LE INTERMITTENZE DELLA MORTE – José Saramago

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di Amalia Ruffolo

Le intermittenze della morte
José Saramago, Feltrinelli, 2017

Il giorno seguente non morì nessuno.”

Questo l’incipit del romanzo, sono queste le parole con cui Saramago ci regala una delle sue realistiche, attente e incredibilmente profonde rappresentazioni del genere umano.

Il grande quesito è solo uno, come reagirebbe una società se all’improvviso si smettesse di morire?

L’autore con la delicatezza e la poesia di cui è capace solo una mente, un cuore e una penna che non smette mai di guardare agli uomini con ironia e senso critico ci racconta di un paese non identificato in cui ciò che più si teme e che si cerca di allontanare non solo dal proprio corpo ma anche dalla propria mente si riconosce all’improvviso come il fattore di equilibrio su cui si struttura un’intera società. Le bandiere nazionali spuntano sui balconi in segno di vittoria e allo stesso tempo le persone attraversano i confini per morire, lo stato li militarizza e poi ne cede la gestione alle organizzazioni criminali, la chiesa confessa di temere una sua disfatta in nome della mancanza della paura che più stringe gli uomini intorno alla preghiera, gli ospedali si rivelano incapaci di gestire i moribondi che si ostinano a non morire nei propri letti.

Devo spiegare che l’intenzione che mi ha portato a interrompere la mia attività, a smettere di ammazzare, a rinfoderare l’emblematica falce che fantasiosi pittori e incisori d’altri tempi mi hanno messo in mano, è stata di offrire a quegli esseri umani che tanto mi detestano una piccola dimostrazione di cosa sarebbe per loro vivere per sempre, cioè eternamente, anche se detto fra noi due, signor direttore generale della televisione nazionale, devo confessare la mia totale ignoranza se le due parole, sempre ed eternamente, siano tanto sinonimi quanto si creda generalmente”

Allora torna, torna con una forma diversa, con un escamotage tutto nuovo, ma c’è qualcosa in questo sistema che sfugge anche al suo controllo: la morte è bella, è bella come “un verso il cui senso ultimo, se è possibile che ciò esista in un verso, sfugge continuamente al traduttore” ed è questa bellezza che incontrando un uomo finalmente capace di coglierla nel suo pieno manifestarsi altera ancora una volta quel sistema così precario e fallibile di cui facciamo tutti parte.

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