Intelligenza Emotiva, di Daniel Goleman.

di Laura Ventimiglia

Ormai da qualche anno lavoro con i bambini.

Premessa egocentrica? No, voglio solamente anticipare quanto l’argomento che ho scelto di trattare questo mese mi stia a cuore, sia a livello personale che professionale.

Sono una pedagogista fortunata, sono nata nell’epoca post-Goleman: oggi molti, a vario titolo e in diversi contesti, parlano di emozioni. In poche parole, da Gadamer in poi, accanto al Q.I. (e alla mente razionale), ha preso un posto di equivalente importanza il fenomeno conosciuto come “intelligenza emotiva” (e la mente relazionale).

Sembra quasi un paradosso che in una società sempre più alessitimica (dal greco a- «mancanza», lexis «parola» e thymos «emozione» dunque: «mancanza di parole per [esprimere] emozioni») si parli con tanta frequenza – non solo in ambito psicologico, educativo e neuroscientifico – di emozioni e di intelligenza emotiva, argomenti che, come accennato sopra, hanno acquisito una dignità tutta nuova solo in tempi relativamente recenti.

Oggi, chi si trova a lavorare con l’altro, con le relazioni e con l’apprendimento, non può non conoscere Intelligenza emotiva di Daniel Goleman. Praticamente un libro sacro per chi si muove per professione nell’ambito delle scienze umane.

“Le emozioni […] hanno un ruolo importante ai fini della razionalità. Nel complesso rapporto fra sentimenti e pensiero, la facoltà emozionale guida le nostre decisioni momento per momento, in stretta collaborazione con la mente razionale, consentendo il pensiero o rendendolo impossibile. Allo stesso modo, il cervello razionale ha un ruolo dominante nelle nostre emozioni con la sola eccezione di quei momenti in cui le emozioni eludono il controllo e prendono, per così dire, il sopravvento di prepotenza.
In un certo senso, abbiamo due cervelli, due menti – e due diversi tipi di intelligenza: quella razionale e quella emotiva. Il nostro modo di comportarci nella vita è determinato da entrambe: non dipende solo dal Q.I., ma anche dall’intelligenza emotiva, in assenza della quale, l’intelletto non può funzionare al meglio.”

Tra i tanti spunti interessanti offerti dal testo vorrei soffermarmi sugli aspetti che riguardano l’educazione e la crescita. Infatti, la tesi che un alto Q.I., da solo, non basti a garantire successo, felicità e serenità nella vita è, oserei dire, rivoluzionario! La vecchia concezione di apprendimento scolastico e la conseguente didattica, per esempio, ignoravano quasi totalmente gli aspetti emotivi e le esperienze significative di vita dell’allievo. Oggi, in tal senso, qualche passo in avanti è stato fatto. Ma non è ancora abbastanza.

Sempre più spesso la burocrazia incalzante, l’ansia di rincorrere i “programmi” e la solitudine nel gestire situazioni difficoltose per docenti e famiglie, tolgono attenzione e cura verso i suddetti aspetti emozionali nell’apprendimento e nelle relazioni. Rimandando ad altre sedi l’analisi del sistema scolastico attuale e omettendo quali siano i costi dell’analfabetismo emozionale (avrei bisogno dello spazio di una monografia, non di un breve articolo postato su un blog) voglio comunque soffermarmi su quanto sia necessario e urgente creare percorsi circa una competente alfabetizzazione emotiva in ambito educativo (sia scolastico che extra-scolastico).

Se è vero ciò che asseriva Erasmo, e cioè che “La prima speranza di una nazione è riposta nella corretta educazione della sua gioventù”, allora è anche vero che dedicare risorse e tempo a percorsi di alfabetizzazione emotiva è possibile e auspicabile.

Lavorare tenendo conto delle emozioni significa partire dalla base: apprendere a riconoscerle già fin dalla loro corretta (e assolutamente non scontata!) denominazione; localizzarle adeguatamente a livello corporeo; prenderne consapevolezza e, dulcis in fundo, imparare a gestirle. Ciò non significa soffocarle o prediligere delle emozioni rispetto ad altre. Alfabetizzazione emotiva è anche questo: riuscire a contestualizzare l’emozione, viverla col giusto grado di intensità, senza farsi sopraffare da essa.

Uno dei benefici più grandi di un’alfabetizzazione emotiva pedagogicamente e psicologicamente pensata? Certamente la prevenzione di fenomeni degenerativi dilaganti a livello sociale, ma anche di disturbi che coinvolgono la sfera della salute mentale.

A trarre giovamento, inoltre, saranno anche le relazioni interpersonali e la loro qualità.

“L’empatia si basa sull’autoconsapevolezza; quanto più aperti siamo verso le nostre emozioni, tanto più abili saremo anche nel leggere i sentimenti altrui”.

Come dicevo, da qualche anno ho l’onore di lavorare con i bambini, infinita fonte di apprendimento e di crescita. Lo faccio all’interno di un’associazione, La Fabbrica di MiVà, nella quale ho avuto la fortuna di trovare un team che pone le emozioni e l’intelligenza emotiva al centro della propria quotidiana prassi educativa. Prima ancora del Q.I.


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