Malo. 1475 chilometri

di Emanuela Frigerio

Un semestre di Erasmus in Spagna, un’esperienza banale nel mondo universitario, ma che se ci pensi con un po’ di attenzione è un privilegio enorme.

Granada, città di cui non sapevo niente se non che fosse ‘la città dell’Alhambra’. E in effetti l’Alhambra, antica fortezza e palazzo dei sultani, è un fulcro, tutti i posti più belli della città sono quelli da cui la ammiri da lontano, da vicino. Un’altra Alhambra definisce questa città, la birra che producono qui, nella fabbrica lungo la strada che percorrevo per tornare dall’università. Questa birra leggera che si beve in quantità, a qualsiasi ora del giorno e della notte, a quasiasi età; con le tapas che cambiano il senso del mangiare fuori, gruppi di studenti e di anziani seduti ai tavolini dello stesso bar, una convivialità giovane e a un prezzo che si farà rimpiangere.

E poi il sole, sempre il sole, salvezza nei primi giorni solitari, condanna nei giorni di studio, aria tiepida e poi calda che rende sempre piacevole fare un giro, cielo sempre di un azzurro intenso, senza nuvole. La musica di cui si nutre questa città, la tradizione del flamenco, le chitarre che suonano sempre in giro per le viuzze bianche dell’Albaycin, antico fiorito silenzioso quartiere arabo che sembra un paesino di mare, i gitani che abitano nelle cuevas, case scavate nelle rocce del Sacromonte. E tutto questo che convive, abbastanza misteriosamente, con il reggeaton di cui risuonano i locali, un chilometro più in basso, con un mondo popoloso di studenti fuorisede.

E le persone, persone da tutto il mondo. Ragazzi della mia età che parlano fluentemente quattro lingue, ragazzi che si muovono nel mondo. Che a me sembra una cosa grande, e per me lo è, andare in Spagna e poi ho conosciuto canadesi, messicani, taiwanesi, vietnamiti, che hanno una visione più ampia del mondo, di cos’è casa, della propria lingua. Che poi gli italiani li riconosci, li cerchi anche se all’inizio dicevi che non l’avresti fatto. E prima di partire era un gioco, invece ho scoperto che davvero manca la pasta buona, un caffè fatto bene, manca l’attenzione e il rispetto che abbiamo per il cibo, l’importanza del momento del pasto, il gusto del cucinare. Manca una idea di Italia a cui non avevo mai pensato, io che tante volte ne parlo male e invece, confrontandomi anche per poco con un altro posto, scoprendo delle differenze che non pensavo ci fossero, la pensi come casa per la prima volta. E quante volte ho detto ‘ma io rimango qui’ davanti al Mirador, davanti a una città piena di giovani, davanti alle vicende politiche nostrane. Eppure, eppure. Cinque mesi sono troppo pochi per smettere di sentirti un po’ ospite, e si sa dal primo giorno che c’è una data di ritorno già definita. Però, o forse proprio per questo, si creano dei legami speciali, con i luoghi, dove sono stata felice, dove mi sono sorpresa, dove sono stata soddisfatta di me. Con le persone, che nel giro di poco diventano care, perché ci condividi esperienze, viaggi, sensazioni che magari non hai mai condiviso con amici che conosci da anni e anni.

Ho pensato in questo periodo quanto sia plastico il cervello, che in un mese mi ha permesso di esprimermi e di studiare in un’altra lingua, e dopo un po’ di chiacchierare di impressioni e progetti futuri in una lingua di cui qualche mese fa non sapevo niente, senza neanche accorgermene.

Ho scoperto il tempo per stare da sola, prezioso, a volte faticoso, che se vuoi puoi affannosamente riempire, ma quando ci riesci a stare dentro bene, facendo una passeggiata, o stando sdraiata sul letto pensando alle proprie cose, pensi che nella vita normale, a casa, non gli diamo mai abbastanza valore.
Questi mesi tutti insieme sono volati, ma il tempo è stato lento. Almeno per questo pezzetto di vita lasci da parte tutti gli impegni, i ruoli, la fretta e sei solo uno studente, qui. E per il tempo in cui sei qui hai solo da scoprire, e scoprirti. Se non è un privilegio questo.

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