Il teatro che verrà

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di Elisa Di Dio

Da quando è scattata la quarantena ho evitato di parlare e di scrivere di Teatro, anche se, chi mi segue sa che i miei riferimenti sono sempre legati all’immaginario teatrale.
Dopo una serie fortunata di repliche, il 9 marzo avremmo dovuto portare in scena la nostra Dame Barbebleue. Altre date e un giro estivo si preparavano sia con questo spettacolo che con Didon now, con la regia di Andrea Saitta, dopo la meravigliosa esperienza vissuta a gennaio 2020, al Liberodi Milano per Palco Off.

È il caso di dire che, partito il contenimento per me, per quanto mi riguarda, è calato il sipario.

Strano, qualcuno potrà obiettare, tanti artisti, enti , attori, attrici, compagnie hanno riversato a piene e generose mani contenuti sul web al punto tale da creare l’imbarazzo della scelta.
Strano sì, ma mi spiego meglio.
Da spettatrice, mi sono inizialmente buttata nella mischia: ho creato la mia personale playlist includendo, man mano che venivano pubblicati, spettacoli, danza, opere liriche, persino lezioni online, insomma un mix appassionante di autori, produzioni, stabili, realtà off ed eventi epocali. Contemporaneamente, da attrice, e componente di una Compagnia teatrale, mi sono chiesta cosa avremmo potuto proporre del nostro oramai vasto repertorio al pubblico sulle piattaforme dei social. Così fan tutti, facciamolo anche noi, pensavo. Intanto continuavo a guardare teatro e mentre guardavo, poco a poco mi interrogavo e mi rendevo conto di una cosa ovvia che sta dentro la prassi del gesto scenico:

che senso ha proporre teatro sul web?

Voglia di intrattenere, un po’ come lo yoga o il pilates online?
Sì, sicuramente, e questo potrà essere lodevole, ma già con questo intento si ferisce mortalmente l’idea stessa di teatro che, anche quando è lieve, deve essere capace di produrre pensiero e fare entrare lo spettatore in uno stato di crisi e messa in discussione di sé e del mondo. Credo che sia gravemente insufficiente per il Teatro la motivazione dell’intrattenimento. Non solo per una convinzione mia, ma anche per un fatto squisitamente tecnico, legato ai tempi, in teatro fondamentali. Una battuta che in platea scatena la risata immediata, dallo schermo di un pc, non ha la stessa efficacia.
Provare per credere, poi mi direte.
Allora Teatro per pensare? Ho cercato pure quello.
Ho visto per intero il debutto di uno spettacolo parecchio promosso sia sui social che su carta, spettacolo importante, con interprete di spicco, prodotto da un ente importante, con una tematica più che importante e di tendenza: bello? No.
Almeno sul web non lo è stato. Buio, statico, lontano. Non so se dal vivo produce lo stesso effetto, sicuramente sul web la sensazione è quella di straniata freddezza, una impossibilità di afferrare i segni, essenziali per la comunicazione teatrale.
Dunque, neanche così va bene. A questo punto ho cominciato a chiedermi a chi giova il teatro sul web. Ci sono soggetti che propongono spettacoli per ragioni legate al marketing: enti che vivono di bilanci e consigli d’amministrazione, che hanno archivi stracolmi di videoregistrazioni, quindi, anche per fidelizzare il pubblico, percorrono la strada della proposta di spettacoli dal loro repertorio, nell’attesa della riapertura e di ritrovare il loro bacino di utenza, e va bene così; ma il risultato della visione di questi spettacoli è, ancora una volta, un’ operazione a metà strada fra nostalgia e archeologia.

Poi c’è la categoria degli attori che si insediano nel web. Qui parlo per esperienza diretta e per condivisione di personali nevrosi. Abbiamo sempre un po’ paura di essere dimenticati, sappiamo che l’offerta è talmente vasta e mobile da generare ansie per il futuro, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista dell’affezione che il pubblico stesso nutre nei tuoi riguardi; siamo narcisi disperati e quindi generosi, anche troppo, a volte anche contro il nostro stesso interesse; ci esponiamo e ci sovraesponiamo perché l’idea di stare fermi a casa, di non vivere di notte, di non avere più nei camerini dei teatri la nostra quasi fissa dimora per settimane, dell’ eco sempre più fievole degli applausi, fa stare male. Ecco allora, un proliferare di streaming e dirette, alcune condotte da veri professionisti, supportate da un naturale talento istrionico, sensibilità, bravura, che rende il prodotto per il web sicuramente godibile. Altre volte, invece, ho assistito a cose discutibili, che suscitano interrogativi epocali destinati, probabilmente, a non avere risposta: perché tu, collega inserita nei giri del teatro che conta, fai quiz, dispensi ricette, ci allieti con quadretti di vita familiare, sketch da oratorio, danzi anche se non sai danzare, canti, anche se non sai cantare, di fronte a un pubblico di sei, sette spettatori?

Mistero.

Discorso a parte va fatto per archivi di straordinario valore documentale e artistico messi a disposizione da studiosi di teatro. Consiglio a tal proposito la visione degli spettacoli del Globe, dell’Elfo Puccini, di Bob Wilson, Pina Bausch. In alcuni casi si tratta di documenti rarissimi, finalmente visibili al pubblico, spettacoli che difficilmente capiterà di vedere altrimenti e quelli ben vengano, sono opportunità uniche che vanno colte; fruire di queste visioni è un raro dono.

Poi c’è la terra di mezzo: scrittori che fanno gli attori, editori che leggono, giornalisti che leggono, opinionisti che leggono, il mondo intero che legge. Nessun pregiudizio, nessuna preclusione, ci mancherebbe, solo che tutto quello che passa per Teatro, teatro non è, almeno sul web. Chiaro che, dopo una settimana di scorpacciate di spettacoli, dirette, letture, reading da soli, in gruppo, in videoconferenza, in differita dal salotto di casa, dalla cucina, sulla scala, dal balcone, sono arrivata alla conclusione che il nostro teatro, quello della Compagnia dell’Arpa che comunque è visibile sul sito, ecco, è meglio tenerlo lì dov’è, in attesa di tempi migliori.

Perché il Teatro è vivo, quando lo si fa dal vivo, altrimenti sembra un’operazione museale, filologica. Come spettatrice, davanti a uno schermo del pc, mi annoio, da attrice, dentro un pc, soffro. Voglio le tavole del palcoscenico, voglio la polvere che sporca i capelli e fa bruciare gli occhi, voglio l’adrenalina che scava voragini nello stomaco prima di andare in scena e mi fa esplodere un attimo dopo nella felicità di avere corpo, pensieri e voce non più miei, e voglio sentire il pubblico che in silenzio, lì, a meno di un metro, comincia con me un’affabulazione totale con gli occhi, le risate, i sospiri, la tosse, gli applausi.

Da remoto il Teatro si depotenzia, muore, così come svaniscono il corpo artistico, il gesto, la sacrale irripetibilità del fatto scenico.

Foto di Maria Catalano dello spettacolo Immensa Madre, della Compagnia dell’Arpa.

Mentre elaboravo questo pensiero, su Facebook è apparso un post di Lina Prosa, drammaturga internazionale oltre che cara amica e autrice del nostro Didon now, che confermava quanto cominciavo a maturare: in tempo di Pandemia, più che il posizionamento affannato nel mondo del virtuale da parte delle Compagnie, ora più che mai dovrebbe risuonare il silenzio del Teatro per comprendere quanto questa attività, dal vivo, sia non solo importante, ma vitale. Senza il Teatro siamo tutti più poveri, più soli.

C’è poi la problematica di come sarà lo spettacolo dal vivo nel dopo quarantena, quando finalmente ritorneremo a una vita sociale: Bruni, fondatore dello storico Teaatro dell’Elfo è stato chiaro:

“Non possiamo fare Romeo e Giulietta a due metri di distanza. Il distanziamento è impossibile sul palco( …) il teatro è fisico ed è difficile ripensarlo in altri termini perché è quella cosa lì, da 2500 anni.” 

In mezzo a questo dibattito, fra ansie e paure, progetti, ipotesi, diatribe, ecco che arriva, dirompente, la trovata, da parte del Comune di Catania, di istituire una piattaforma online sulla quale gli artisti potranno presentare spettacoli. La denominazione del progetto è #plateacomune, con l’immancabile hashtag che fa tanto social. L’assessora al ramo invita gli artisti a offrire un programma di eventi dal vivo, fruibile gratuitamente online, chiedendo di aderire generosamente, dimostrando l’incontenibile energia positiva che solo arte e cultura sanno sprigionare.

“Chiaro, – conclude il critico Andrea Porcheddu – che un simile approccio escluda del tutto la professionalità, il lavoro, le economie, i contratti” .

A questo punto il rischio è divenuto un reale pericolo. Ci pensavo, durante le prime settimane di fermo, perché lo stesso problema si è manifestato con l’attivazione della Didattica a distanza: ma se si può insegnare da casa, è necessario vedersi a scuola, è così indispensabile la figura dell’insegnante?
La risposta è che l’insegnamento per essere efficace ha bisogno del contatto reale fra docente e discenti. Come ha scritto benissimo Tomaso Montanari sul Fatto quotidiano:

“La scuola e l’università sono comunità. E hanno senso solo se lo rimangono, e non si riducono a una somma di solitudini”

Per il Teatro ciò è doppiamente vero e l’aggravante è data dall’idea che tutto possa essere gratis, o quasi. Ho letto tanti giusti dinieghi da parte di professioniste e professionisti, un preoccupato post dell’attore Mauro La Mantia, appelli di critici e organizzatori, gestori di spazi; un mondo composito ma ricco di professionalità che sotto i colpi del virus vacilla e mostra disagio e paura per il futuro. Per completezza, va detto che c’è stata la parziale, perplessa smentita da parte dei collaboratori dell’assessora, ma forse si è trattato di una sorta di test di verifica. È chiaro però che bisognerà essere compatti e convinti, e questo non per mancanza di generosità ma perché il settore dello spettacolo, fra i tanti in sofferenza in Italia, è quello che probabilmente ripartirà per ultimo e già lo stato di fermo di artisti e produzioni sta causando perdite rilevanti.
Si teme il peggio, purtroppo.
Non bisogna disperare, semmai è necessario trovare interlocutori preparati, in sede regionale e nazionale, e proporre soluzioni condivise, valide per chi ha negli anni maturato diritti, lavorando nel nome della qualità.

In questi giorni scrivo, e immagino il teatro che verrà.
Sogno di vedere sparire gli improvvisati che si spacciano per professionisti, quelli che fanno teatro grazie a maneggi politici, sogno un teatro partecipato e diffuso anche nella mia terra. Al male del mondo risponderemo con la Poesia, come è nostra consuetudine. Il Teatro, con il suo cuore pulsante di vite, di storie, maestranze, simboli e mondi, non deve diventare un ulteriore vittima di questa pandemia. Il Teatro è socialità, quello è il suo atto di nascita, il suo destino.

Per far sì che questo accada bisognerà impegnarsi tutti, ritornare nelle piazze, sui palcoscenici reali e ripartire da lì. Sarà necessario uno sforzo anche da parte del pubblico. Abbiamo bisogno della vostra attenzione, della vostra presenza. Quando si ricomincerà, una cosa è certa,ci ritroveremo insieme, lì, nei teatri di Sicilia e d’Italia. E sarà festa.

Foto di Maria Catalano dello spettacolo Immensa Madre, della Compagnia dell’Arpa.

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