LA STRANA ESTATE

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di Elisa Di Dio

Luglio è l’estate senza mezzi termini, il suo trionfo e l’annuncio stesso della fine. 

A luglio, più che ad agosto, si cede il passo alla felicità di un respiro più libero, meno opprimente. Di solito è il lavoro che dà una tregua, o magari lo studio, luglio in questo senso per me, durante gli anni universitari, era il mese dello slancio finale in vista del traguardo, una o più materie da preparare e presentare, tanti spettacoli in giro per le piazze siciliane e finalmente il mare. Il caldo alleggerisce, impone discernimento e l’arte della parsimonia nei gesti e nelle azioni. Le temperature si alzano, la voglia di agire vien meno. In estate si dovrebbe aspirare a essere, più che a fare, i picchi del termometro potrebbero diventare un Itinerarium mentis in Deum, una mistica della meteorologia, un valido esercizio di elevazione del pensiero: quello, di sicuro, non suda. Si entra in un benefico stato di torpore: chi può si stende sotto il sole, su una spiaggia, chi non può trova in campagna, nei giardini e nelle ville urbane, sulle rive dei laghi, refrigerio. In questo senso l’entroterra, pur privo del mare, offre spazi ampi di ombra e distensione.

Ecco, ho scritto questo inizio immaginando l’estate come dovrebbe essere per tutti, al netto di sofferenze, angosce, paure legate a salute, lavoro, problemi di disparata natura. In realtà, proprio mentre metto insieme queste parole per il blog, il piccolo balcone di casa è aperto sull’attesa della pioggia. La severa facciata del Liceo Classico cittadino, le macchine posteggiate, i fiori punteggiati di gocce rotonde, i colombi titubanti, qualche raro passante, aspettano, dopo l’acqua violenta del primo pomeriggio, l’ondata imminente preannunciata dal vento nervoso che va, viene, sbuffa calura e gira. Estate anomala, estate a pezzi, frame di una stagione, tutto sembra uguale, niente è come prima. Impera solo la certezza che il tempo disfa e trasforma, prima che la superficie delle cose, il dentro, l’anima del mondo i labirinti che portiamo in noi. Brancoliamo nel dominio beffardo del dubbio. I Santi, persino quelli potenti e invocati come altri mai, Rosalia e la sua corona di boccioli, sguardo di cielo, nulla sembra che possano contro queste unghiate del clima, mentre il Virus è il drago-salamandra che punta la coda squamosa e la vampa del suo mefitico fiato contro il mondo; dalle nostre parti sonnecchia, ma promette cupe resurrezioni. Non ci sono più le estati di una volta. Sembriamo soggetti buoni per un nuovo Giardino delle delizie, nelle visioni di Hieronymus Bosch.

Distanziamento è la nuova parola d’ordine, mentre il disordine delle cose dilaga. Due giorni fa in profumeria ho chiesto una bb cream resistente alla mascherina. Ho inoltrato la richiesta a una commessa, che dall’altro lato del banco fregiato di marchi super luxury, mi ha risposto da dietro la sua mascherina. Ero convinta che mi avrebbe risposto che non può esistere una texture leggera e nello stesso tempo resistente al punto tale da sopportare la temperatura elevata e il tessuto non tessuto del noto dispositivo sanitario. Mi sbagliavo: esiste, è già in commercio. Finché ci sarà un marketing così allenato a rispondere a emergenze e catastrofi, avremo di che preoccuparci e nel contempo rallegrarci, non so, a seconda dei punti di vista. Moriremo o planeremo su malattie  e cataclismi con un aspetto healthy e glowy. Niente paura, verrà la morte e avrà i giusti filtri.

Divago.

Dicevo del distanziamento. Fortunatamente ho ripreso a lavorare e a recitare. Per la ricca rassegna MUME20 OFF, organizzata da Clan Off Teatro, per la rete teatrale di Latitudini, guidata da Gigi Spedale, ritorna Didon now di Compagnia dell’Arpa e Decalé,  della drammaturga Lina Prosa.

Nuove prove, nuovi progetti di qualità di cui presto racconterò su Scena Singolare femminile, e nuovi eventi a Enna, grazie alle iniziative del BookStore Mondadori  guidato dalla brava Valentina Rizzo. Tante serate organizzate con la collaborazione dei commercianti, dei bravissimi ristoratori, dei collettivi d’arte come Garage Arts Platform, di autori, autrici, artisti siciliani e non solo. Io chiuderò il 22 con la lettura dei testi di Sergio Trapani. Vi segnalo, a tal proposito il suo  libro, Di nebbie e di assenze e se proprio mi e ci volete far felici, venite ad ascoltare e vivere la lettura dal vivo in Piazzetta Bovio. Prima ancora, il 21 luglio, vi aspetto e non sarò da sola, ma in magnifica compagnia, sulle rive del Lago Nicoletti, divenuto oramai come è nel destino di tutti gli specchi d’acqua che si rispettino, un locus amoenus  amato e ambito. Dopo la trionfale  presentazione di Allerta meteo per amanti, infatti, ritorna la scrittrice, giornalista e artista Elvira Seminara a raccontare I segreti del Giovedì sera, suo nuovo insolito romanzo, pubblicato da Einaudi. A conversare con lei ci saranno tre acute lettrici del profondo, letterario e d’anima: Livia Perricone, Francesca Alessandra, Stefania Avola. Io con gioia leggerò pagine del libro. Segnatevi questi eventi: garantisco che rendono più luminosi delle bb cream che cerco affannosamente in profumeria. Strano a dirsi, ma la letteratura, l’arte, la poesia sono gli ultimi frangiflutti contro la corrente rovinosa che  tutto rischia di sommergere: metaforicamente, è chiaro, ma accontentiamoci, per il momento. 

Ultime note prima di salvare sul desktop e chiudere il pezzo: qualche sera fa, in attesa di andare in scena (poi lo spettacolo è stato rinviato per il maltempo, saremo a Messina nuovamente il 17 agosto) mi sono ritrovata a fare un giro negli spazi  riaperti al pubblico del Museo Regionale di Messina. A cominciare dall’ingresso, giardino che raccoglie essenze arboree mediterranee meticolosamente annotate su schede, accanto a porte monumentali, fregi di chiese barocche, teste marmoree dalle espressioni grottesche e iperrealiste, tutto è stupefazione e meraviglia. Il terribile  terremoto del 1908 sembra che abbia catapultato lì, solo un attimo prima, fra il timo e l’aneto, la lavanda e la ginestra, pezzi della città passata. Di fronte sta lo Stretto e le sua acque profondissime, lo spazio metafisico di D’Arrigo e del suo Horcynus Orca. Penso a  ‘Ndria Cambria – che- arrivò al paese delle femmine, sui mari dello Scilla e Cariddi. Mentre provavo sul palco allestito all’esterno, mi passavano davanti i traghetti e ho immaginato me, come nuova Didone che grida al suo Enea lo sfregio dell’abbandono, e lui, anonimo viaggiatore del ventunesimo secolo, imborghesito, spogliato dei disegni divini e imperiali da realizzare, che paga il suo biglietto e con la sua Panda, sul sedile posteriore il trolley infame  della fuga, si mette in coda ai traghetti. Ancora una volta immagino senza un ordine prestabilito, come sempre preferisco il trekking del pensiero fuori strada, alla camminata su corsia riservata. Sono anche entrata all’interno del museo per visitarlo: personale gentilissimo, opere che vanno da alcuni millenni prima di Cristo al contemporaneo, passando per Antonello Da Messina, Caravaggio, le sublimità scolpite da Laurana, Gagini  e le loro rispettive botteghe, i fiamminghi, e poi  Minniti e Filippo Paladini, Montorsoli e una cripta con i sedili in pietra che raccoglievano i cadaveri dei notabili con tanto di foro  per la colatura degli umori corporei. Tutto questo splendore, però,  si trova in sale rigorosamente non climatizzate dove  le temperature sfiorano i quaranta/quarantacinque  gradi, con inevitabile  danno delle opere esposte. I gentilissimi addetti alla custodia hanno ribadito che si tratta di un guasto e si sta provvedendo alla riparazione dell’impianto.

Chiedo per un amico:

ma la Ferragni non potrebbe fare un salto random, così, a caso, anche nei musei siciliani chiusi o con evidenti criticità e provare a sensibilizzare opinione pubblica e istituzioni per risolvere problemi del genere? Ha fatto scalpore la sua visita agli Uffizi, io dico che se i simulacri del divismo contemporaneo si intestassero cause di questo genere, ben vengano a ciabattare  fra le sale dei musei siciliani. 

Il resto delle chiacchiere, fra sponsor, dichiarazioni estatiche di direttori, lanci di agenzia manco si trattasse di un capo di Stato, commenti di haters, mi sembra abbastanza tautologico, un déjà vu che non mi appassiona.

Per ritornare al Museo, appena fuori, sulla strada , di fronte a ciò che resta degli storici edifici della Dogana e delle filande di seta, troneggiano cumuli di spazzatura bagnati dalla pioggia di questo luglio crudele.

Siamo irredimibili, noi siciliani? E la politica siciliana che fa?  Le domande del sondaggio su una prossima, possibile storia di Instagram, siore e siori! Ma forse avremmo bisogno di qualcosa di più per farci sentire. Forse. 

Alla prossima; leggeteci su Terra Matta, e vediamoci dal vivo in queste sere, negli spazi franchi concessi da ciò che resta di questa strana estate.

Didon Now

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