Quello che siamo diventati

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di Salvo Balistreri

Era la fine del 2019, attraverso gli schermi dei nostri PC e delle nostre televisioni, dalle pagine dei nostri profili social, nell’intimo delle nostre case, venivamo a conoscenza di un nuovo virus che colpiva la Repubblica Popolare Cinese. Ci sembrava qualcosa di distante, di lontano. Ci consolavamo pensando che qualcosa del genere non fosse possibile nel mondo occidentale, con le nostre norme igieniche, con il nostro sistema sanitario e forse, soprattutto, con la supponenza che contraddistingue noi del primo mondo.

Finché a fine febbraio ci ha travolto la notizia dei primi casi in Italia, Codogno (Lombardia) e Vo’ Euganeo (Veneto), i primi comuni colpiti, le prime zone rosse e le prime quarantene.

Il resto lo conosciamo tutti, è ormai storia, una normalità costellata di DPCM e distanziamento sociale.

Ma come abbiamo affrontato lo stravolgimento della nostra routine?

Come ogni cosa umana, ognuno ha affrontato la cosa in maniera differente. Qualcuno si è fatto predare dall’ansia e dalla disperazione, altri hanno sollevato la bandiera della speranza e dell’occasione per cogliere ciò che di sbagliato apparteneva a questa società. I più pragmatici hanno capito che la nostra quotidianità sarebbe stata stravolta senza però l’arroganza di capire in che modo.

Io personalmente ho sperato che l’essere accomunati da questo morbo ci avrebbe reso migliori. Che il virus avrebbe spazzato la superficialità e mostrato l’indispensabile. Che ci sarebbe stata evidente la stortura del sistema capitalistico, la sua frenesia e inarrestabile rincorsa al fatturato. Che avremmo dato più importanza al singolo abbraccio o a quel posto in platea dove poter beneficiare degli effetti di una rappresentazione delle nostre paure e delle nostre pulsioni.

Dopo un anno siamo di sicuro ancora immersi in tutto questo da non poter essere degli osservatori oggettivi. Non siamo ancora in grado di elaborare e di rielaborare.

Ma di una cosa sono sicuro:
non siamo diventati migliori…anzi.


Secondo l’indagine periodica realizzata dall’Istituto Piepoli 8 persone su 10 si sentono molto stressate. Sono aumentati notevolmente gli accessi in Pronto Soccorso per tentativi di suicidio o atti di autolesionismo. Siamo invasi dall’insicurezza, abbiamo abbassato i nostri standard, siamo disposti ad accettare compromessi che non avremmo tollerato mai. Stiamo perdendo la capacità di interagire con gli altri, di confrontarci, accelerando un processo già in atto in questa epoca dell’iperconnessione. Quello che facciamo è scegliere una fazione, una parte della barricata dove stare. No Vax o Pro Vax. In difesa dei diritti dei lavoratori o in difesa dei disoccupati.

Stiamo perdendo di vista la complessità.
Ridotti a schematizzare, semplificare, autocertificare.
A distinguere tra congiunti e altro
.

Chi ha un lavoro deve essere grato di averlo, non può sollevare critiche, chiedere di meglio, perché in tanti il lavoro l’hanno proprio perso, a molti il lavoro è stato sradicato. E chi è in cassa integrazione devo solo capire il santo a cui rivolgersi per ringraziare di un’entrata sicura (o quasi), quando qualche tempo fa i cassaintegrati componevano la prima linea di chi lottava per un futuro diverso fatto di diritti e di emancipazione.

Non è possibile intraprendere un approfondimento sul tema vaccino, sulla campagna vaccinale, sugli errori commessi dal governo, senza essere presi per complottisti.

Lo spazio digitale terramatta.net ha percorso una parabola simile a quella che ho percorso io. Dopo una prima fase di euforia da “più tempo libero” si è passati a un apatico procedere senza un chiaro futuro.
Su queste pagine digitali voglio ripartire.
Voglio che tornino ad accogliere il pensiero delle minoranze, degli ultimi, sempre più numerosi. Non bisogna permettere che una guerra tra poveri ci separari, ma è necessario riconoscersi, stare uniti nel fronte per un mondo migliore, libero dal virus ma anche dalle discriminazioni.

Alla fine di questa pandemia non sarà semplice tornare alla normalità, ma bisognerà intraprendere un percorso riabilitativo. Il percorso riabilitativo non si azionerà da solo, deve partire il prima possibile e ognuno deve fare la propria parte. Noi ripartiamo da qui a compiere il nostro pezzettino di dovere per un mondo migliore.

“Cambiano i versi delle canzoni
I silenzi, i sorrisi, il nero dei vestiti
Sei cambiata anche tu
Che pensi sempre a tutto quello che non hai
Che forse è troppo presto per un figlio
E pensi sempre a tutto quello che non hai
E che forse non avrai mai”

Murale di Kenny Random

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