Penelope. 1218 chilometri

C’è la Londra delle neighborhood tranquille e verdi, con strade larghe e vialetti di ghiaia davanti alle case dei ricchi, una schiera di Land Rover dietro ai cancelli e fili di edera a incorniciare le porte, un po’ alla Carica dei 101.

C’è la Londra dei grattacieli e delle masse di businessman in giacca e cravatta, un salto da Caffè Nero prima di varcare l’ingresso dei blocchi di uffici del centro per un altro 9 to 5, quando scattano le cinque tutti giù a rotta di collo per le scale della metro, occhiaie profonde e fronti corrugate da una quotidianità di schermo e Dio Denaro.

C’è la Londra fricchettona anni ’70, un mix di stili, razze e valori mescolati in strade strette con l’odore di fritto, una cultura di totale no judgement, anzi più si è diversi meglio è, ci si ritrova seduti per terra a Pop Brixton a guardarsi senza filtri e si fanno le tre muovendosi come un’onda umana al ritmo del reggae.

Se c’è una cosa che Londra mi ha insegnato, è che il concetto di Londra non esiste. Ho passato mesi a cercare di capire la personalità di una città che è la non-personalità per eccellenza. Londra è un grande porto di passaggio dove tutti, in un breve o lungo periodo, attraccano e riversano un poco di sé nelle strade, annusano l’aria, capiscono se c’è qualcosa da trovare, forse lo trovano, forse no, prima o poi se ne ripartono in ogni caso.

Londra può essere un grande nemico o una grande magia a seconda della mano di carte che ti capita: la zona in cui vivi, il lavoro che fai, quanta internazionalità ti circonda, le persone con cui condividi le quattro mura striminzite in cui potrai permetterti di vivere. A me non è andata nel migliore dei modi e sono rimasta attaccata a una sua visione diffidente e negativa. Solo quando ho considerato seriamente di lasciarla, si è girata di scatto e mi ha mostrato un altro, mille altri lati di sé, lasciandomi beffata e senza parole.

Londra ti mette alla prova così: quando arrivi, ti tira uno schiaffo così forte da farti perdere il fiato, come una levatrice che ti dà il benvenuto nel mondo. Piangerai, ma poi ci sono due vie: o sarai così mortificato da tornare dritto alla tua barca, alzare le vele e andartene deluso verso nuovi lidi; oppure resterai convinto che c’è del buono da trovare, e con una mano sulla guancia dolorante la affronterai lo stesso. Le darai una, cento altre possibilità, ti scaverai una tana di appartenenza nella sua giungla. Finirai con le mani sanguinanti, ma ce la farai. Forse è un meccanismo tutto sommato giusto: chi arriva convinto che Londra sia la sua via, stringe i denti per adattarsi. Chi arriva diffidente, non trova altro che scuse per fuggire. Un po’ come le lezioni di russo ai tempi della mia triennale.

“It is hard, but if you really want London, you are going to make it work” mi ha detto qualcuno a ottobre, quando ero nel pieno del mio schiaffo. Allora ho capito che, tutto sommato, io London non la volevo abbastanza. Qui mi è mancato da morire un senso di connessione in tutte le direzioni: con il posto in cui vivo, con le persone che mi circondano, con me stessa. Londra ha un potere alienante come nessuno dei posti in cui ho vissuto e va affrontata con la pelle spessa come quella di un pitone. Molti ne adorano la versatilità e vibrazione continua, la totale noncuranza delle differenze. Ma il prezzo da pagare è una vita di fatica economica, frenesia costante e alienazione umana che io, da italiana, faccio immensa fatica ad accettare.

C’è così tanta italianità in me, non importa quante strade prendo e quante ancora ne prenderò lontano dalla mia terra. C’è un senso di lentezza nel vivere la convivialità, un senso di calore nei rapporti genuini con le persone, un senso di legame quasi sanguigno con la natura che non posso cancellare dai miei ricordi di vita e sui cui non accetto compromessi. Un filtro che alla vita londinese non si adatta, come se cercassi di infilare un quadrato in un cerchio ogni volta. Non pretendo che sia il caso di ogni singolo italiano: c’è chi arriva da una realtà provinciale asfissiante e ora si muove fluido nell’enorme acquario londinese con sollievo. Qui troverà finalmente la sua corrente, anche se credo finirà trascinato altrove, perché a Londra non si resta quasi mai.

Non oso ancora ringraziare Londra per ciò che mi ha dato e tolto in un anno di vita, quello schiaffo fa ancora tanto male. Ma se finirò per andarmene, sarà con alcune delle certezze più solide che sono riuscita a costruire in vent’anni. E questa è, al di là di tutto, un’invidiabile conquista.

Penelope

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