La democrazia è una lista di paradossi

di Elena Caccin

What is Democracy? È un film ricco di spunti, ma a tratti un po’ confuso, forse vittima della sua stessa ambizione a causa della complessità del tema e delle mille prospettive da cui si può affrontare. Ci sono digressioni ampie sul contesto statunitense, greco e della migrazione, che sono spunti non banali ma tangenziali al dibattito sulla democrazia. Soprattutto il focus sulla situazione statunitense a mio parere depotenzia il film, dando ampio spazio a dinamiche interne ad un singolo stato (non necessariamente campione di democrazia e di diritti civili) e privando l’intero ragionamento della portata universale che invece il titolo promette.

Fatta questa premessa, però, c’è molto su cui ragionare. Il concetto che ricorre più spesso, e tela di fondo delle mie riflessioni, è l’equazione democrazia =giustizia. Il vero filo conduttore del film, almeno secondo la mia interpretazione, è la democrazia come un giusto equilibrio tra i gruppi della società e un’equa distribuzione delle ricchezze. Usando questi criteri come metro di misura, i pensieri che ne derivano non sono allegri, e i paradossi che emergono sono tutt’altro che risolvibili.

Denaro e Democrazia

A proposito di disuguaglianze, la povertà ha conseguenze dannose anche per chi non ne è colpito, e un merito del film è evidenziare questa problematica. Oltre ai costi sociali e sanitari, viene ricordato quanto diceva Platone, ovvero che in una situazione di estrema disparità i poveri seguiranno il primo demagogo che gli prometterà di spodestare i ricchi, e questo inevitabilmente porterà alla tirannia. La citazione viene seguita a ruota dalla voce di Donald Trump (multimilionario, proprietario di ville, aziende, azioni) che afferma che con la sua vittoria si darà il potere al popolo. Trump, come molti altri sedicenti paladini del popolo, ha in realtà concentrato il potere nelle sue mani e in quelle che già ne avevano in abbondanza. Si tratta di un paradosso messo a nudo nel film, a cui noi del Bel Paese sicuramente non siamo estranei.

Nel film vengono citate le multinazionali, la finanza, il capitalismo, come forme di astrazione del potere che diventa sempre meno accessibile al cittadino medio. È interessante ascoltare una storica italiana descrivere gli affreschi a Siena e raccontare che i semi del capitalismo moderno sono nati proprio nelle città italiane attorno al 1200, grazie alle prime reti di commercio create all’epoca. Ma una forma di governo basata sul commercio crea cittadini orientati al proprio benessere individuale e molto meno al benessere collettivo, poco disposti a ragionare in termini di gruppo e a condividere la propria fetta di ricchezza.

Rousseau infatti sosteneva che la fiducia nel benessere collettivo non è innata nell’uomo, e dev’essere coltivata. Come? La risposta la danno tre infermieri intervistati nel reparto di trattamento post traumatico a Miami: “spend much more on education and much less on guns and prisons”, investire di più nell’istruzione e di meno in armi e prigioni. Purtroppo, se chi è democraticamente eletto ha come priorità il proprio potere farà esattamente l’inverso, e spenderà i soldi che gli vengono affidati per cercare di perpetuare quel sistema che gli dà autorità.

E d’altronde, quanti tra i cittadini vogliono davvero essere liberi, e quanti invece preferiscono la percepita sicurezza di un’autorità che indica loro cosa fare e cosa pensare? Come può esserci democrazia, se i cittadini non ragionano in termini democratici, se nelle scuole viene insegnato ad obbedire sotto ricatto del preside, se molti non credono che le persone abbiano tutte pari diritti e siano ugualmente degne di attenzione?

Where the magic happens

C’è una scena piuttosto anonima nella struttura generale del film, ma che mi ha quasi commossa. Viene ripresa l’aula del parlamento di uno stato negli USA, sono inquadrati i microfoni, le sedie, il tasto a disposizione dei deputati per votare a favore o contro. E fa davvero tenerezza rendersi conto delle strutture che abbiamo costruito come esseri umani per proteggerci dal nostro istinto di dominazione, per cercare di ripararci dalla sete di potere e creare degli spazi di dialogo. Penso ai parlamenti, al loro funzionamento interno così complesso e allo stesso tempo estremamente necessario, una rete di salvataggio che impedisce ad una sola persona o a poche di accumulare tanto potere da impedire qualsiasi opposizione o dibattito. E mi sembra ironico che in nome della democrazia si voti chi disprezza un sistema tanto delicato, sicuramente imperfetto ma costruito con cura, e popolato anche da persone interessate e sinceramente impegnate.

“Noi” che ci governiamo

Da una prospettiva europea e statunitense, la comunità che si autogoverna, il ‘popolo’ invocato nei discorsi politici è definito da confini, delimitato dal concetto di nazione. Nel 2019 questo concetto è messo profondamente in discussione da tendenze contrastanti, tra cui l’affermazione di strutture sovranazionali da un lato, e l’identificazione dell’appartenenza a un gruppo secondo criteri in qualche modo più superficiali (es. il colore della pelle) dall’altro.

È fondamentale definire chi sia il “noi”, il popolo, come viene affermato anche nel film – e a mio parere si tratta di uno dei momenti salienti e più interessanti. Delimitare chi siamo noi che ci autogoverniamo è una precondizione per l’esistenza della democrazia. Decidere chi è dentro e chi è fuori dal cerchio, però, è un’operazione delicata, che nel corso della storia ha sempre portato con sé ingiustizia e discriminazione, escludendo dalla partecipazione alla vita pubblica le donne e le minoranze, ma anche creando nazioni artificiali e costringendo ad una collaborazione forzata comunità con culture non necessariamente compatibili.

La parola democrazia è stata usata ed abusata in tutto il mondo, per scopi validi o meschini, e sebbene la sua etimologia sia chiara il vero significato rimane fluido. Forse il vocabolo democrazia al suo interno ha ancora spazio per nuove sfumature, forme di autogoverno e di autogestione. Ce n’è chiaramente bisogno. Se una cosa è chiara, è che gli schemi del passato oggi non funzionano e non possono funzionare, perché sono basati sul sistema della maggioranza, del patriarcato e dell’oppressione delle minoranze.

Forse un nuovo modello lo stiamo creando proprio ora che il mondo ribolle. E’ una finestra di possibilità; come dice anche un ragazzo intervistato nel film, possiamo fare un gran passo avanti, oppure ritrovarci indietro di cent’anni.

E il pianeta?

Essendo la tematica così scottante, ed essendo io personalmente molto coinvolta in questi temi, i. Si dice che c’è bisogno di sviluppare un nuovo modo di pensare collettivo, ma che questo è possibile solo in comunità più piccole, locali, in cui ci si identifica come un noi. Ma se un governo a livello locale dovesse decidere una riduzione delle emissioni del 5-10% (come sarebbe necessario per evitare enormi catastrofi) non verrebbe mai eletto, perché chiederebbe ai suoi cittadini sacrifici così duri da non essere popolare. È compatibile la democrazia con il salvataggio del clima? Questa a mio parere è un’ottima, attualissima domanda. Se non salviamo il pianeta, potrebbe non esserci una specie umana di qui a cent’anni, e tanti saluti alla democrazia.

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