Libri a colazione. La vita davanti a sé – Roman Gary

“Il più grande amico che avevo a quel tempo era un ombrello di nome Arthur che ho vestito da capo a piedi”.

Qualche estate fa incappai in questo romanzo quasi per caso. Un regalo, un sentito dire. Sarà che mi piacciono i romanzi che parlano di storie di immigrazione – forse caro lettore di Terra Matta ne sai qualcosa. Mi ha sempre incuriosito questa faccenda delle banlieues, del fallimentare modello di integrazione francese…imbattersi in un Lituano – Romain Gary – trasferitosi a Nizza a 13 anni, arruolatosi nella resistenza francese della Seconda Guerra Mondiale, decorato con la Legion d’onore e poi diplomatico francese era un’occasione senza prezzo. Lui sì che aveva visto, lui sì che poteva scrivere con quel gusto agrodolce con cui solo gli scrittori dell’Est sanno raccontare la storia di Momo, ragazzino arabo nella banlieu di Belleville, figlio di nessuno, accudito da una vecchia prostituta ebrea, Madame Rosa, reduce di Auschwitz. Momo che crede di esser minorenne e invece  è maggiorenne, che crede di essere arabo…ma forse è anche un po’ ebreo, che vorrebbe stare in strada ma non riesce ad abbandonare la bettola dove arranca e vive con la sua salvatrice. Il rapporto che nasce tra queste due figure ha dell’ineffabile, è una poesia non scritta di lacrime e di vita, di storia e di futuro che si dipanano crudamente insieme in mezzo a cronache di sangue, rossetti sbavati e momenti di follia.

Prima pubblicazione 1975, lo lessi dopo le rivolte che infiammarono le banlieues parigine nel 2005, dopo la legge sul velo, dopo la strage del Bataclan. Lo lessi quando, come molti, ero piena di domande e non volevo risposte teoriche. Lo lessi quando avevo più che mai sete di vita, di respirare l’aria inquinata e mortifera da cui era nato tutto questo. Respirarla per capire.

Non poteva esserci penna migliore, più fine e delicata: “Signor Hamil, si può vivere senza amore?”; non poteva esserci penna più cruda: “Per molto tempo non ho saputo che ero arabo perché non c’era nessuno che mi insultava”. Non poteva esserci penna più essenziale: “Eravamo tutto quello che avevamo al mondo e almeno questo l’avevamo salvato”. La penna che descrisse il signor Hamil, vecchio saggio, una volta venditore ambulante di tappeti con cui “parlavamo arabo e queste cose in francese non si possono dire altrettanto bene”. Madame Lola, prostituta transessuale una volta campionessa di pugilato che vive nello stesso condominio , che a Momo piace perché è “una persona che non assomigliava a nessuno”.

Una penna che mi ha portato lì, che ha aggiunto qualche diottria al mio sguardo di prospettiva, che mi ha insegnato ancora una volta ad aspettare prima di giudicare, a volermi prendere cura di questioni e persone anche oltre confine, perché “porca miseria, ve lo giuro, c’è una tale quantità di mancanza d’attenzione nel mondo”.

Elena Paganuzzi

 

514MDaB9UIL.jpg

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: