La storia di Rita Atria, che voleva volare

di Elisa
Di Dio

Giorni fa mi è capitato di condividere su facebook un articolo di una nota testata online su Rita Atria, diciassettenne di Partanna, una delle prime testimoni di giustizia, morta suicida: molti hanno lasciato un like al pezzo e hanno confessato di sapere poco di lei.  Rita in realtà, nonostante il suicidio, è stata l’ennesima vittima di mano mafiosa, appena una una settimana dopo l’attentato a Paolo Borsellino. Nata in  una famiglia criminale di Partanna, nel territorio di Trapani, la giovanissima Rita ha avuto il coraggio di ribellarsi alla logica mafiosa a causa della quale ha visto morire sia il padre che il fratello  Nicola. La cognata Piera, vedova di Nicola, e lei stessa, all’indomani dell’ennesima atroce vendetta compiuta sulla famiglia Atria, hanno deciso di spezzare il silenzio connivente e di parlare. 

Rita, in particolare, incontra sul suo cammino il giudice Paolo Borsellino: a lui racconta i retroscena delle relazioni fra malavita locale e politica, suscitando innanzitutto  l’immediata reazione della madre, che da quel momento la rinnegherà per sempre con gesti eclatanti, e un vero e proprio terremoto giudiziario nella Valle del Belice: grazie alle ricostruzioni sue e di Piera Aiello, uomini insospettabili, fra cui il deputato democristiano Culicchia, vengono arrestati e condannati. L’inchiesta, partita da quelle rivelazioni, indurrà però lo stesso giudice Borsellino, a far rientrare tanto Piera quanto Rita nel programma di protezione testimoni, che allora compiva i suoi primi passi. Le due donne vengono trasferite a Roma, in un palazzone sulla Tuscolana, in via Amelia. Siamo nell’estate del 1992, dopo la strage di Capaci. Al cinquantasettesimo giorno dopo l’attentato in cui perdono la vita il giudice Falcone, la moglie, Francesca Morvillo  e i suoi uomini , anche il giudice Borsellino viene fatto saltare in aria, in via D’Amelio, insieme a cinque componenti della scorta. È il 19 luglio del ‘92, l’estate atroce delle stragi. Sette giorni dopo, sempre di domenica, più o meno alla stessa ora, Rita si arrende. Non regge più il peso della solitudine che sente più forte e definitiva dopo la morte del “suo“ giudice, l’uomo che la chiamava Rituzza, la “picciridda”. Il volto buono e generoso dello Stato che l’ha aiutata a prendere coscienza dell’orrore che si consuma in quella valle macchiata di sangue e illegalità non c’è più. Rita compie quel gesto, dopo avere annotato nel suo diario, prima la speranza di un cambiamento, poi la disillusione e la disperazione, sopraggiunte dopo la morte del giudice

A gennaio del 2019 ho scritto un monologo, recitato da Elisa Giunta, giovane allieva attrice e alunna dell’IPS Federico II di Enna, al Real Teatro Santa Cecilia di Palermo in occasione del compleanno di Paolo, manifestazione organizzata ogni anno dall’associazione Agende Rosse e dal fratello di Paolo, Salvatore Borsellino. Di seguito, ecco il testo. Mi piacerebbe sapere che ne pensate e naturalmente è a disposizione di chi volesse metterlo in scena. 

Sarebbe un modo bellissimo per far tornare viva la voce di Rita.

Storia di Rita senza più forse

Nel buio parte un battito.
Un cuore, un metronomo
la cadenza di un respiro
un passo.

Una terrazza. In estate.
Mattoni rossi, un vaso con dentro una pianta assetata, una ringhiera che si affaccia sul cielo.

Foschia di smog e afa. Luci di tramonto.

RITA: La domenica è un giorno un po’ così. O ti senti felice, o ti senti più solo. È un giorno con dentro niente, un tempo regalato. Il giorno del Signore, diceva il prete in chiesa. Mi piace l’idea che da qualche parte si trovi un Signore, Dio, insomma. Qui in terra lui non c’è. Sarà in cielo. Perché se fosse in terra, non avrebbe dato a nessuno il permesso di sporcare di sangue innocente il suo giorno, il suo benedettissimo giorno. Una domenica fa, una settimana oggi, minuto più, minuto meno. Lo hanno ammazzato sette giorni fa, a quest’ora, a Palermo, sotto casa di sua madre. Ammazzando lui, hanno ammazzato me, orfana da troppo tempo, senza più nessuno, né Nicola, mio fratello, né mia madre, che mi ha rifiutata davanti a tutti. Amavo il padre imperfetto che hanno ucciso davanti ai miei occhi quando avevo 12 anni. Era un piccolo uomo d’onore e lo hanno freddato, e così mio fratello: anche lui immischiato in cose sporche di mafia e traffici, ma mi voleva bene, e come mi arruffava lui i capelli e come mi stringeva al petto per fare calmare i battiti del cuore impazzito, non lo sapeva fare nessuno.

Fu quando ammazzarono Nicola che mi misi in testa di andare a parlare con i poliziotti e i giudici per fare finire questo schifo di Mafia. Cambiò tutto. Smisi di essere la brava carusa, la figlia devota e piangente, la sorella annientata dal dolore. Una pazza, una ca parla assai, una ribelle da allontanare, rinnegare, prendere a calci, come quei cani che prima erano fedeli, poi, dopo le bastonate, si rivoltano contro: mordono e abbaiano. Rita questo è diventata, un cane rabbioso che si è strappata il guinzaglio e la museruola e parla, parla, parla e fa nomi, e ricostruisce fatti e legami e sulla strada di questa rivolta si è trovata di fronte un giudice. Il mio giudice, il mio (sorride)… che mi sarebbe piaciuto averlo come papà. Che male c’è a dirlo. Con lui mi sentivo a casa. La casa di tranquillità e luce che non ho mai avuto. La casa delle parole dette con amore. La casa dei sorrisi e della gentilezza. Il giudice Borsellino aveva una figlia della mia età. Quando me ne parlava io un po’ di gelosia la provavo. Quanto mi sarebbe piaciuto essere come lei, stretta nell’abbraccio di un padre giusto che sta a vegliare sul male, per domarlo, per non farlo vincere. Un figlio amato da un padre così cresce senza paure, cresce sapendo la strada.

Ora io e lei un po’ sorelle però lo siamo. Piangiamo senza lacrime la sua morte. È passata una settimana. Sette giorni, un determinato numero di ore, minuti, secondi. E io sono qui, in questa città di paura. No, Roma non fa paura a nessuno. È la città più bella del mondo. Ma per me è il vuoto di tutto, ed è la fine. È stato lui, il dottore Paolo, a volere il mio trasferimento qui. Per salvarmi da quelli che mi vogliono ammazzare, per proteggermi. Potevo starmene zitta, calare la testa, guardare e non vedere, accettare quella logica, tramandarla ai miei figli e ai figli dei miei figli. Invece no. È passata una settimana dal quel botto che ha squassato anche me. Non sono viva da una settimana. Da quando lui non c’è più. Mangio, bevo, dormo, telefono. Ma sono già morta. Non è questo che mi preoccupa. Si muore una volta sola, quando non si ha paura. Più brutto è non essere amati da nessuno. Andato via lui, nessuno sa più dire un parola d’amore per me. Che strano luglio, che strano vento abita la terrazza oggi pomeriggio, qui, al settimo piano. Com’è lontana la strada da qui. Com’è vicino il cielo, com’è grande e vuota questa domenica senza speranza. Disperata, ecco come sono. Nel mio diario, da qualche parte, avevo scritto parole di speranza, avevo scritto che non bisognava arrendersi mai. Avevo scritto che oltre la mafia c’è un mondo fatto di cose belle e semplici e pure, un mondo dove sei trattato per ciò che sei, non perché sei figlio di questa o quella persona, o perché hai pagato un pizzo per avere un favore. In quella pagina di diario di qualche mese fa, avevo gridato il mio diritto al sogno di un mondo diverso. E avevo detto che forse, se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo. Avevo scritto quelle cose perché c’era lui. Ma adesso? La pagina rimane bianca e la speranza è l’unico gioco che non mi sento più di giocare. Vince davvero chi è più bravo a truffare la vita? Non ho più forse dentro di me. Ho la certezza che lo Stato mafioso vincerà e quei quattro scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Fatto. L’hanno fatto. Gli scemi che ho amato di più, senza speranza, senza parole , senza una carezza me li hanno ammazzati. Borsellino mio sei morto per ciò in cui credevi, ma ora capisco che insieme a te sono morta anche io. Un merito grande ce l’hai, caro giudice: mi hai fatto capire la differenza fra sete di vendetta e sete di giustizia, mi hai dato i pensieri per capire da dove cominciare a combattere questo male grande. Ma oggi sono stanca. E sola. E l’unico gioco da giocare in questa domenica strana, di un luglio senza sole, è quella di provare a volare, qui, da questo settimo piano, su in cielo. Per tornare a parlare con te.

Rita sale sulla ringhiera
Salta nel vuoto
BUIO 

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