L’ultimo baluardo del Sudafrica

di Pietro Veronese – Il Sudafrica è un grande, grandissimo Paese. Grande per dimensioni (quattro volte l’Italia, con quasi lo stesso numero di abitanti): per ricchezza etnica (undici lingue ufficiali!); per sviluppo economico (di gran lunga la prima potenza industriale e finanziaria del continente); per qualità delle sue istituzioni (una delle Costituzioni più tolleranti e garantiste del mondo). La sua grandezza è fatta anche di estremi, e forse è questo il tratto che più affascina il visitatore. Autostrade degne della California, e parchi nazionali tra i più selvaggi d’Africa. Dolcezze di paesaggi e di vita, e criminalità che incute paura. Lusso e miseria, solidarietà e ferocia, vizi pubblici ma una stampa libera che li denuncia. Il Sudafrica è un crogiolo di genti e un laboratorio di convivenza, con un piede nell’arretratezza e l’altro nel futuro. Sembra un caso unico al mondo e al tempo stesso pare additarci un destino comune.

Il Paese sta uscendo adesso da un periodo buio, che ha visto le risorse pubbliche saccheggiate da un’élite rapace, l’economia declinare abbandonata a se stessa e la corruzione promossa a metodo di governo. In questo lungo ciclo negativo, che ha coinciso con i due mandati presidenziali di Jacob Zuma, la povera gente immiserita e calpestata ha avuto una sola stella a cui guardare, una sola paladina che ne ha difeso i diritti senza pretendere nulla in cambio, nemmeno il voto. Thuli Madonsela è stata per 7 anni la Public Protector del Sudafrica, una figura istituzionale prevista dalla Costituzione di cui non mi vengono in mente equivalenti in altre democrazie. Il compito del Public Protector è indagare su casi di abusi e di corruzione da parte di «ogni livello di governo», che si tratti della Presidenza della Repubblica come della più periferica amministrazione locale. Può agire sulla base di una denuncia da parte di cittadini, partiti o associazioni, così come di propria iniziativa. È un potere autonomo e riferisce soltanto al Parlamento.

Jacob Zuma
Ex Presidente del Sudafrica

Thuli Madonsela è stata la terza Public Protector nella storia del Sudafrica. Tuttavia è di gran lunga la più conosciuta. Questo è dovuto a una serie di fattori. In primo luogo è stata la prima donna; in secondo luogo, ha svolto il suo compito con uno zelo e un’integrità assolute. Infine, e soprattutto, il suo mandato è stato contemporaneo di quello del più discusso e disonesto presidente del Sudafrica democratico. La presidenza di Jacob Zuma, eletto due volte, è durata dal 2009 alle sue dimissioni anticipate nel 2018; Thuli ha esercitato le sue funzioni dal 2009 al 2016.

Sotto la guida di Zuma il Paese ha vissuto un crollo verticale dell’etica pubblica, il diffondersi della corruzione e un esodo degli investitori internazionali che avevano sempre sostenuto l’economia sudafricana. In questa atmosfera di rapida progressiva dissoluzione dei valori lasciati in eredità da Nelson Mandela, Thuli Madonsela ha rappresentato l’ultimo baluardo contro il dilagare del malcostume. C’è voluto molto coraggio per tenere testa ai costanti attacchi da parte del potere esecutivo e del partito di governo (di cui peraltro anche Thuli è membro), e la Public Protector ne ha dato ampia prova. Non c’è dubbio che le sue inchieste abbiano contribuito direttamente alla rovina di Zuma e alle sue dimissioni, dopo le quali l’ex presidente deve ora affrontare una lunga lista di procedimenti giudiziari.

Sono soprattutto due le inchieste dell’ufficio del “protettore pubblico” che hanno inchiodato il presidente sudafricano alle sue responsabilità. La prima riguardava la ristrutturazione della residenza di campagna di Zuma a Nkandla. Per molto tempo i media e i partiti di opposizione hanno denunciato l’uso di enormi fondi pubblici per il faraonico ampliamento della villa privata del primo cittadino. Il governo ha fatto addirittura ricorso al segreto di Stato per evitare di fornire i piani dettagliati dei lavori. Alla fine tuttavia la verità è venuta a galla: una maxipiscina, un teatro, edifici vari che nulla avevano a che vedere con la sicurezza presidenziale. Lo “Nkandlagate” è deflagrato in un Paese dove milioni di persone continuano a vivere sotto la soglia di povertà malgrado le ripetute promesse elettorali del partito al potere. Zuma dovrà rimborsare.

Ma la vera bomba politica è stata l’inchiesta sulla cosiddetta State Capture, che potremmo tradurre con “appropriazione dello Stato da parte di privati”. Questo neologismo non è stato inventato in Sudafrica, ma qui è diventato, a metà del decennio, il tema centrale del dibattito pubblico. Sotto accusa i legami sempre più spregiudicati del capo dello Stato con alcuni imprenditori senza scrupoli, in primo luogo la famiglia di origine indiana dei Gupta. La cosa era arrivata al punto che alcuni membri della famiglia avevano telefonato a esponenti del partito di governo offrendo la carica di ministro delle Finanze. Dopo la presentazione del rapporto di Thuli Madonsela, nei suoi ultimi giorni in carica come Public Prosecutor, alcuni dei Gupta sono finiti agli arresti e la carriera pubblica di Zuma si è di fatto conclusa. Il più autorevole giornale online sudafricano, il Daily Maverick, ha calcolato che le malefatte della combutta tra il presidente e i Gupta sono costate all’erario circa 100 miliardi di dollari.

Oggi il Sudafrica ha un nuovo presidente e una nuova (criticatissima) Public Prosecutor. Jacob Zuma passa il tempo con i suoi avvocati; Thuli Madonsela, che ha 56 anni, con i suoi studenti. Dall’anno scorso ha una cattedra di Diritto all’Università di Stellenbosch. Al momento non ricopre alcuna carica pubblica. Io sogno che alle prossima elezioni, tra cinque anni, possa diventare la prima donna presidente del Sudafrica.

Thuli Madonsela

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