconda posizione. Sono, insieme alla Nigeria, i colossi continentali. Ma mentre, sulla carta del continente, l’Algeria ha una posizione eccentrica e parte dei suoi confini affacciano sul mare, la RDC è attorniata da ben nove Paesi, tutti tentati di morderne le carni come una muta di predatori intorno a un elefante.

La storia del Congo è consistita nei secoli in un susseguirsi di cieche rapine. Dapprima ad opera del cattolicissimo re del Belgio Leopoldo II, che ne aveva fatto il suo feudo personale, il più vasto che la storia ricordi; poi dello Stato belga. All’indomani dell’indipendenza, il sogno nazionalista di Patrice Lumumba fu subito soffocato nel sangue con l’attivo ruolo della Corona belga, delle compagnie minerarie, dei mercenari bianchi e dei servizi segreti occidentali. Da allora i passaggi di potere sono sempre avvenuti nella violenza.

La lunghissima dittatura di Mobutu, il grande amico dell’Occidente nei decenni della Guerra fredda, finì con la conquista in armi di Kinshasa, la capitale, ad opera di Laurent-Désiré Kabila. Laurent-Désiré fu ucciso nel 2001 da un soldato della sua guardia e il Kabila di cui si parla nel bel film Kinshasa Makambo è suo figlio Joseph, il quale gli succedette. Nel 2016 Joseph avrebbe dovuto affrontare il verdetto delle urne. Non ne ha voluto sapere. Le vicende che abbiamo molto brevemente tratteggiato dovrebbero bastare a spiegare la posta in gioco e il coraggio di Ben, Christian e Jean-Marie, gli eroi di Kinshasa Makambo.

Dal 2017, anno di pubblicazione di Kinshasa Makambo, molte cose sono successe nella Repubblica Democratica del Congo, anche se molto poco è cambiato. Le elezioni si sono infine svolte il 30 dicembre 2018, con due anni di ritardo. Kabila non si poteva ripresentare ed aveva scelto un candidato a lui gradito. Il voto è stato vinto da Félix Tshisekedi, figlio dello storico leader dell’opposizione morto a inizio 2017, che oggi è il nuovo presidente della RDC. Tuttavia le elezioni parlamentari sono state vinte dal partito di Kabila e dopo mesi di negoziati Tshisekedi ha dovuto nominare un primo ministro fedele all’ex presidente. Alle presidenziali si era presentato un altro candidato di opposizione, Martin Fayulu, sostenuto da una coalizione di forze e dalla Chiesa cattolica congolese, che secondo sondaggi e proiezioni attendibili avrebbe dovuto essere il vincitore. Ma così non è stato. Intanto, mentre maggioranza e opposizione di ieri, a ruoli invertiti, si spartiscono il potere, la nuova emergenza è l’epidemia di Ebola che sta andando fuori controllo e dall’est del Paese rischia di raggiungere la capitale.

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