Quell’angolo sono io!

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di Irene Sandri

Tw: violenza sessuale

Hai presente quell’angolo della casa che non è stato dipinto omogeneamente, quello pieno di buchi minuscoli e graffi, quell’angolo della casa troppo poco illuminato per appenderci un quadro, per metterci una pianta, l’unico angolo senza una presa elettrica quindi nemmeno una bella lampada potrebbe starci. L’angolo in cui spesso passi e ti riprometti di dargli una sistemata, perché così è davvero deprimente, buio, spoglio.

Non lo fai mai, quell’angolo rimane lì, così.

Io sono quell’angolo, ma sono anche tutto il resto della casa.

Sono colonne portanti, sedie di paglia, riscaldamento, ventilatore, pavimento rovinato, poltrona per gattə, doccia pulita, tetto robusto, porta blindata, finestre senza tende, scrivania scomoda, pareti piene di disegni, letto troppo grande per me da sola, armadio scorrevole, libreria ancora da montare, terrazzo con cactus. Sono anche quell’angolo che no, non posso sistemare.

Quell’angolo rappresenta il mio trauma, la cosa più brutta che mi sia mai capitata, è la violenza sessuale di sette anni fa.

Rimane lì, solido come tutti gli altri angoli della casa.
Niente lampada, niente piante, niente quadri, solo buchi, poco colore, graffi, penombra.
Né io né nessunə altrə potrà mai far vivere quell’angolo.
Non si può. Punto.
L’angolo è fermo, come lo ero io quella sera.
Immobile, come me quella sera.
Sporco, come mi sono sentita per anni.
Solo, come mi sento tutt’ora.

Ha le crepe, come ogni volta che ne parlo con qualcuə che non capisce.
Non si merita di essere dimenticato, non ha fatto niente di male, non si è meritato di essere ləi quell’angolo, immobile, sporco, in penombra.

Sono stata violentata e non ho reagito.
Sono stata violentata e speravo mi picchiasse così sarebbe stato più semplice ammettere quello che aveva fatto.
Sono stata violentata.

Non posso cancellare, modificare, dimenticare; posso ascoltarmi e prendermi cura per sempre, posso non sentirmi in colpa e non vittimizzarmi, posso ripetermi che non me lo meritavo, posso parlarne e scriverne, posso fare sesso e non avere paura. Ma quell’angolo farà sempre parte di me, di me che sono casa e che sono tutte le cose che la compongono.
Se quell’angolo scomparisse tutta la casa cadrebbe. Sono quasi certa che dietro quell’angolo ci sia una colonna portante, dunque no, non ci penso nemmeno a buttarlo giù e rischiare di rimanere intrappolata, schiacciata, tra le macerie per sempre.

Quell’angolo sono anch’io e ho passato anni ad esserci intrappolata dentro, dimenticandomi di tutto il resto della casa; anni in cui non esistevo.
Mi sono liberata, ma rimango. Rimane.
Certi giorni ci passo davanti e non ci faccio nemmeno caso a quell’angolo buio, freddo,
spoglio. Altri giorni ci rimango davanti e lo osservo piangendo, da sola.

È il dolore più grande e più forte che io abbia mai provato.
La prova tangibile che la morte c’è sempre nel momento in cui c’è la vita. Ho assistito alla morte di una parte di me stessa e la rivivo nella mia testa ogni tanto. Vivo un lutto costante e quotidiano, che ogni tanto sento forte, altre meno, altre per niente, ma so che c’è.
Se capitano delle scosse io sento il terremoto, la mia casa trema più forte e in quell’angolo si crea una nuova crepa. Avevo smesso di spazzare i pezzi di muro e colore, lasciando che si accumulassero; ora ho imparato a pulire anche quell’angolo e per quanto sia difficile chinarsi e spolverare e raccogliere e pulire, non c’è cosa che mi renda più orgogliosa di me stessa.
È una cosa che provo da sola, sistemo da sola, pulisco da sola.
Io contro una parte di me.
Io con me.
Una delle cose più difficili è aprire la porta di casa, che sono io, e lasciare che qualcunə entri, in me.
Moltə non si sono nemmeno accortə di quell’angolo della casa.
Moltə mi hanno posto troppe domande.
Moltə hanno fatto finta di non vedere.
Moltə mi hanno dato consigli non richiesti su come sistemarlo, provavano a metterci le mani, a raschiare dei pezzi tra il muro e il vuoto, a fare progetti su mensole da attaccare, luci di natale da appendere, una mano di vernice da dare… non voglio niente di tutto questo.

Non ti piace così com’è? Vattene. Vattene perché quell’angolo rimane così.

Ti destabilizza la friabilità del muro davanti ad una colonna portante?
Il dolore e la fragilità insieme alla forza e alla voglia di tutto?
La luce del soggiorno al buio di questo angolo?
Sono io e tu non sei nessunə per dirmi come dovrei stare, come dovrei sistemarmi, come dovrei illuminarmi, come dovrei migliorarmi.
Dovresti farmi sentire al sicuro invece di farmi sentire inadatta.
Mi merito tutto, mi prenderò tutto.
Passerò davanti all’angolo senza accorgermene, ci rimarrò davanti per ore, ci starò dentro, ci starò fuori.

Sarò casa intera, sempre.
Sarò luce e colore come penombra e vuoto; calore come freddezza; compagnia come solitudine.
Non ho occupato questa casa, questo corpo, è mia e solo mia e lo rimarrà per sempre.

Vivo e sopravvivo.
Se sto male sono degna tanto quanto se stessi bene, se piango fino a disidratarmi va bene
lo stesso. Se non sto okay va bene. Ogni mia emozione, ogni mio sentimento sono legittimi e non permetterò mai a nessuə di farmi sentire inadeguata o non degna.
E se vuoi entrare devi chiedere il permesso, devi ricevere un mio consenso e non darlo mai per scontato. Sono una casa grande e forte, sono una casa piccola e fragile. Posso essere una o l’altra come tutte e due insieme e vado bene così, devo andare ben così.

Se entri e vedi quell’angolo non chiedermi i particolari, ascolta quello che voglio condividere, non giudicarmi, non etichettarmi, ma soprattutto non guardarmi così.

Non c’è cosa più dolorosa di essere guardatə con quello sguardo di pietà, disgusto, paura.
Se pensi di non riuscire a sopportare quell’angolo, che rimarrà così, allora faresti meglio ad andartene. Se mi dovessi accorgere che provi pena osservandolo, allora sarai mandatə via immediatamente.
Non ho il tempo di farmi accettare, di farmi compiacere, di spiegare niente che io non voglia dire; non ho le forze per prendermi cura della tua incapacità di ascoltare o della tua inettitudine a non capire.
Preferisco un letto enorme su cui dormire sola piuttosto di condividerlo con chi mi vorrebbe diversa, con chi mi vorrebbe cambiare, con chi teme il mio possibile buio, con chi ha paura di me.

Non ho tempo da perdere, devo spazzare il mio angolo e posso farlo da sola, come ho sempre fatto.

Crounching nude girl – Egon Schiele – Leopold Museum

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