Li funnurisi su’…

di Elisa Di Dio

Tempo di lettura: 4 minuti

 “Li funnurisi su’ na cuntrata, unni un si vidi mà lusciu di luna, la strata iè fitusa e malandata e sunu ancora cu li lampiuna”. 

Così ancora veniva descritto il quartiere di Fundrisi, in un giornale locale degli anni Venti, secondo quel che ci racconta Gaetano Vicari nel suo libro: “Conoscere Enna attraverso la storia dei quartieri” (Editrice Il Lunario, Enna 2012)

Parto da questa citazione, facendo riferimento a mia volta a  un dettagliatissimo post presente sulla ricca pagina Facebook denominata  Enna dal mio punto di vista. Parto da parole che mi ritornano sempre in mente ogni volta che mi trovo, anzi mi perdo fra le stradine labirintiche del posto. Fundrisi altro non è che un luogo che racconta una storia di deportazione e integrazione dapprima forzata, poi via via sempre più armonica. Un luogo che a cavallo fra Trecento e Quattrocento fu popolato da genti prese a forza  da altre contrade dell’entroterra, nel contesto di lotte di dominio e possesso fra latini e aragonesi; un luogo di esilio dentro i cui confini si misurava, attraverso il rifiuto, l’oppressione fiscale, lo stigma, la distanza dal resto della popolazione ennese. La frattura si ricomponeva in modo temporaneo solo in alcuni periodi dell’anno, poi si ritornava all’antica consuetudine dell’esclusione. Nei vicoli risuonava un dialetto foneticamente distante da quello parlato nel resto della città, mentre il lavoro prevalente era quello artigianale a opera di uomini e donne intenti, da mattina a sera, a tenere bottega per assolvere a  bisogni tanto immediati quanto elementari e vitali, legati com’erano al lavoro dei campi e a quello domestico. Lungo una stradina posta a ovest rispetto al resto dell’abitato, sovrastata dalla chiesetta dello Spirito Santo, sta la Porta di Janniscuro, uno degli accessi alla città, l’unico sopravvissuto alla distruzione avvenuta con il sopraggiungere tumultuoso del cosiddetto progresso. Janniscuro occhieggia sul declivio ripido che sovrasta l’abitato di Enna Bassa con le sue pietre bene accostate, i conci regolari, le mura possenti e solide, intorno stanno testimonianze rupestri risalenti, sembrerebbe, al neolitico: è così bella ed eloquente la Porta, da sembrare immune al passare del tempo e all’incuria del luogo circostante, ma non è così. Soffre Janniscuro per l’abbandono, la volgarità di chi usa questo pezzo di città, che si fa campagna, storia, leggenda, come una vera e propria discarica. Eppure questa parte dell’abitato potrebbe diventare tappa ideale di un itinerario turistico d’eccellenza. Se solo lo si volesse. 

Fra le azioni promozionali non di superficie, ma realmente immerse nella vita quotidiana e nello spirito dei luoghi, si possono annoverare sicuramente Funnureasy, che ha avuto luogo lo scorso mese di luglio grazie all’iniziativa di diverse realtà culturali e di promozione sociale, prima fra tutte Garage Arts Platform, con Claudio Renna e Mario Margani. Durante le ore intense e visionarie di Funnureasy abbiamo parlato del bello della lentezza, contrapposto al mito falso e ansiogeno della velocità. Poi è arrivato lo Janniscuro Fest, ideato anni fa da Francesco Mungiovino, oggi lontano dalla sua terra per ragioni di lavoro, e subito adottato con entusiasmo da associazioni, cittadini, artisti, commercianti. Quest’anno, partito forse un po’ in sordina, probabilmente anche a causa della collocazione nella parte finale del mese di settembre, Janniscuro fest animato dalle mille attività proposte dall’Associazione Fundrò, guidata dalla professoressa Giuseppina Giliberto, ha, poco a poco, catalizzato energie ed entusiasmo di tanti cittadini e non solo degli abitanti del quartiere, dimostrando una vitalità contagiosa e genuina. La Porta è tornata a splendere di innumerevoli luci grazie al Comune: per due sere tutti i cittadini se dotati di piccole luci, potevano andarle a deporre accanto, sotto, ai lati della porta, in un rito tanto silenzioso quanto colmo di gioia e stupore.

Le piccole porte affacciate sui bagli  sono state riaperte, rivelando interni rimasti fermi  a cinquanta sessanta anni fa, i seminterrati, trasformati in forni e piccole cucine di fortuna, si sono riempiti del profumo dei mostazzola, gli antichi dolcetti della tradizione;  la minuscola piazzetta ha accolto sedie in fila per assistere a performance, conferenze, un seguitissimo omaggio a Camilleri. 

Fundrò ha anche attivato alcuni laboratori nei giorni che hanno preceduto la festa:  manualità creativa con L’albero dei colori di Daniela Guglielmaci, e un workshop di danze popolari dell’area mediterranea, che ha galvanizzato coralmente soci, semplici curiosi e appassionati. 

Guidato dalla coreografa e danzatrice Jopsephine Giadone, in coppia con il danzatore Bruno Sari, dai gesti e dalle sonorità dei maestri Santino e Daniele Merrino, con l’organizzazione generale della Compagnia dell’Arpa, il laboratorio è stato propedeutico alla serata conclusiva di Janniscuro fest, con la presenza dei maestri Franco Barbarino che ha suonato il laud cubano, la kalimba africana, la mandola napoletana, la Cura, strumento turco, e un mandolino elettrico, e quella  di Luca Manuli che ha trasformato la giacca che indossavo, durante la mia narrazione in una porta tridimensionale di forme e colori stupefacenti. Tutta questa bellezza è accaduta davanti a un pubblico numerosissimo, attento, divertito, incuriosito. E così, mentre a Enna, nelle sedi ufficiali regna grande incertezza sul futuro del teatro comunale e della stagione cosiddetta ufficiale, noi, convinti del fatto che il teatro, anche se colto o “alto” sempre deve essere popolare, cioè patrimonio condiviso dalla gente, senza intellettualismi né cadute di stampo bassamente commerciale, ecco, dicevo, noi il Teatro, quello vero dove si ride, si piange, ci si emoziona, lo facciamo e lo faremo sempre, con una libertà di scelta e un seguito meraviglioso che ci dà conferma della bontà del percorso avviato oramai da tempo.

Grazie Giuseppina, grazie Nella Rizza, grazie soci e socie,  magnifiche fimmine di Fundrò: ci avete ricordato l’arte antica e sempre nuova del rendere sacro il tempo della festa,  e avete acceso la luce della Porta prima che il freddo buio dell’inverno cali sul mondo.

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: