LE ALI DELLA LIBERTÀ di Frank Darabont

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di Salvatore
Di Venti

Titolo originale: The Shawshank Redemption
Lingua originale: inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d’America
Anno: 1994
Durata: 142 min
Rapporto: Widescreen
Genere: drammatico
Regia: Frank Darabont
Soggetto: Stephen King (racconto)
Sceneggiatura: Frank Darabont

Credo che delle volte i film possano essere considerati come delle persone, si presentano in particolari periodi della tua vita pieni di quesiti portando con sé  risposte che influenzeranno il tuo modo di reagire e di vedere le cose.

Le ali della libertà, film del 1994 scritto e diretto da Frank Darabont, con protagonisti Tim Robbins e Morgan Freeman, è uno di quei film/persona in grado di stimolare curiosità e forti emozioni.

È tratto dal racconto di Stephen King Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, pubblicato nella raccolta Stagioni diverse. Maine, fine anni 40, il giovane bancario Andy Dufresne (Tim Robbins) viene condannato a due ergastoli per l’assassinio della moglie e del suo amante. L’uomo, che si dichiara innocente, finisce nel carcere di Shawshank, dove vivrà un’esperienza piena di umiliazioni e violenze, illuminata, tuttavia, dalla bellissima amicizia con un altro detenuto, Ellis Boyd ‘Red’ Redding interpretato dall’immenso Morgan Freeman.

Guardare questo film, a mio parere, è come un tuffo in un oceano, mondo non visibile a tutti, del quale sconosciamo praticamente tutto, un viaggio nelle profondità più oscure correndo il rischio di non poter più risalire a galla e di restare senza ossigeno. 

Un’intera visione in apnea quella che ci propone dunque il regista all’interno di un carcere che non lascia via di scampo, nessuna soluzione se non quella di startene seduto a osservare le subdole dinamiche tra carcerati, guardie e superiori corrotti, nella speranza di poter riemergere e continuare a respirare l’aria pura che spesso non riusciamo ad apprezzare pienamente.

Educare attraverso la paura, questo sembra essere  il vero intento di Frank Darabont. Descrive le condizioni all’interno del carcere portando in scena i sentimenti di uomini che, svestiti dai crimini commessi, indossano semplicemente l’abito dell’essere umano. Con l’aiuto di un’ineccepibile sceneggiatura e di magistrali montaggi, della bravura degli attori e della totale assenza di figure femminili, il regista crea una vera e propria prigione psichica, dove amicizia e speranza sono le uniche vie d’uscita.

Qualsiasi ruolo ci è stato cucito addosso o che abbiamo scelto volontariamente di ricoprire, ricordiamoci che esiste una condizione che ci accomuna tutti, quella di “ESSERE UMANI”.

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