La fabbrica del vinile. Caparezza-Prisoner 709

Ecco che arriva uno dei momenti più difficili che sapevo sarebbe arrivato, il momento di parlare di un album con tante cose al suo interno difficili da esprimere al meglio. Quando c’è troppo da dire si rischia di non dire niente. Ho deciso di parlarvi di un artista che ho conosciuto più di quindici anni fa. Dopo aver consumato i suoi vecchi album non l’ho più ascoltato per un lungo periodo. In realtà dentro di me c’è sempre stata curiosità, che a volte tornava, finché ho deciso di ricominciare a seguirlo e notare la sua evoluzione intrecciarsi con la mia crescita. Quello che mi ha sempre affascinato è stato il suo attivismo attraverso la musica.

Negli anni Michele Salvemini, in arte Caparezza, non si è mai smentito. Unico il suo modo di utilizzare la potenza della musica per trasmettere messaggi importanti, quello che dovrebbero fare tutti i musicisti, secondo me, anche se non sempre è così.

Arriva all’improvviso sotto form di regalo questo doppio vinile “Prisoner 709 Escape Edition”, i regali belli che ti fanno tornare bambino, quei regali che non vedi l’ora di aprire. Caparezza mostra il suo genio, la versione Deluxe è piena di sorprese, dalla copertina lenticolare ai due LP passando per le dieci card fotografiche ed infine un CD. Per descrivere le 16 tracce una ad una ci vorrebbero pagine e pagine, i testi sono pieni di giochi di parole, di metriche intrecciate che necessitano di avere il testo a portata di mano per poterle apprezzare a pieno.

Quello che si nota al primo ascolto di questo album è il solito Caparezza che non si smentisce mai, riesce a creare un album che fa piacere ascoltare, questa volta si concentra su un argomento che potrebbe essere comune a tante persone, l’acufene. L’artista non si prende sul serio, non si atteggia, fa semplicemente la sua musica. In questo disco fa anche dichiaratamente una sorta di autoanalisi, senza preoccuparsi di piacere. Ogni canzone è come se fosse un capitolo di un libro che racconta una storia, un libro sulla prigionia in cui ogni brano e ogni parola ha un significato, pieno di dicotomie all’interno, aprirsi o chiudersi, compact o streaming, libertà o prigionia, bianco o nero come i due vinili dell’album.

“In tutto il disco mi sono divertito a trovare parole di sette o nove lettere, mi sono sentito intrappolato, ho voluto raccontare questo stato d’animo, io sono al centro del disco come voi in questo momento ribadisco – spiega seduto al centro dei giornalisti – io la musica la amo e la odio. Come ogni amore viscerale, l’oggetto che ami ti leva e ti regala qualcosa“. Così racconta il suo album in una intervista e ognuno di noi si può immedesimare in questi eterni dubbi. Solo accettando la finzione noi ritroveremo l’umanità” è la massima che domina “L’infinito” e forse tutta l’opera. Eccola, la finzione, come strumento per ritrovare l’autentico, l’umano, il vero. Per ritrovare l’umanità bisogna accettare che tutto sia finto, fingersi nel proprio pensiero. Così il prigioniero accetta la sua crisi, il suo bipolarismo, il suo disagio. Non resta che ascoltare tutto l’album per conoscere meglio un artista che mescola benissimo parole e generi musicali, unico nel suo genere.

Pino Puglisi

Caparezza.jpg

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: