Leggi che ti passa. Sofia si veste sempre di nero – Paolo Cognetti

Sofia si veste sempre di nero, Paolo Cognetti, Mininum fax, 2012

Paolo Cognetti con le parole di Sylvia Plath ancora prima di iniziare la lettura del suo romanzo annuncia al lettore:

Morire

è un’arte, come tutto il resto.

Io lo faccio in un modo eccezionale.

Io lo faccio sembrare un inferno.

Io lo faccio sembrare reale. Ammetterete che ho la vocazione.

La Sofia di Cognetti sembra avere questa stessa vocazione ed è così che cattura l’attenzione di chi legge.

È con questo indizio che l’autore ci porta a percorrere le tracce che la protagonista lascia sulle pagine, per arrivare poi a svelare un’altra verità su questa esile figura e su quello che vuole rappresentare: Sofia infatti “a spogliarsi non aveva problemi; però si rifiutava di morire.”

È un personaggio che si delinea nella penombra, non viene mai apertamente descritto ma chiede al lettore, nel corso di tutto il romanzo, di essere ascoltato. Perché Sofia e il suo essere così apparentemente devota all’arte del morire, si rivela una donna che nel mettere in scena la propria fine, si ribella in realtà alla continua e passiva morte in cui si muove chi la circonda.

Il romanzo di Cognetti è strutturato in dieci capitoli, definibili come potenzialmente autonomi ma che costituiscono un unico e estremamente evocativo quadro di una realtà raccontata e descritta spesso ma raramente con la semplicità e la naturalezza con cui l’autore la presenta in queste pagine.

Sofia si veste sempre di nero è la vicenda di una giovane donna che affronta i limiti posti da un padre in apparenza debole e così banalmente borghese ma che infine, proprio quando “aveva appena cominciato a morire, si convinse di essere un uomo semplice in mezzo a donne complicate”; da una madre che oscilla tra un fortissimo impulso alla vitalità e un continuo desiderio di oblio e da tutta una serie di incontri che vorrebbero darle un ruolo e una forma, di figlia, di nipote, di attrice e di amante, un ruolo che riesca a chiuderla in una etichetta in cui riconoscersi mentre lei cerca continuamente di perdere i propri contorni immersa in un cappuccio nero o in una vasca stracolma di acqua calda e dietro il fumo delle sue infinite sigarette.

Sofia così come gli altri personaggi del romanzo, dai genitori alla zia, dal giovane pirata Oscar, a Leo a cui “[…] non gli va di essere identificato con un mestiere. Dice sempre che lui fa queste cose, ma è una persona, punto” fino ad arrivare a Juri e Pietro e ai loro sogni d’oltreoceano, sono il disegno di chi prova, come spiega la protagonista, ad essere felice adesso.

Ogni personaggio nasconde questo aspetto messo in evidenza grazie alla relazione con Sofia ma tutti, paradossalmente, nel farlo le si rivelano ostili. La protagonista, rispetto al resto delle figure che la circondano ne è consapevole e sceglie di rivendicare questo suo tentativo mentre chi le sta attorno decide di nascondere l’impossibilità di questa rivendicazione dietro le attese di una società che non vuole riconoscerla.

Da qui il gioco della narrazione, i ruoli capovolti: le bugie di una bambina turbata diventano la verità dei turbamenti degli altri, la ormai classica adolescente problematica diventa lo specchio attraverso cui si riflettono le problematiche di chi invece si presenta come coerente a sé stesso e alla propria realtà.  

Paolo Cognetti con una leggerezza formale che non scade mai nella superficialità del linguaggio riesce a intrecciare questi percorsi, a farli muovere lentamente, a raccontarli al lettore dando alla narrazione lo stesso tempo che pare vivano i personaggi. Un tempo che si muove sempre in due dimensioni: quella sociale, del lavoro in fabbrica, delle visite mediche dell’ospedale psichiatrico e dell’accademia di teatro e quella personale, in cui c’è lo spazio per essere pirati e per fumare delle sigarette metafisiche, per tornare a una famiglia messa da parte in nome della militanza, per dedicare la propria vita a un film che sarà un fallimento o anche solo all’attesa, quella di un libro che aspetta di essere scritto.

La Sofia di Cognetti quindi, si veste sempre di nero ma perché è così che riesce ad evidenziare quanto sia nera in realtà, l’ombra di chi la circonda.

Amalia

sofia

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