Pomice di fuoco.

di Elisa
Di Dio

La voce dei poeti è luce e vita. Ma è lettera morta per il nostro tempo reificato e votato alla crudeltà. Pensavo a queste cose, più o meno, qualche sera fa, durante lo spettacolo Pomice di fuoco, ultimo appuntamento della stagione di Cromosoma festival, rassegna nella rassegna presentata dalla Compagnia dell’Arpa, dalla rete teatrale di Latitudini a Enna, nel contesto della stagione guidata dal direttore artistico Mario Incudine, il 7 maggio.

In scena Filippo Luna, uno degli attori più intensi e versatili della nostra scena, faccia bellissima di mediterraneo senza età e con una voce di dolore che a me pare, ogni volta che lo ascolto, che provenga dal fondo oscuro e misterioso della terra. Con lui, chitarra e contrappunto vocale in espanse armonie, il musicista Alessio Bondì, per la regia, inconfondibile, nel tocco dato alla musicalità della parola, di Vincenzo Pirrotta.

Insieme, o forse in un ricordo solitario, che di tanto in tanto si fa memoria collettiva, dolorosa palingenesi cantata sul mondo ammutolito di oggi, i due hanno raccontato Buttitta, poeta di Bagheria e del mondo, nato nel 1899, morto nel 1997, che ha segnato una strada di forza espressiva e di consapevolezza, grazie alla sua produzione dialettale, insieme ad altre esperienze culturali di rilievo, come ad esempio, quella di Rosa Balistreri. I due artisti in scena, guidati dal regista, hanno aderito con corpo ed emozione alla fede nella parola, mantenendone alta la forza espressiva, non annacquandola con facili soluzioni di regia tanto amate e praticate oggi, che risolvono con il supporto della multimedialità l’impasse di testi che altrimenti apparirebbero statici. La parola in questo spettacolo sta, invece, orgogliosamente al centro, tra straniamenti e immedesimazione, e racconta un universo, la prigionia la libertà, la lotta, le battaglie per una società più giusta. Un gioco incessante delle parti, potenziato dall’uso del dialetto, arma di lotta e coscienza sempre viva nella poesia per Buttitta e non solo semplice scelta di campo. Il siciliano saporoso e terragno di Filippo-Ignazio mi ha fatto venire nostalgia del modo di cantare un mondo che non c’è più, il grido di chi è contro l’ingiustizia diffusa: la protesta dei braccianti, ijurnatari, quello di chi fa sciopero e occupa le terre, il grido di chi organizza le lotte sindacali e si pone contro lo sfruttamento del lavoro minorile contro la fame e la povertà, in una Sicilia arcaica e dolente, perché priva di tutto. Eppure, quella Sicilia è quanto di più lontano siamo noi, oggi: la poesia di Buttitta parla di lotte, di tensioni etiche altissime, di un ideale di affrancamento dal giogo del bisogno, una Sicilia oramai divenuta leggenda e mito, la Sicilia che ci vorrebbe adesso, per giocare la carta del suo riscatto.

Alessio Bondì, Filippo Luna e Vincenzo Pirrotta

Parru cu tia in fondo cos’è, se non un manifesto di solidarietà nei confronti del popolo e della sua fame atavica, un popolo che vorrebbe restituita dignità e lavoro e a cui la Storia ha assegnato un baratro di possibilità intraviste, ma mai veramente realizzate.

E poi Il lamento per Turiddu Carnevale, appena qualche strofa recitata da Filippo Luna, trova la misura perfetta per farci avvertire il cuore gonfio di rabbia e passione verso un popolo che non c’è più, se non come categoria sociologica del passato. Il sindacalista ucciso a Sciara incarna, in chiave figurale, il martirio di Cristo in croce, massacrato forse per riscattare l’infinito dolore della sottomissione ai mafiosi del popolo dell’isola, e la voglia di riscatto.

Cenni che appaiono in quell’ora tesa di spettacolo come pietra angolare di smarrimenti. Di chi parla Buttitta se non di noi, del come eravamo quaranta, cinquanta, sessanta anni fa, di quello che più non siamo. E da un lato è una fortuna, perché quella miseria desolante ce la siamo lasciata alle spalle. Ma a quella condizione di indigenza si è sostituita una traumatica mancanza di memoria: abbiamo rimosso tutto, abbiamo dimenticato chi siamo e da dove veniamo. Ignazio amava ripetere il suo essere figlio di innumerevoli dominazioni, ne sentiva il peso e l’orgoglio. Noi ci misuriamo con la mediocrità di un presente senza più padri, né la voglia di ascoltare o seguire le Madri.

In platea, quel sette maggio, un discreto numeri di adulti, pochi i ragazzi e i giovani. Ecco, Ignazio avrebbe levato alta la sua voce contro l’indifferenza, contro il deserto che è diventata la nostra società.

Parru cu tia, 
to è la curpa 
si porti lu sidduni
e un ti lamenti; 
si lu patruni, strincennu li denti
cu lu marruggiu mmanu e la capizza
t’arrimoodda li corna e ti l’aggrizza, 
ti smancia li garruna,
ti fudda ntra li cianchi purpittuna,
t’ammacca ossa e spaddi,
ti sfricunia li caddi,
ti scorcia li custani,
ti spurpa comu un cani,
e supra la to carogna
ci sputa e ti svirgogna.

Parlo con te,
tua è la colpa
se porti il giogo
e non ti lamenti;
se il padrone, stringendo i denti
col bastone in mano e la cavezza
ti ammorbidisce le corna e le raddrizza,
ti ammorbidisce le corna
ti corrode la gola
ti conficca nei fianchi grossi pesi
ti comprime le ossa e le spalle,
ti sfrega i calli,
ti gratta le croste,
ti spolpa come un cane,
e sulla tua carogna,
ci sputa e ti svergogna.

Ecco, la poesia rimane a vibrare fra i velluti e i palchi di un teatro oramai vuoto di pubblico, e mentre esco da teatro, vorrei che quella poesia, quel grido di rivolta e riscossa, camminasse accanto a me e a noi tutti, nel silenzio della sera.

Ignazio Buttitta

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