Pensieri sparsi su Andrea Camilleri

di Elisa
Di Dio

L’ultima veste è stata quella di Tiresia, il cieco, il veggente che pur non vedendo vive di una luce interiore capace di illuminare e spiegare ogni cosa. Negli ultimi tempi il maestro aveva urgenza di raccontare la sua passione civile, il suo non allinearsi alle nefandezze della politica dell’oggi, con le sue derive di odio ed esclusione.

Roma, città nella quale viveva oramai da tanti anni, ha accolto la notizia della sua morte avvenuta ieri mattina [17 luglio 2019, ndr], con un venticello leggero, insolito per la capitale in questi giorni di luglio, dopo un’eclissi di luna che sul Tevere, all’altezza dell’Ara pacis, sembrava volesse ricoprirsi di un nero velo per la scomparsa imminente dell’illustre concittadino.
Ecco, in un cordoglio corale: Natura, donne e uomini si sono uniti per lui, con lui. Il grande Vecchio della nostra cultura letteraria, Andrea Camilleri, siciliano di Girgenti, terra che ha nutrito spiriti straordinari, da Empedocle, a Luigi Pirandello. In queste ore si è scritto, detto, visto e rammentato di tutto: bacheche dei social, interviste, ricordi, foto del Maestro con i tanti artisti che lo hanno conosciuto e hanno collaborato con lui. Non è certo mancato materiale per comporre un ritratto che aspira, petrarchescamente, alla monumentalità, in un omaggio concorde alla fluviale produzione di parola, immagini, suggestioni scaturita dalla sua fantasia.

E ora, per non tradire lo spirito del blog che periodicamente ospita i miei pensieri sparsi, veniamo a quella che è stata la mia esperienza di Andrea Camilleri. Esperienza, innanzitutto di lettrice: ho incrociato per la prima volta la scrittura dell’empedoclino negli anni novanta, quando si rivelava la sua prolifica vena narrativa in teatro, e in contiguità, con la pubblicazione dei primi episodi di Montalbano, cui faceva seguito la serie televisiva.
Critica divisa e tranchant nei giudizi. Ricordo in particolare quello del mio amato Vincenzo Consolo, che parlava di cifra linguistica di natura folclorica, o ancora del critico letterario, e amico carissimo, Massimo Onofri, che soavemente ribadisce che “i suoi romanzi non hanno nessuna necessità espressiva“. Il tutto condotto con intelligenza e una relazione sorridente e mai interrottasi fra lo scrittore e i suoi detrattori.
Basti leggere il bell’articolo di Mario Baudino, del 12 febbraio 2019 (per leggere clicca qui), per rendersi conto di quanto queste schermaglie letterarie rendano onore tanto a Camilleri, quanto ai suoi lettori più critici.
A Camilleri mai è mancata una dote sublime, quella dell’ironia, del gioco metaletterario esercitato sui suoi stessi personaggi e nella relazione con se stesso, in un labirinto di rimandi che affiorano sovente fra le sue pagine e di cui si perde traccia totalmente nella serie TV.

Di Camilleri tutto si può dire, e se ne può dire male, ma non che sia uno scrittore non consapevole del potenziale nascosto nelle storie e nelle parole. Sono sempre rimasta perplessa a proposito della sua lingua, ma ogni volta che incontro termini che mi legano all’infanzia trascorsa in terra agrigentina, mi sciolgo e mi commuovo. Un esempio: primo capitolo del nuovo Montalbano: la tazza di caffè è un cicarone, calco preso di peso dalla parlata girgentana e conficcato nei pensieri del commissario. La sua lingua è un ibrido che sta a metà fra gli azzardi recuperati dall’esperienza della scuola poetica siciliana nella trascrizione degli stilnovisti (si veda l’accuminzava scovato nel già citato Il metodo Catalanotti), e le chiacchiere di cortile fra le donne sedute sui gradini di fronte al mare agrigentino. Non mi convince mai del tutto, ma quella lingua muove in me suoni e ricordi di un tempo diverso. Sarà questo il segreto del suo successo? Accade questo in chi lo legge? Non saprei.

Le cifre di vendita testimoniano un’affezione sicuramente incondizionata.
Tollero meno chi imbastisce dialoghi, ad esempio in certi post sui social, utilizzando il meccanismo oramai scoperto della sua neolingua. Però tante imitazioni qualcosa vorranno pur dire.

Esaurito il discorso del prodigioso ibrido linguistico da lui creato che lo ha consacrato come autore amatissimo, piuttosto che condannarlo alla marginalità, vorrei ricordare a quei quattro cinque lettori che arriveranno a leggere il pezzo fino alla fine, che non perdersi gli episodi di Montalbano in tv non li autorizza per niente a definirsi conoscitori di Camilleri. Sì, è vero, verissimo che dopo lo straordinario successo, la serie, venduta in mezzo mondo, vista e apprezzata dalle Alpi alle Piramidi, è stata sempre girata con l’assenso del Maestro, è vero che a ogni tentativo di liquidare il buon commissario con una serie di incidenti definitivi, il pubblico e le ragioni di un favore corale, lo hanno sempre resuscitato e fatto ritornare alla ribalta, grazie alla penna provvidenziale e fervida del suo creatore, ma è altrettanto vero che quello che sulla pagina appare cifra autoriale indiscutibile, piaccia o no, nella fiction si trasforma in stereotipo. So che susciterò un’unanime levata di scudi ma mi è capitato spesso di ribadirlo, a volte anche in post pubblici sui social. Accadde tre anni fa, quando spensi la TV all’ennesimo arrivo in commissariato di una languida trentenne che compariva di prima mattina, per una deposizione, vestita con abiti succinti, tacco d’ordinanza, scollatura, labbra scarlatte, una vaga imprecisata insofferenza allo scirocco che, pare imperversi incessante sulla Sicilia da gennaio a dicembre. Non era la prima caratterizzazione femminile in questa direzione, non sarebbe stata l’ultima, purtroppo. In quell’occasione il mio post fu commentato e ripreso dal professore, critico e scrittore Antonio Di Grado che ritornò sulla questione anche in un bell’articolo su La Sicilia. E non posso non ricordare le conversazioni animate e brillanti con il caro amico, scomparso un anno fa, il critico cinematografico Sebastiano Gesù che denunciava senza peli sulla lingua la banalizzazione effettuata dalla serie televisiva dei luoghi di Montalbano, citando a sostegno, i nomi di autori quali Brancati, Verga, Tomasi di Lampedusa riletti magistralmente al cinema da Bolognini e Visconti. Diversità di vedute, dibattito aperto, vivace, intelligente suscitato dal fenomeno Camilleri. Questo è un merito indubbio e grandissimo.

Leggevo ieri ancora di ringraziamenti al maestro per avere fatto conoscere al mondo la Sicilia più autentica. Ecco, questo è falsissimo: in Camilleri la Sicilia è fortemente ricreata e filtrata dal suo sguardo, tanto che Vigata/Porto Empedocle è stata riimmaginata nella fiction quasi per intero nella provincia di Ragusa. Ragusa deve il suo successo turistico per molta parte alla serie TV. Potenza dell’immaginazione letteraria, del corto circuito fra pagina scritta e immagine filmica, con quella villetta che, pur non conforme ai criteri di edificabilità, dato che si trova praticamente sulla spiaggia, è diventata invece un luogo del cuore, grazie al quale lo spettatore sogna di immergersi nel limpido mare siciliano sentendone sulla pelle lo splendore e l’unicità. Vigata come la Macondo di Marquez, la Dublino di Joyce, la Roma di Gadda e Pasolini, insomma. Fatto sta che la Sicilia come metafora e sogno, direbbe Leonardo Sciascia, vince sempre. E di questo ringrazieremo sempre Andrea Camilleri.

Un ultimo appello, in chiusura, lo faccio a me stessa: andrò a riprendere in queste ore la trilogia delle Metamorfosi: Maruzza Musumeci, Il casellante, Il sonaglio. Fra queste pagine ho trovato il Camilleri che più mi piace e cattura, nel bisogno di raccontare l’incessante trasmutare delle cose, la favola e il mito della terra e dell’acqua, della campagna e degli animali, delle creature che stanno sotto il cielo, e che si trasformano secondo il misterioso disegno presente nel profondo della Natura. Un modo per augurargli buon viaggio. Il modo più bello per sentirlo comunque vicino a noi.

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