Nero a metà di Pino Daniele

  • Post Comments:0 Commenti
di Pino Puglisi

In questi giorni difficili per tutti, la mia mente vaga e ripenso alla spensieratezza (sempre molto relativa) dei mesi precedenti e soprattutto al fine settimana in cui ho visitato Napoli. Aspettavo questo momento da molto tempo, sempre rimandato per vari motivi e poi finalmente è arrivato. Devo essere onesto, il primo motivo che mi ha spinto verso questa città è la pizza, ma poi ho scoperto che Napoli regala tanto da ogni punto di vista. Arrivati a Napoli la sensazione è strana, sembra una città piena di contraddizioni, dalle vie del centro storico strette e piene di folclore alle vie dello shopping molto simili a quelle delle grandi città. Essendo nato e vissuto in Sicilia in realtà Napoli non sembra diversa dalle nostre città, la differenza più evidente è il dialetto inconfondibile che si sente ovunque. 

Subito dopo essere rientrato da Napoli mi arriva a casa un regalo molto gradito, un collegamento diretto proprio al viaggio, un vinile di Pino Daniele, che allieta queste lunghe giornate in casa. La sua musica riempie il cuore, con la sua chitarra blues e con quella sua voce sottile dal timbro originale e personalissimo.

Per comprendere l’essenza artistica di Pino Daniele, bisogna perdersi nei vicoli della sua Napoli, indagarne i segreti e scoprirne le tante anime che la popolano. Una parte fondamentale della città è ricoperta dal Vesuvio, simbolo del fermento napoletano, che genera ispirazione ma anche paure, è insieme emblema del terrore e simbolo di forza vitale.

Siamo nel 1979 quando esce Nero a metà, terzo album di Pino. L’Italia è ancora un paese alle prese con mille e più problemi, incapace di affrontare e risolvere le sue infinite contraddizioni politiche e sociali. Una nazione ferita e distrutta dalle bombe del terrorismo e dal fuoco della criminalità organizzata. In quei mesi, Pino Daniele è un giovane e promettente cantautore napoletano, ma soprattutto un chitarrista unico nel suo genere. Proveniente dal quartiere San Giuseppe di Napoli, ha ventiquattro anni, ma è già un musicista navigato e sicuro dei propri mezzi, il suo potenziale artistico è infatti espresso ai massimi livelli fin dalla tenera età.

Immagine che contiene animale, testo, mammifero

Descrizione generata automaticamente

Si inizia con I say i’ sto ccà, un miscuglio di lingua napoletana e americana tipico di Pino Daniele. Il ritmo funky la fa da padrona come anche in Musica Musica, A testa in giù e A me me piace o’ blues, con un suono morbido e seducente che non scade mai nel banale.

Ascoltando questo album si evidenzia in maniera ancora più decisa l’alternanza di genere, in bilico tra lo spirito popolare della tarantella, la rumba sudamericana e il blues. Ne è un esempio Appocundria, traccia dal sapore latino, un pretesto per raccontare uno stato d’animo comune a un intero popolo, l’ipocondria, che nel dialetto napoletano assume però un significato più ampio, rimandando a un vago sentimento di malinconia. Sulla stessa linea troviamo Quanno chiove, canzone struggente e allo stesso tempo liberatoria, attraverso cui la voglia di rinascita trova la sua strada nella purezza e nella semplicità dell’evento meteorologico.

Un album tutto da ascoltare per un artista immenso che nel 1981 realizzò qualcosa di incredibile proprio a Napoli e che lo storico Amedeo Feniello racconta così:

 «Il 19 settembre 1981. Senza grande pubblicità e grazie ad un formidabile tam tam, c’è un musicista napoletano che con la sua band vuole cantare Napoli, a piazza Plebiscito, allora non una piazza ma un caotico parcheggio. Peggio: una gigantesca fermata di autobus. Il musicista è Pino Daniele. Con lui tutti gli altri che amavamo quanto lui, soprattutto James Senese l’americano di Secondigliano, il sax e la voce di Napoli centrale; e Toni Esposito, l’uomo che faceva vibrare, con tutto il sound possibile, qualunque oggetto toccasse…Il tam tam funzionò. Ci andammo tutti. Non so quanti eravamo: centomila, duecentomila, trecentomila? Boh. Quello che è certo tutta l’anima della città era lì, sospesa a quel palco. Naturalmente sospesa. Senza differenze, tutti insieme, Nella più estrema tranquillità. Fu una vera festa collettiva. Grandiosa, che ancora oggi ogni tanto ricordiamo, come i gol di Maradona, come le battute di Totò.
Un fatto è certo: il miracolo ci fu davvero. Il sangue si sciolse. Di tutti quanti. Perché quella sera Napoli, dopo quasi un anno di silenzio, aveva ricominciato a cantare».

Rispondi