Quando la quarantena è silenziosa. Il racconto di Erika

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di Erika Piccillo

Vorrei esprimere con voi una considerazione molto personale, perché ne ho lette di tutti i colori su questa quarantena che tutti stiamo vivendo; sono in tanti a vivere male questa situazione, vivere chiusi a casa forzatamente, non poter uscire, generando così un circolo vizioso di lamentele e polemiche.

Ecco, premetto che so bene che a pochi importa ciò che sto per dirvi, ma voglio ugualmente esprimere il mio punto di vista, perché credo che forse potrebbe essere uno spunto di riflessione differente, una visione diversa di quello che stiamo vivendo.
Dovete sapere che c’è gente che nella propria vita, come è successo in passato anche a me, ha dovuto subire, più e più volte, ricoveri e lunghe degenze. Nel mio caso, prima al Niguarda di Milano e successivamente, per ben due volte, al Sant’Orsola di Bologna. Quando parlo di lunghe degenze intendo dire per tanti mesi, a volte anche anni, chiusi in un reparto, in una stanza (con tre letti, tre comodini, un tavolo e un piccolissimo armadietto con tre ante strette strette), una piccola saletta (dove studiare, mangiare, fare terapia, oppure qualche attività) e un bagno esterno condiviso. Lì ho passato Natale, Pasqua e Ferragosto, lì ho festeggiato più di un compleanno, senza torte, candeline e feste; lì non avevo la possibilità di avere la mia privacy e i miei spazi come una normale adolescente. Quella stanza, quel reparto divenne il mio micromondo – così, come un pesce dentro una boccia di vetro – vivevo di riflessi: la mia finestra affacciava sul pronto soccorso pediatrico, da quello scorcio notavo il tempo passare e le stagioni cambiare dal colore delle foglie negli alberi, dalla luce del sole, dalla nebbia o dalla neve, lo notavo da come era vestita la gente che entrava e usciva o semplicemente passeggiava per la strada; dalle braccia abbronzate oppure bianche degli infermieri e dei dottori. Il tempo intanto passava inesorabile, mentre io ero sempre lì, chiusa dentro, bloccata, congelata così in un “non-tempo”, dentro un “non-spazio”. In quel piccolo mondo le tue compagne di stanza diventano tua sorella e tuo fratello, i medici tua madre e tuo padre.
Gli psicologi i tuoi più intimi confidenti e sostenitori, gli infermieri i tuoi amici, perché loro imparavano a conoscerti meglio di chiunque altro, così come conoscevano ogni tua singola vena, ogni tuo singolo respiro, custodivano allo stesso modo ogni tuo umore, buono (raramente) o cattivo che fosse.
Erano loro a darti la mano quando era necessario, con la quale ti capitava prima o poi di trascorrere il loro lungo turno della notte e la tua maledetta insonnia; erano sempre loro a fare il lavoro più duro, a sporcarsi letteralmente le mani, a vederti nelle situazioni peggiori, a fare cose che credo non faccia piacere a nessuno fare, ma intanto erano sempre lì, simpatici e antipatici, amorevoli e scorbutici (perché poi impari a conoscerli anche tu molto bene, ad avere i tuoi preferiti e quelli scritti nella tua personale blacklist) ma tutti indistintamente a fare il loro lavoro come vocazione, anche quando li inondavi di parolacce in preda a una crisi o quando scalpitavi dal dolore. Ed è per questo che in quel momento loro diventavano i tuoi migliori amici.

Sempre in ospedale ho potuto fare gli esami di terza media; ho continuato a studiare, nonostante fossi lontano da casa e da scuola, grazie alla possibilità del servizio di “scuola in ospedale” presente al Sant’Orsola, ma non in tutte le strutture ospedaliere; grazie alle insegnanti ho potuto così permettermi di non restare indietro con i programmi scolastici. E credetemi non mi è stato mai scontato nulla. Forse l’unico gancio di normalità che mi era concessa. Poi c’erano giornate che giravano diverse dal solito perché erano contornate dalle visite speciali di persone speciali, come i volontari ospedalieri (nello specifico quelli della Fa.Ne.P), che venivano a trovarci per farci vivere per qualche ora quella normalità e quella spensieratezza che ci erano negate. Così i pomeriggi trascorrevano grazie a loro facendo qualche attività ludica e creativa, guardando un film, studiando insieme oppure semplicemente chiacchierando di quel mondo là fuori che andava avanti lo stesso anche senza di noi, ma anche dei nostri sogni e delle nostre aspirazioni future. In poche parole, loro alleggerivano quelle giornate tutte uguali, dove il tempo sembrava essersi congelato per sempre sotto la stessa luce fredda del neon del corridoio. La verità è che ti abitui a tutto, ti abitui anche al dolore, quello tuo ma anche quello degli altri, ti abitui al “non-spazio”, al “non-tempo”, ma a una cosa non ti abitui mai: a vedere chi con amore compie ogni giorno dei piccoli grandi miracoli, chi con perseveranza sceglie di aiutare chi ha bisogno. Ognuno nel proprio ruolo, tutti sono indispensabili, come un grande ingranaggio permettono di salvare per qualche ora, qualche giorno, o forse per sempre una vita.
Non sarò mai abbastanza grata per quello che ho vissuto, per le persone che ho incontrato; perché oggi non temo lo stare chiusa a casa o il tempo che dovrò restarci.

Colgo invece delle sostanziali differenze tra le due situazioni, riconosco oggi il calore di casa mia: confortevole, accogliente e familiare, circondata dalle persone che amo; è tutto così tranquillo a confronto, perché in quelle corsie, tra quei letti, invece, riuscivi a vedere i mostri più terrificanti, a sentire tanto freddo dalla paura, a sentirti a volte così vulnerabile, sentivi le urla più strazianti, il pianto più disperato, i campanelli d’emergenza, le sirene delle ambulanze andare e venire, tutto sempre come sottofondo della tua quotidianità.
Quindi, quando avete da ridire su questa quarantena nazionale e internazionale, piovuta così democraticamente dal cielo, a causa di questo maledetto virus… non abbiate la presunzione di pensare che il vostro punto di vista sia il solo in assoluto. Piuttosto pensate a chi vive come ho vissuto io, chiusa in un reparto, ancor di più con l’ansia dell’oggi, a tutti quei medici e infermieri, ma anche gli inservienti, gli addetti alle pulizie, chi cucina e chi distribuisce i pasti ai pazienti. Queste persone, chi per scelta, chi per vocazione, chi per necessità, si recano ogni giorno lì dove nessuno vorrebbe mai andare, men che meno vivere. Pensiamo tutti a quanto in più abbiamo adesso in questo istante, e quanto nulla o poco più ha chi non ha la possibilità di essere libero sempre, non per giustizia ma per disgrazia. Fate tesoro di questa chiusura forzata, per avvicinarvi agli altri in un modo differente, siate empatici, ma soprattutto siate grati per ciò che di più semplice, ma allo stesso tempo essenziale avete: la salute, una casa, del cibo, un letto caldo, un posto confortevole dove poter vivere, una finestra da cui poter sbirciare il mondo…

Rinnovatevi, con occhi nuovi, pronti a guardare le cose da un’altra prospettiva, pronti ad assaporare, appena questo stand by collettivo finirà, la tanto bramata libertà di cui tanto si parla. Perché sappiate che a tutto c’è una fine, nel bene e nel male.

Si, tutto prima o poi finirà!

Questo articolo ha un commento

  1. Giuseppa dell' aera

    Grazie per aver voluto condividere la tua esperienza attraverso questo articolo. Un abbraccio.

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