Jacob Collier – In my room

di Andrea Arangio

Genere: Molti
Difficoltá di ascolto*: impegnativo ma interessante
Ambiente**: ascolto attivo

La guarnizione della mia caffettiera si è rotta. Per noia o per apatia non ho bevuto caffè la mattina appena alzato per circa un mese e mezzo. In altri periodi mi sarei fiondato nel primo supermercato per comprarne dieci di guarnizioni, non si sa mai. Questa volta no. Avvolto nella sonnolenza mattutina mi avviavo ogni giorno a lavoro attento solo a non sbagliare metro. Quando un giorno finalmente trovo la forza di comprare le guarnizioni, sento come se un periodo della mia vita fosse finito e mi attenda una svolta. Il primo giorno è stato magico. Mi sveglio, vado in cucina, smonto la mia ormai funzionante moka, riempio d’acqua la caldaia, metto su il filtro, apro il frigo e prendo la busta del caffè, raccolgo due cucchiaini di polvere, carico il filtro, chiudo la moka, la metto sul fuoco e aspetto. Caffè pronto. Lo verso nella tazzina, mi siedo al tavolo, apro il mio libro con la mano sinistra e prendo la tazzina con la destra, inizio a sorseggiare il mio caldo caffè. Al primo sorso i brividi percuotono la schiena, poi spalle e braccia. Un senso di calore mi si espande per tutto il corpo. Mi rilasso spalmandomi sulla sedia. Che conforto il rituale del caffè. Ripenso a tutti quei movimenti fluidi effettuati con un ritmo e una cadenza quasi avvolgente. I rumori della moka che si apre, del frigo, della busta del caffè, del caffè che “esce” sono proprio un’armonia, causa di quel conforto il cui apice è il contatto della mia bocca col caffè. Conforto quotidiano che solo a casa mia, nella mia cucina, riesco a ottenere.

La sera prima di quel giorno ero stato a un concerto. Come decisi di andare al concerto è tutto un programma. Qualche mese prima ricevo un messaggio da una amica – Andrè, vieni a un concerto il 6 di febbraio al “Le docks”? – io rispondo con la ricevuta d’acquisto del biglietto. Non avevo idea di chi sarei andato ad ascoltare e mi sono anche trattenuto dal farlo per un mese, come con la guarnizione della moka. Volevo fosse una scoperta – come va, va! – mi sono detto. Entriamo in sala, gli strumenti sono disposti in maniera molto originale. Ci sono tre tastiere, un harmonizer, un contrabbasso, due bassi elettrici, una batteria, percussioni varie sparse di qua e di là e uno xilofono. Pareva il set up di una big band.

Si accendono le luci ed entrano solo quattro persone. Da lì in poi il concerto è stato tutto un crescendo di intensità e suoni, divagazioni, esperimenti con gli strumenti e col pubblico. Il protagonista era lui, Jacob Collier, che si muoveva a destra e sinistra saltando da uno strumento e l’altro come una scimmia tra i rami. Toglie le mani dal basso, le poggia sull’harmonizer, poi tastiera, e via alle percussioni. Poi la musica rallenta quindi contrabbasso, ma subito indietro sulle percussioni e così per tutto il concerto. Gli altri tre musicisti non erano da meno. I ritmi suonati non erano assolutamente regolari, cambiavano con la stessa velocità con cui Jacob cambiava strumento. Non si riusciva a seguire. Arrangiamenti originali, dinamiche superbe e avviluppate, ritmi incalzanti. Ne sono uscito scosso e frastornato. Sono riuscito a stento a prendere sonno ma è stato comunque un sonno travagliato e per non parlare del risveglio. Solo il poter riprendere quella routine mattutina del caffè mi ha confortato e messo a mio agio.

Mi ha spiazzato sapere che, nella camera della sua casa a Londra, un Collier ventiduenne ha prodotto e registrato da solo tutto il suo primo album. Non solo, l’anno successivo è partito da solo per una tournée mondiale che ha riscosso tanto successo. Nonostante i ventidue anni la sua voce è quasi baritonale a tratti suadente. L’harmonizer (tra l’altro gli è stato costruito ad hoc dal  MIT, Massachussetts Institute of Technology) aggiunge alla sua musica un tratto ancora più sperimentale di quanto non lo sia già.

Mi chiedo se quando ha registrato l’album avesse una sua routine mattutina del caffè.

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