Non sono un eroe. L’esperienza di Sara, infermiera al reparto Covid di Catania.

  • Post Comments:0 Commenti
di Sara Messina

Lavoro da una settimana al reparto Covid di Catania e in questo momento dovrei sentirmi una specie di Iron Man dei nostri tempi, un’eroina in corsia.

Io nemmeno la volevo fare l’infermiera. Tra milioni di interessi sviluppati negli ultimi anni, mi sono ritrovata a fare per puro caso questa professione, che a tratti ho amato e a tratti ho odiato. Possiamo dire con assoluta certezza che non faccio l’infermiera per “vocazione”, anche se una parte di me, quella da crocerossina, fa pendant con questa professione.

A una settimana dall’inizio di questa nuova esperienza lavorativa mi chiedo cosa c’è di diverso dalle altre volte, se la differenza è davvero nell’essere vista come un’eroina dalle persone, anche se, l’unica volta in cui mi sono interfacciata con delle persone è stato al supermercato. Avevo appena finito un turno notturno e avevo bisogno urgente di un po’ di spesa, la fila era chilometrica. Mi avvicino all’addetto alla sicurezza: “Ma è vero che i medici e gli infermieri possono superare la fila? Non l’avrei mai chiesto, ma ho appena finito la notte e sono davvero molto stanca”. L’addetto alla sicurezza mi accoglie con un sorrisone e mi invita a entrare, ma gli sguardi e i commenti delle “persone” mi hanno fatto sentire contemporaneamente meschina, untrice e scansafatiche. Forse sarebbe stato meglio aspettare in fila in silenzio.

Tornando al cosa c’è di diverso questa volta, mi vengono in mente alcuni episodi dei miei lavori passati. Poco più di un mese fa al supermercato incontro una mia paziente, una donna sulla cinquantina, a cui era stato asportato un tumore alla mammella, mi saluta con un sorrisone e mi dice che stava aspettando l’esito dell’istologico per conoscere la gravità del tumore. L’estate scorsa in Basilicata si avvicina a me un ragazzo straniero (di quelli che arrivano con i barconi, vanno negli alberghi, 30 euro al giorno, li conoscete và!) che di mestiere raccoglieva i pomodori in Italia, la notte prima aveva preso fuoco la sua “casa”, con tutti i suoi documenti e tutti i suoi risparmi. Circa due anni fa tenevo la mano in sala operatoria a un ragazzo senegalese che aveva capito pochissimo di quello che stava accadendo, gli avevano rimosso due ascessi freddi da tubercolosi e spaventatissimo mi chiedeva se fosse andato tutto bene. E le anziane che commosse ti raccontano dei figli, dei nipoti e di quanto era bello loro marito. E tutti i bambini, che quando sfortunatamente ti capita di beccarli a lavoro, subito ti reinventi clown e bevi il thè da tazzine invisibili solo per farli sorridere e fargli dimenticare di quando due minuti prima hai dovuto dar loro quello sciroppo che sapeva di vomito di capra.

Questa volta, invece? Qualche giorno fa mi è capitato di entrare in stanza di una paziente affetta da Covid, era molto giù di morale, si è messa a piangere e mi ha chiesto di tenerle la mano.

Cosa c’è di diverso? Assolutamente nulla. La sensazione non è per niente quella di essere un eroe, anzi. Questa professione inevitabilmente ti sbatte addosso la parte più intima di una persona, nuda e cruda, senza maschere e tu ti senti l’ultimo degli stronzi, l’ultimo chiodo della carrozza. Ti muovi come un elefante dentro una cristalleria di fragilità e vulnerabilità. E la sensazione non è: “Ciao sono il tuo eroe pronto a risolvere tutti i tuoi problemi”, ma più un “ho una vita molto fortunata e anche se provo a immedesimarmi in te non saprò mai cosa tu stia provando davvero, però sono qui con te”, sorridi e provi a incoraggiarli e a tirarli su di morale.

Di certo richiede tanta attenzione. Hai la responsabilità di conoscere il meccanismo di tutte quelle macchine che tengono in vita il tuo paziente, la gestione dei suoi farmaci, i suoi parametri, i rischi, i piani assistenziali da attuare e ancora ancora, così tanti pensieri che no, non puoi permetterti di distrarti pensando alle cose tue, meglio di no, una dimenticanza potrebbe essere fatale.

Mi sento un’eroina? Vorrei esserlo, ma no. Il rischio di beccarmi qualche fastidiosa e mortale malattia l’ho sempre avuto. Di certo è una situazione nuova per tutti e può spaventare. Analizzando questa faccenda dell’essere o non essere un’eroina direi che mi sento più che altro privilegiata. 

In queste settimane di distanza fisica, quel che mi salta di più all’occhio è la distanza relazionale tra le persone. L’indifferenza delle persone e il distacco con cui guardano il telegiornale percependo gli eventi e le situazioni lontane. Il loro menefreghismo ed egoismo. Il mio lavoro, il più delle volte, mi porta – volente o nolente – a “sporcarmi le mani” con l’intimità delle persone.

Mi basta sapere che finché riesco a empatizzare con loro, finché riesco a mettermi nei panni delle persone e mi si accende in automatico quel bisogno di “far qualcosa”, va tutto bene, il virus dell’indifferenza non mi ha ancora beccata, sono ancora umana.

Rispondi