LA CITTÀ

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di Roberta Truscia

Una città monocolore, solo campi,
colline in fondo agli occhi: 
il diverso era così diverso che non si conosceva 
il modo di definirlo. 
Poi gli si diede un nome senza averglielo chiesto prima. 
Il diverso si notava senza volerlo ma volendolo, 
a dire degli altri, meritando, quindi, il dito puntato contro 
o dei metri attorno, lasciati vuoti.

Come quando la terra nacque: era tutto così verde
che gli animali vedevano solo per contrasto. 
Poi venne un’altra epoca 

-questo io chiamo progresso-

e diversi tipi di foglie si incrociarono, 
non ci fu più disgiunzione -dei colori
fu la rivoluzione. 

La stessa rivoluzione che vive la città
quando io mi avvicino a te che arrivi qui 
conoscendo così bene quello che hai lasciato, 
(che è il motivo per cui lo hai lasciato),
e così poco quello che troverai
(e se lo troverai)
e voglio sapere da dove vieni,
e voglio sapere che cosa vedi

e la collina davanti a noi 
diventa il cappello che io vedo 
e la gobba di cammello che tu vedi

e si colora.

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