La fabbrica del vinile. The Lumineers-The Lumineers

Esistono due modi per scegliere un concerto a cui assistere: il primo è andare ad un concerto dell’artista che ti piace molto, di cui conosci tutte le canzoni e le canti a squarciagola, il secondo è scegliere un concerto a caso, magari perché qualcuno te lo consiglia o semplicemente per curiosità. A me è capitato di assistere per curiosità a diversi concerti senza conoscere bene l’artista, in questi casi o ti annoi a morte o ti innamori perdutamente di quel gruppo. E’ proprio lì che è nata la mia passione per i The Lumineers.

Eravamo a Pistoia per il “Pistoia Blues Festival” a vedere gli Arctic Monkeys, avevamo un giorno libero e proprio quel giorno c’erano i The Lumineers, nel  2014 erano un gruppo poco conosciuto seguito da poche persone, la piazza mezza piena senza alcuna pretesa, caldo estivo e un cielo stellato da paura, entrati in scena a presentare il loro primo, omonimo e unico album uscito fino a quel momento, una potenza travolgente, una semplicità disarmante che ti coinvolge e ti fa godere improvvisamente una serata estiva che poteva anche passare ignorata.

La formazione base è un trio composto da Wesley Keith Schultz (chitarra e voce), Jeremiah Caleb Fraites (batteria, percussioni, mandolino, backing vocals) e Neyla Pekarek (violoncello, pianoforte, mandolino, backing vocals), ma durante i live il gruppo si amplia e diventa un quintetto con Stelth Ulvang (piano, fisarmonica, mandolino, tromba, trombone, contrabbasso, flauto, batteria, banjo, clarinetto, chitarra, glockenspiel, cori) e Ben Wahamaki (basso e chitarra fino al 2015), insieme si fondono in un unico corpo, Jeremiah passa dal suonare la grancassa della batteria, con un beat viscerale che si disintegra con la propria semplicità, a suonare, sopra il pianoforte, varie percussioni come se nulla fosse, ti incanta come uno dei migliori intrattenitori sa fare.

Le canzoni dell’album “The Lumineers” scorrevano veloci, dopo un’ora e mezza il tempo sembrava volare, inutile citare una per una le canzoni, vanno ascoltate tutte dalla più famosa “Ho Hey” conosciuta da tutti per una pubblicità televisiva, alle meno conosciute ma assolutamente coinvolgenti come “Stubborn Love” o “Big Parade”, la musica dei The Lumineers è folk nel vero senso del termine, ma non è il classico folk, è un insieme di sonorità perfettamente incastrate tra di loro.

A farmi innamorare di questo gruppo c’è la loro semplicità, visibile anche adesso che la loro portata e visibilità è notevolmente cresciuta, quella semplicità che li ha fatti iniziare suonando in casa delle persone, nel salotto di chi li invitava, sperando di lasciare un segno e di conquistare il mondo tre o quattro persone alla volta.

Giuseppe Puglisi

sdr

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