Jubiabà di Jorge Amado

di Amalia Ruffolo

Jubiabà, Jorge Amado, Einaudi, 2013

Viaggi, macumbe, botte, fughe, sesso, morti, povertà e truffe accompagnano il desiderio ossessivo di trovare il proprio posto nel mondo di un giovane nero di Bahia. Antonio Balduino, protagonista del romanzo insieme allo stregone Jubiabà rappresentano il nostro portale verso un Brasile dalle atmosfere primitive e rivoluzionarie.

L’andamento del romanzo sembra essere dettato dalla stessa serie di suoni che seguono le vicende narrate. I Batuque dal ritmo incalzante, i versi degli ABC che narrano di eroi e banditi, i Samba che come da tradizione ci ricordano quanto in realtà:
“O bom samba è uma forma de oração/ porque o samba è a tristeza que balança/ e a tristeza tem sempre uma esperança/ de um dia não ser mais triste não.” (Il samba è preghiera/ Samba è la tristezza fatta danza/ tristezza che ha sempre la speranza/ di non essere triste prima o poi. ndr)

Questi ritmi pur essendo così radicati in una realtà tangibile non tralasciano mai di coinvolgere una dimensione non propriamente terrena. La sensazione è che coloro che suonano, cantano e recitano – e con loro, poi, anche il lettore- vengano trascinati su piano totalmente altro ma sempre attraverso una fisicità e una corporeità che a tratti diventa violenta ma che, forse proprio per questo, risuona di una eco ancestrale difficile da non percepire.

Allo stesso tempo i luoghi del testo vivono di una duplice rappresentazione. Le strade di Rua Zumbi dos Palmares sono il luogo in cui “il silenzio era duro e faceva soffrire” ma anche quello della vecchia che regala gli spiccioli ai ragazzi per comprare il cocco. I rifugi notturni dei vicoli della città sono perfetti per amare e per uccidere. Le taverne affogate di fumo e alcol sono anche il luogo degli incontri da cui partono le grandi vicende di lotta. Il porto e il mare regalano continuamente avventure e sciagure; è sulle banchine e sulle spiagge che si alimenta la speranza ma è da questi stessi lidi che si vedono galleggiare i cadaveri del sistema a cui sono costretti i neri di Bahia. Le piantagioni di tabacco, allo stesso modo sono il luogo della conquista dell’indipendenza individuale ma anche il simbolo di una schiavitù che sembra essere la condanna di un’intera comunità.

Antonio Balduino percorre tutti questi spazi e si dimena in tutti questi ritmi non perdendo mai nessuna delle sfumature possibili; più di ogni altra cosa però lotta “che litigare è bello come cantare, come sentire narrare una storia, come dire frottole, come contemplare il mare nella notte del porto” e al termine di questo viaggio iniziatico questa passione riesce ad assumere il valore di una vera e propria rivoluzione.

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