Pratiche sessuali estreme finite male

di Gabriella Motta

Vi siete mai chiesti come sarebbe finito “50 sfumature di grigio” se la protagonista fosse morta durante una di quelle strane pratiche sessuali? Beh, di certo Mr. Grey avrebbe dovuto cercare un bravo avvocato e tutte le amanti del film sarebbero rimaste a bocca asciutta.

Che storia triste.

Eppure, scherzi a parte, le pratiche sessuali estreme non sono soltanto scene da film ma vengono praticate nella vita reale.

Prendo spunto da una sentenza della Corte di Cassazione Penale che tra tutte mi ha colpito maggiormente (n. 44986 del 26-10-2016).

La vicenda ha visto coinvolti un ragazzo e due amiche che, dopo aver consumato in vari locali alcol ed hashish, si ritrovarono in un garage ove, di comune accordo, si dettero alla pratica di giochi erotici a base sadomaso. L’accordo prevedeva l’adozione di tecniche erotiche di bondage (pratica sessuale basata sulla costrizione fisica del partner mediante legature, cappucci, bavagli). Una delle due ragazze fu legata col braccio destro leggermente proteso verso l’alto e col sinistro ritratto verso il corpo, parallelamente al terreno. La ragazza aveva un piede per terra e l’altro sollevato – attraverso un nodo – a circa venti centimetri dal pavimento, nonché una corda intorno al collo, con nodo bloccato, collegata ad altre corde ancorate dietro di lei. L’altra ragazza, invece, fu legata con le braccia dietro la schiena, in posizione eretta, con entrambi i piedi per terra. Anche all’imputato fu applicata una corda intorno al collo, con nodo bloccato, ed anche questa corda fu legata ad altre corde tese alle sue spalle.

Per la serie, de gustibus non disputandum est!!!

Ebbene, pochi secondi dopo l’avvio della pratica, l’imputato accusò un malore, perse i sensi e si accasciò al suolo, mettendo in tensione, col peso del suo corpo (circa 100 kg), la corda che girava intorno al suo collo e quelle a cui le corde delle ragazze erano collegate. In conseguenza di ciò entrambe le donne iniziarono ad avere difficoltà respiratoria e, sebbene soccorse dall’uomo, riportarono entrambe gravi lesioni, che causarono il decesso di una delle due.

Ciò detto, è necessario fare un passo indietro (e mi scuseranno i Colleghi per questa mia succinta classificazione).

Il codice penale prevede tre tipi di omicidio:

1) l’omicidio doloso, che è quello commesso volontariamente;

2) l’omicidio colposo, quando il colpevole causa involontariamente la morte di una persona per negligenza, imperizia, imprudenza oppure per inosservanza di leggi o ordini; 

3) l’omicidio preterintenzionale (o, oltre l’intenzione) quando l’omicidio è conseguenza delle lesioni cagionate ma il colpevole vuole solo picchiare o percuotere la vittima senza volerla uccidere. Tuttavia, a causa delle ferite, il soggetto muore.

Tornando al caso della sentenza, l’imputato fu inizialmente considerato colpevole di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento, in base alle seguenti considerazioni: a) la pratica era stata avviata col consenso delle vittime; b) il nodo intorno al collo delle donne era stato “bloccato” a sufficiente distanza dalle vie respiratorie; c) l’imputato si era immediatamente attivato per soccorrere le ragazze ed era riuscito nell’intento solo in maniera parziale per imprudenza e negligenza, in quanto non si era munito, preventivamente, di forbici o coltello.

Secondo i giudici, la pratica sadomaso suddetta non era stata avviata dall’uomo allo scopo di infliggere sofferenza alle donne, ma allo scopo di procacciare alle stesse, e a sé stesso, un più intenso piacere sessuale, cosicché era da escludere che la morte della ragazza e le lesioni procurate all’altra fossero state conseguenza di percosse o lesioni, presupposto necessario dell’omicidio preterintenzionale.

Il Pubblico Ministero proponeva ricorso in Cassazione insistendo chiedendo la condanna per omicidio preterintenzionale perché – fondamentalmente – riteneva che l’imputato pose in essere atti diretti a percuotere o ferire.

Anche la Cassazione escluse l’omicidio preterintenzionale, ritenendo che affinché si abbia omicidio preterintenzionale è necessario che l’agente abbia voluto (anche solo a livello di tentativo) cagionare le percosse o le lesioni e non anche l’evento più grave della morte, che costituisce solo la conseguenza diretta della condotta dell’agente.

Elementi essenziali dell’omicidio preterintenzionale sono, pertanto, gli “atti diretti” a percuotere e/o ferire; vale a dire, atti diretti ad esercitare una coazione fisica sulla persona che abbiano, come fine ultimo, l’inflizione di una sofferenza (sia essa – nelle percosse – una sensazione di dolore o di fastidio; ovvero – nelle lesioni – una menomazione, anche temporanea, dell’integrità fisica).

Per i Giudici la condotta posta in essere dall’imputato col consenso delle due ragazze non era diretta a procurare alcuna sofferenza alle giovani, ma un “piacere”, sia pure socialmente discutibile.

E tanto è bastato ad escludere l’omicidio preterintenzionale, giacché un’attività rivolta a procurare un piacere non può essere posta sullo stesso piano di un’attività rivolta a procurare una sofferenza, sicché solo le condotte coscientemente rivolte ad offendere il bene suddetto realizzano la tipicità del reato.

Quindi, cari Mr. Grey, non vi fate prendere troppo la mano perché, che sia colposo o preterintenzionale, sempre di omicidio si tratta.

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