L’arte di Anna Cercignano: dall’esigenza di raccontarsi all’emancipazione della donna.

di Salvo Balistreri

Da dove nasce la tua passione per il fumetto e le illustrazioni?

Sin da piccola mi è sempre piaciuto fare storie a fumetti. Siamo tre sorelle e ci è sempre piaciuto recitare e inventare, e io, essendo quella con più iniziativa, ero anche quella che dirigeva. Dopo ho fatto il liceo artistico e la scuola internazionale del fumetto a Firenze ma non ho proseguito. Per tanti anni ho dato la colpa alla scuola di fumetto, e in parte era così. Queste scuole ora sono migliorate molto, forse c’è stato un cambio generazionale o forse il mondo del fumetto si è ampliato. O forse non ho continuato per paura delle critiche che avrei potuto ricevere. Poi un giorno, anni dopo, sentivo un malessere, un bisogno, quando c’è qualcosa che ti piace non riesci a non pensarci. Quindi ho deciso di mettermi in gioco e affrontare la paura di dire qualcosa che aveva già detto qualcun’altro. Il seme della gioventù, che è un seme genuino, non contaminato, ti rimane dentro, magari si trasforma in qualcos’altro, ma è importante chiedersi da dove si è partiti, cosa si è diventato e cosa vogliamo diventare. Ho ricominciato con una storia che poi non ho pubblicato. Avendo fatto tantissimi lavori diversi, raccontavo delle mie esperienze con i centri per l’impiego.

Hai scritto “Vita, l’aborto di un paese civile”, una storia autobiografica a fumetti, pubblicata su Stormi.info, che parla di aborto. Quali sono state le difficoltà di raccontare una storia così personale?

Scrivere “Vita” l’ho vissuta proprio come un’esigenza. Inizialmente l’ho disegnata su un’agenda, sentivo veramente bisogno di raccontare questa esperienza agli altri. Ho impiegato molto tempo per scriverla perché ho davvero sofferto per ogni pagina. Quando scrivevo dovevo essere sola in casa, non volevo nessuno intorno, avevo bisogno di buttare fuori delle emozioni anche se non sono riuscita a tirarle fuori tutte. Per la prima volta sono finalmente riuscita a parlare di quelle sensazioni. Non è stato facile, è stato doloroso ma era necessario farlo. Oggi più che mai bisogna parlarne, non deve essere più qualcosa di nascosto. Forse qualcuno non vede bene la cosa, qualcuno si chiede come sia possibile mettere in piazza tutto questo. Ho raccontato solo il 50% di quello che mi è successo perché io stessa non volevo cadere nel vittimismo.

Ho tenuto tutto per me, sono stata obbligata a farlo, perchè se avessi coinvolto la mia famiglia nelle mie sofferenze sarei stata condizionata nella scelta. Anche le uniche due persone che mi stavano accanto in quel momento non comprendevano cosa provassi, questo ho preferito non scriverlo per evitare la compassione, ma il senso di solitudine è stato assoluto: una sensazione di abbandono totale. Non dovrebbe essere così.

“Vita” inizia mostrando parti del mondo dove l’aborto viene condannato con il carcere. Secondo te in Italia a che punto siamo con la parità dei generi?

Quello che è spaventoso, come emerge anche nel fumetto, è che non solo non siamo ancora arrivati a uno stato di diritto dove puoi scegliere liberamente per te stesso, ma abbiamo anche l’esempio di altri paesi dove i diritti vengono calpestati e, purtroppo, sembra quello l’indirizzo verso il quale vogliono spingerci. Abbiamo avuto e abbiamo ancora donne e uomini che si battono per la parità e spiace che ciò che emerge siano invece i fondamentalisti, perché è quello che fa comodo a chi si oppone alla parità: “Allora cosa vuol dire che se sei incinta puoi abortire al nono mese?”. Come in tutte le cose ci sono gli estremismi, ma quello che bisogna fare è arrivare prima alla libertà del proprio corpo e poi, raggiunta la parità, si può discutere sui limiti da non superare.

Vivi a Tolosa, in Francia, da due anni. Come mai questa scelta?

Sono state molte cose che mi hanno portato a questa scelta. Io personalmente dopo un certo periodo ho bisogno di cambiare. Forse è una peculiarità che appartiene alla nostra generazione, trovare equilibrio nella precarietà. L’equilibrio a volte mi fa paura, sono proprio abituata a smuovere il terreno sotto i miei piedi. Forse devo darmi una calmata [ride]. Però dopo l’esperienza dell’interruzione di gravidanza ho fatto molti lavori, vivevo in una casa che mi piaceva molto e avevo capito che volevo fare fumetti e per questo dovevo lavorare molto, ma dove andavo a lavorare non ricevevo rispetto e questo mi feriva. Ho avuto il bisogno di uscire dal mio paesello di provincia e di vivere in un paese che mi offrisse delle politiche sociali migliori. In Italia e in un paese così piccolo dovevo scegliere tra la mia indipendenza e il lavoro di fumettista, non c’era una via di mezzo. Quindi mi sono detta “Ho bisogno di aprire i miei orizzonti, mollo tutto e vado all’estero”. Sicuramente devi sapertela giocare, ma ci sono delle politiche che permettono di avere un rispetto diverso, ti senti meno schiavo. Forse sono capitata nei luoghi giusti e nella città giusta, ma l’approccio al lavoro è meno da pazzi rispetto al nostro.

In futuro hai intenzione di continuare a parlare di temi sociali così importanti?

A me non piacciono le cose fini a se stesse. Nella vita tutto quello che ho fatto me lo sono dovuto guadagnare e le tematiche sociali mi appartengono. Mi muovo di pancia. Ci sono dei temi che mi sono cari. Sto lavorando a una storia che parla di una mamma che ha perso il diritto della custodia della figlia. Il tema dell’educazione mi interessa moltissimo, ho lavorato con bambini e adolescenti e queste esperienze mi hanno lasciato tanto dentro.

Inoltre, in questo momento della mia vita, sto provando a dirigermi sul mondo dell’illustrazione che è un aspetto del disegno che mi interessa. Ho fatto delle illustrazioni a tema erotico dove, ricorrendo alle principesse delle fiabe, soprattutto Disney, sfrutto il loro storico, conosciuto da tutti e cerco di inserirvi il messaggio di riappropriazione del corpo da parte delle donne. Cerco di sfruttare il canale dell’erotismo per veicolare un messaggio, spero che arrivi e non sembri fine a se stesso. Nelle mie illustrazioni la donna è libera.


Tra gli altri tuoi lavori spicca la graphic novel “Ken Saro-Wiva. Un ribelle romantico”. Il libro parla di questo attivista africano che combatte e viene ucciso per i diritti del suo popolo. Cosa ti ha ispirato di questa figura?

Innanzitutto mi ha colpito il dover lavorare con un personaggio africano, perché è proprio un continente che non conosco e non so perché fin da giovane avevo un’irrazionale paura della Nigeria (paese d’origine di Ken Saro ndr). Non so come mai, a casa avevo un mappamondo e avevo questa strana convinzione. Quando mi è arrivata la proposta di illustrare questo libro ho iniziato a interessarmi a Ken Saro e al suo popolo. Per la prima volta mi sono affacciata, anche visivamente, ai tratti distintivi di questa popolazione. Fino ad allora, avevo sempre disegnato occidentali. Quindi, stando in Francia, dove c’è veramente una bellissima mescolanza di genti e culture, ho iniziato a osservare queste persone. Ho cominciato a fare amicizia con la loro fisionomia. Poi ho letto i libri di Ken Saro, per capire chi fosse, per avere anche una mia idea su questa figura e ne sono rimasta veramente conquistata. Ho cercato più materiale possibile, ma non è molto semplice. Non è stato semplice nemmeno trovare immagini nitide su cui lavorare. La sua storia mi ha affascinato e spero si possa vedere dal libro.

Il tema del libro è sicuramente il neocolonialismo. Poche settimane fa abbiamo sentito esponenti del M5S e FdI esporsi contro le politiche francesi rispetto le ex colonie e in particolar modo contro il Franco CFA. Secondo te le polemiche sono state sollevate in maniera strumentale? Secondo te è importante combattere l’indifferenza rispetto a queste tematiche?

Il colonialismo è una brutta pagina della storia dell’umanità, del passato e del presente. Sicuramente è importante valutare da chi provengono queste critiche, magari da chi lascia morire la gente in mare. Il problema è lo sfruttamento di un territorio e delle sue risorse in maniera indiscriminata. Non è concepibile che una popolazione, come quella nigeriana, che ha una ricchezza come quella sotto i piedi, non possa andare a scuola, non abbia i mezzi pubblici o la sanità. Una contraddizione inaccettabile.

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