Meridian Brothers – Los suicidas

di Andrea Arangio

Genere: “Folk elettronico” – genere che credo di essermi appena inventato
Difficoltá di ascolto*: difficile
Ambiente**: passeggiata

Ascoltare nuova musica è come esplorare nuovi mondi, trovare nuove definizioni di concetti vecchi o di altri che forse non avevi mai pensato. Concetti che ti sorprendono, ti fanno scoprire nuovi mondi intorno a te o dentro te, nuove sensazioni. Sapevo tutto questo e quel giorno non solo lo sapevo, ma lo sentivo proprio dentro le viscere ed ero proprio alla ricerca di nuove sensazioni, nuove vibrazioni. Come un esploratore di alta montagna, sapevo già quale sarebbe stata la mia meta e sentivo che ci sarei arrivato.

Era soleggiato, il cielo azzurro ma schiarito dall’afa, faceva caldo e l’aria era pesante. Camminavo verso il lago. Avevo scoperto un baretto in riva dove poter godere di una birretta dissetante dopo aver fatto il bagno e poi tornare a casa in tempo per la cena. Era quello il piano. Dopo il bagno mi ero fermato a osservare il lago, come facevo ormai ogni volta che lo sguardo mi cadeva su quella distesa d’acqua. Lo fissavo, sì, perché il lago è vanitoso. Ha una bellezza stravagante che ti inchioda e ti imprigiona in quel paesaggio aperto, chiuso solo all’orizzonte da enormi montagne. Il lago mi impone di svolgere lo sguardo a sud, al caldo, verso casa, verso il calore accogliente, facendomi per un attimo dimenticare tutto ciò che ho alle spalle, la mia vita. I raggi del sole e il bel tempo mi misero voglia di passeggiare, e avvolto dai pensieri che quella vista mi aveva indotto, inizio a camminare.

Erano pensieri grigi come le nuvole che scendevano da nord e che avrei dovuto scorgere in lontananza dietro le montagne. Alcune nuvole sono passeggere, altre indugiano, alcune candide e innocue, con forme buffe e divertenti, leggere; altre sono invece grigie. Portano acqua respirata da qualcun altro in qualche altra parte del mondo, e con essa emozioni, paure, passioni e lacrime. A volte portano temporali con tuoni talmente forti da farti tremare. Ma noi, nonostante i tremori, continuiamo a camminare. A volte non ci rendiamo conto di tremare e camminiamo, altre siamo consapevoli e vogliamo camminare. Quel giorno camminavo non sapendo di tremare.

Passando davanti a un negozio di dischi mi era venuto in mente Daniele. Qualche giorno prima mi aveva consigliato di ascoltare un gruppo, i Meridian Brothers. Gruppo polistrumentale colombiano che esplora una sonorità moderna ed elettronica connettendola alla tradizione. Una ricerca molto intima ed esplorativa. Camminando mi incupisco. Noto il rumore bianco della mia inerzia che mi assale trasportato dal battito inesorabile dei mie passi. Oh! Come vorrei fuggire da quel rumore! È come ascoltare il battito del tuo cuore, sentire il sangue pompato al cervello, vita che scorre tra pensieri, tempo scandito dal movimento e perso per sempre. Metto le cuffie che mi ovattano e difendono dal rumore del mondo. 

Parte l’album Los Suicidas

Prima canzone: Vertigo

Parte una cumbia lenta e spensierata che mi addolcisce l’orecchio, rilassa il collo e le spalle, spinge il mento in basso e in alto facendo ondulare la testa a ritmo. Cammino rilassato verso casa e la strada, dapprima pianeggiante, inizia a salire e il mio sguardo con lei. Guardo in alto, dalla parte opposta al lago. Scorgo incombenti delle nuvole dalla parte di cielo nascosta dalle mie spalle. Continuo a passo di cumbia. Improvvisamente un paio di goccioline mi cadono in testa, come se il tempo incerto non sapesse se far piovere o lasciare spazio all’azzurro. Alla cumbia si sovrappone un sintetizzatore e un piano: suoni irregolari e stridenti ma in qualche modo cristallini e armoniosi. Suoni che mi spiazzano, mi impauriscono po’. Mi sento travolto e qualcosa in loro mi attira. Vorrei ascoltare ancora, ma i pensieri mi travolgono nuovamente. 

Ora si, tremo per quelle nuvole nere che fanno tremare tutto lo scheletro che mi sorregge. Ritorna la cumbia ma dura pochissimo, sintetizzatore e tastiere ritornano prepotentemente alla carica. Anche se cammino per sgranchire i muscoli, per tenderli, stenderli, stiracchiarli, quelle nuvole sono più forti della mia voglia di combatterle e cedo al vortice. Più salgo più la pioggia incalza. Scende. Batte. Sempre più forte. Il cielo si incupisce improvvisamente. Il sole appena tramontato non aiuta. Di colpo è calata l’oscurità. I sintetizzatori incalzano, vanno verso una sorta di solo, quasi asincrono, aritmico, volutamente scoordinato, come una catena di pensieri che mi travolge. La pioggia mi inzuppa, mi lava. I sintetizzatori mi strizzano. 

Mi sentivo irrequieto, incupito, quasi ferito e non dico metaforicamente, no, mi senti proprio ferito, come trafitto da una sottilissima freccia penetrata per lungo tra la gola e il lato sinistro dello sterno. E non è che non sapevo da cosa, perché quando succede, tu sai perché ti senti così. Lo sai benissimo, ma al solito ignori volontariamente il motivo. Il motivo può essere insignificante ed è forse per questo che riesci a nasconderlo a te stesso, ma appena lo scorgi lui cresce, si ciba delle tue insicurezze e diventa gigante. Tu resti a osservarlo e a vederlo crescere, indietreggi, gli volti le spalle, corri via, ma ormai è troppo tardi. Il motivo sei solo tu, è allacciato a te, è dentro di te, non ti abbandona e ti ferisce, ti autoferisci. Il motivo può dipendere dal fatto che tu non ti sia impegnato abbastanza o che hai dato troppo, ti sei scoperto e ti odi per questo. Il motivo può essere che non sei stato attento nell’istante in cui è stata pronunciata quella frase o eri troppo attento e hai finito per intrappolarti in dettagli inutili montando nella tua testa una storia surreale. Il motivo può essere di aver scoperto di esserti lasciato prendere dall’egoismo nell’istante sbagliato, e temere di aver ferito la persona che mai al mondo volevi ferire. Il motivo è che hai paura del confronto, hai paura di non farcela. Di non sentirti all’altezza, fuori posto. A volte il motivo ti coglie come una valanga. Sì, una valanga. Ti prende alla sprovvista o quasi. Vedi tutta quella neve cadere da lontano, ma è esattamente su di te e sarà inutile, ti travolgerà, proprio mentre corri e scappi via. Ti stravolgerà. 

Quando il rumore finisce apri gli occhi e sei immerso nel bianco. Non riesci a muoverti e probabilmente sarai capovolto ma non sai come e se mai riuscirai a muoverti, in che direzione deciderai di iniziare a scavare? Scavare? Scavare la neve a mani nude. Sai che fa male. Le senti quasi sanguinare quando tocchi il ghiaccio per l’ennesima volta. Ma vuoi scavare per buttare la testa fuori da quel motivo che ti attanaglia e sperare di ricominciare a respirare. Sì, respirare, respirare ossigeno fresco e quel momento sarebbe sicuramente arrivato.

Allora la canzone finisce. Mi tolgo le cuffie e mi scopro frastornato e rinfrescato da una pioggia estiva e dal suo profumo, dalla sua violenza e dalla sua intensità. Respiro. Vivo.

Ripensandoci è stato un giorno niente male. 

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