Non solo campo. Se uno nasce quadrato non muore tondo.

“Se uno nasce quadrato non muore tondo.”

Recita così il titolo del libro pubblicato da Gennaro Ivan Gattuso nel 2007, un’autobiografia che ripercorre la vita del calciatore calabrese, dalle fila del Perugia, passando per Glasgow e Salerno fino a Milano. Un’efficace lettura di se stesso in chiave autoironica, che racchiude nella formula iniziale tutto ciò che chiamarsi Gennaro Gattuso può significare: testardaggine, aggressività, istinto. Il suo cognome non è sinonimo di ipocrisia, tanto meno di filtri. È un puro, di quelli prendere o lasciare.

Da calciatore Rino, com’è stato ribattezzato, è invece stato sinonimo di sostanza, la traduzione sul piano pratico del detto “volere è potere”; non lo hanno bloccato i limiti tecnici poiché lo stakanovismo gli ha consentito di fare quel passo più in là, dove paradossalmente i suoi piedi non sarebbero potuti, da soli, arrivare.
A testimonianza dei valori che lo contraddistinguono, la confidenza che è stato in grado di prendersi con gli allenatori che con lui hanno avuto a che fare nel corso degli anni, che parlano di un uomo immune da qualsiasi falsità e rispetto di gerarchie fini a se stesse, pronto a porre il collettivo avanti all’interesse individuale.

E se una volta indossate le vesti da allenatore probabilmente non accetterebbe volentieri schiaffi e pizzicotti cui spesso figure come Ancelotti e Lippi sono stati, loro malgrado, sottoposti dallo stesso Rino, ciò che era quadrato non ha potuto per forza di cose assumere altre sembianze.

Durante la sua carriera da giovane allenatore Gennaro Gattuso ha più volte avuto occasione di dimostrare il suo carattere, anche in situazioni particolarmente complesse, come quella che ha coinvolto il Pisa calcio nel periodo in cui l’ex centrocampista rossonero era alla guida della prima squadra. Dopo averne preso le redini ancora in Lega Pro e avendo ottenuto una promozione in serie B nel giugno 2016, durante i primi mesi di stagione la società andava incontro a gravi problematiche societarie, cause di inadempienze verso giocatori e dipendenti che hanno portato Gattuso a schierarsi al loro fianco fin da subito; le conferenze stampa erano terreno di scontro prima e dopo il campo, “sono muso a muso con loro”, diceva ai giornalisti che gli domandavano quale fosse il suo rapporto coi giocatori. “Deve sistemare le cose, altrimenti nello spogliatoio non ci mette più piede. Perché devo morire io, mi devono portare via da lì dentro: muoio io e lui può entrare”, diceva attaccando il presidente della squadra.

Il 20 maggio 2017, con un 22° posto in classifica che causa la retrocessione della squadra e un bagaglio carico di amarezza, Gattuso lascia la società toscana.

Una settimana dopo squilla il telefono. Appare il prefisso 02.
“Rino, avremmo intenzione di affidarti la guida della squadra primavera. Sei con noi?”.
“A quando il primo allenamento?”

Sarà andata più o meno così la telefonata tra la dirigenza del Milan e Rino Gattuso. Quella società per cui tifava da sempre, che era stata casa sua per più di 12 anni e che lo rivoleva a bordo, ha visto in lui l’uomo giusto per inculcare in giovani ragazzi i valori della maglia rossonera alla quale Rino aveva dedicato i migliori anni della propria carriera sportiva.

Se i risultati della squadra primavera potevano considerarsi incoraggianti, le cose non andavano meglio alla prima squadra guidata da Vincenzo Montella.                            L’estate l’aveva visto al centro di numerose operazioni di mercato guidate dal duo Fassone-Mirabelli, ma l’allenatore viene esonerato dopo le prime giornate di campionato e chiamato a farne le veci è proprio Gattuso, pronto o meno a fare il probabilmente definitivo salto di qualità.                               

Diventato allenatore del Milan poche settimane prima del suo quarantesimo compleanno, era difficile non etichettarlo nel ruolo di traghettatore. Si ritrova tra le mani una squadra che non aveva costruito, discreto mix di giovani promesse e giocatori di esperienza, in una fase di transizione generale del Milan, in particolar modo dal punto di vista societario, in cui riuscire ad amalgamare un ambiente, a partire dalla figura di un presidente praticamente assente, risultava un’impresa parecchio difficile.

Mossa alla Berlusconi nel primo Milan post-Berlusconi, non è un caso che l’ex presidente sia stato il primo ad essere sentito dal neo-allenatore, che si presentava in conferenza stampa nelle solite vesti di sergente (“Per giocare a calcio bisogna fare fatica”) portatore del vincente DNA milanista e quadrato nel suo modo di relazionarsi con tutto l’ambiente: “Le cose si dicono pane al pane, vino al vino”.

Se il suo ruolo doveva essere quello di traghettatore, evidentemente il viaggio in mare si sta rivelando più lungo del previsto. Terminata la stagione con un sesto posto in classifica che ha garantito l’accesso diretto alla fase a gironi dell’Europa league, Gattuso è riuscito gradualmente a dare un senso ad un gruppo di giocatori che all’inizio si faticava a vedere compatto su tutti i fronti. A piccole dosi è riuscito a mettere mano ad alcune delle criticità evidenziate con Montella, ha dimostrato abilità nell’organizzazione della propria rosa, semplificando il gioco in nome di una maggiore stabilità e solidità complessiva, riuscendo in alcuni casi a favorire la rinascita sportiva di alcuni elementi, si veda il caso del turco Chalanoglu.

La nuova stagione è iniziata con ulteriori novità in campo societario, l’arrivo di Scaroni, Leonardo e Maldini ha fatto intravedere spiragli di ordine e stabilità dopo le turbolenze cinesi. Sul piano del tecnico, è evidente lo sforzo fatto dall’allenatore nell’ottica di favorire un cambiamento radicale nel rendimento complessivo della squadra, in favore di una migliore continuità, di gioco e di risultato. Nel complesso Gattuso pare aver conferito alla squadra quelle certezze e la serenità necessaria per guardare con ottimismo agli impegni futuri; i progressi evidenziati verranno messi a dura prova durante i molteplici impegni stagionali, ma la squadra sembra decisamente più pronta ad affrontarli rispetto a qualche mese fa.

Se la sconfitta di misura rimediata nella partita contro l’Inter di Spalletti ha riportato a galla alcune delle lacune mostrate dalla compagine di Gattuso fin dall’inizio della stagione, non può di certo essere messo in discussione il lavoro che il tecnico sta cercando di portare avanti in casa Milan: a lui l’ulteriore compito di far rialzare ancora una volta la testa all’intero gruppo uscito sconfitto dal derby di Milano.

Davide Cammarata

rino gattuso

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: