RESPIRARE è sempre più difficile

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di Salvo Balistreri e Michele Dello Spedale Venti

Il 25 maggio, a Minneapolis (Minnesota), è stato ammazzato George Floyd, soffocato lentamente per lunghissimi 8 minuti e 46 secondi dal ginocchio del poliziotto Derek Michael Chauvin. La vittima viene liberata dalla morsa dell’agente soltanto dopo la richiesta dei paramedici sopraggiunti sul luogo, dopo 3 minuti dal momento in cui aveva perso conoscenza. Non aveva opposto resistenza e la sua colpa era di aver usato 20 dollari probabilmente contraffatti.

Forse la sua vera colpa era di essere nero.

Ad aggravare la situazione c’è la versione ufficiale dei 4 poliziotti intervenuti che non coincide con i video diffusi in rete e quelli registrati da una videocamera di sorveglianza.
La beffa finale arriva con l’autopsia, che esclude il decesso per asfissia e fa risalire la causa a problemi di ipertensione di cui l’uomo soffriva precedentemente.
I familiari chiedono e ottengono una seconda autopsia indipendente che, invece, conferma le evidenze delle riprese e individua nell’asfissia la causa della morte.

Il video che ritrae gli ultimi momenti di vita di George Floyd ha fatto il giro del mondo e scatenato l’indignazione di moltissime persone.

I poliziotti sono stati accusati di omicidio ma, se il caso non avesse riscontrato tutto questo clamore mediatico, sarebbe successo lo stesso o il tutto sarebbe stato facilmente insabbiato?

I parallelismi, i rimandi, le similitudini con altri casi sono tantissimi, dagli Stati Uniti all’Europa.
Storie di abusi in divisa, di razzismo, di discriminazione, di soprusi, di umiliazione. 

Nella nostra Italia i casi di cronaca non mancano e sono anche qui molto frequenti, da Stefano Cucchi a Federico Aldrovandi, da Mohamed Ben Ali a Soumaila Sacko e a tutte le vittime senza volto e senza nome del caporalato e del Mediterraneo.

George Floyd rappresenta la punta di un iceberg enorme, fatto non solo da morti, ma anche da secoli di ingiustizia ed enormi disuguaglianze sociali ed economiche perpetuate dagli Stati e dai governi occidentali. Un filo rosso di dolore che investe lɜ ultimɜ, lɜ emarginatɜ e lɜ sfruttatɜ, figlɜ di un sistema, quello capitalistico-liberale, che crea per sua natura differenze e gerarchie.
Il tutto coperto da un velo, sgualcito ma mai caduto, di equità e di possibilità di successo. Il sogno americano, secondo cui tuttɜ possono fare tutto ciò che vogliono grazie all’impegno e alle capacità, non è mai esistito. Certo, qualcunə è riuscito a migliorare la propria condizione di vita ma non è la norma: la realtà dei fatti dipinge una società bloccata, dove lɜ ricchɜ diventano sempre più ricchɜ e lɜ poverɜ sempre più poverɜ, dove la ricchezza aumenta ma non crea benessere collettivo, accentua soltanto le disparità esistenti.

È davvero questo il sistema migliore che riusciamo a concepire? Un mondo dove l’1% della popolazione possiede quanto il 70%?

Eppure non vediamo alternativa, è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo. Riportando le parole di Alain Badiou:

“Ci viene presentato come ideale uno stato delle cose brutale e profondamente ingiusto, dove ogni esistenza viene valutata in soli termini monetari. Per giustificare il loro conservatorismo, i partigiani dell’ordine costituito non possono davvero dire che questo stato sia meraviglioso o perfetto. E quindi hanno deciso di dire che tutto il resto è orribile. Certo, dicono, non vivremo in un paradiso, ma siamo fortunati a non vivere in un inferno. La nostra democrazia non sarà perfetta, ma è meglio di una dittatura truculenta. Il capitalismo è ingiusto, d’accordo. Ma non è criminale come lo stalinismo. Lasciamo che milioni di africani muoiano di AIDS, ma non rilasciamo dichiarazioni nazionaliste e razziste come Milosevic. Uccidiamo iracheni coi nostri aerei, ma non tagliamo mica gole con i machete come in Ruanda.”

Per spolverare vecchi slogan: un altro mondo è possibile!

In Italia il 12 giugno Mohamed Ben Ali è morto carbonizzato, aveva soltanto 37 anni e viveva, come tanti altri braccianti, in una baracca di legno nel ghetto di Borgo Mezzanone (Foggia).

Mohamed non è il primo e purtroppo non sarà neanche l’ultimo.

Le condizioni del ghetto sono inaccettabili per un paese che si definisce democratico e sviluppato come l’Italia: esseri umani che vivono senza acqua corrente, in condizioni igienico-sanitarie penose, senza diritti né protezioni.

In questi ghetti gli incendi non sono rari e morire in un rogo è un’eventualità da non trascurare.

Le condizioni in cui sono costretti questi esseri umani non sarebbero ammissibili nemmeno per degli animali. Per questi ultimi saremmo pronti, giustamente, a gridare allo scandalo. E come facciamo a sopportarlo? Facciamo finta di non vedere o di non sapere, rendiamo queste persone invisibili. Persone indispensabili per il nostro sistema, grazie ai quali gli scaffali dei nostri supermercati sono sempre pieni. Esseri umani costrette a lavorare 10 ore al giorno, sotto il sole, per pochi euro, subendo ogni mattina l’umiliazione della selezione da parte del caporalato locale.

Questa è la normalità.

Adesso è ora di gridare basta, di farci carico delle nostre responsabilità, di aprire gli occhi e accorgerci di essere ancora schiavisti. Non è solo il momento di vergognarsi. Bisogna agire adesso. Come sta avvenendo negli USA.

Fronte unico

Oggi la causa antirazzista è sicuramente sulla cresta dell’onda, tuttɜ in un modo o nell’altro abbiamo scritto sulle nostre bacheche, sui nostri profili, #BlackLivesMatter dopo la morte di George Floyd. Ma ogni giorno queste ingiustizie avvengono e purtroppo non vengono riprese da un dispositivo e non fanno il giro del mondo. Viviamo contemplando il sopruso, la violenza e la prevaricazione come tasselli portanti della struttura e non come eccezioni.

Ma a non respirare sono in moltɜ e le lotte non devono dimenticare nessunə: non può esistere una lotta antirazzista che dimentichi la condizione delle donne, della comunità LGBTQIA+, delle persone tossicodipendenti o senza fissa dimora. Bisogna muoversi compattɜ senza lasciare nessunə indietro, senza fare l’errore di chi ci ha preceduto, perché altrimenti non faremmo altro che creare un mondo “nuovo” ma con altre ingiustizie e altre discriminazioni.

First pride was a riot

Il primo Pride è stato una rivolta. No, non la sfilata che moltɜ definiscono “baracconata” come oggi. Quella è davvero una festa e una celebrazione di esistenza: purtroppo, si è quasi esaurita la rabbia nei confronti del sistema. Il capitalismo nel tempo ha più volte mostrato la sua incredibile capacità di adattarsi, assorbire le lotte sociali e mascherare le disuguaglianze.

Basti vedere come a giugno di ogni anno tantissime aziende e brand si colorino di arcobaleno. Una bella operazione di rainbow-washing un mese all’anno per dare una parvenza di inclusività e rispetto delle minoranze, e poi continuare a sfruttare chi lavora come, ad esempio, ɜ rider che, senza tutele né un salario assicurato per sopravvivere, rischiano ogni giorno la vita in mezzo alla strada per consegnare cibo, prodotti, spesa nel più breve tempo possibile.

Basta un marchio colorato d’arcobaleno per essere inclusivɜ o serve un cambiamento più radicale nella sostanza e nel modo in cui è concepita la società?

Le rivolte negli USA ovviamente hanno acceso dei grossi dibattiti anche in Europa e nel nostro Paese. Martin Luther King, noto per avere portato avanti un metodo di protesta non-violenta, nel suo pensiero è stato molto più radicale di quanto non si faccia passare nell’immaginario collettivo, ad esempio in questo breve discorso:

“Riot is the language of the unheard”.

Proprio come il primo Gay Pride, in cui trans, travestitɜ e frocie (tra cui Sylvia Rivera, donna transgender di origini latine, e Marsha P. Johnson, drag queen afroamericana) hanno attaccato la polizia dopo l’ennesima retata omofoba atta a mantenere un certo “decoro sociale”, minato da un abbigliamento non consono al proprio sesso, motivo sufficiente per arrestarlɜ.
Da quella prima notte di scontri violenti con la polizia, oggi, nel 2020, la comunità LGBTQIA+ può vantarsi di avere visibilità, diritti, di potersi esporre pubblicamente (sempre con il rischio di ritorsioni). Quello che non dobbiamo dimenticare è che i moti di Stonewall sono stati un punto di partenza fondamentale per iniziare a discutere seriamente di diritti civili e sociali per la comunità. E che i moti di Stonewall sono stati violenti.

Non prestare ascolto alle minoranze e fare in modo che sia la “maggioranza”, la massa acritica, a decidere produce queste sacche di minoranze invisibili. E ciclicamente, quando si passa il limite della tolleranza, come nel caso di George Floyd o della notte di Stonewall, tra il 27 e il 28 giugno del 1969, scoppiano ancora una volta le rivolte violente.

Rivolte che quella stessa maggioranza acritica giudicherà come non valide perché violente.

Cosa fare se questa famosa maggioranza non ci ascolta quando cerchiamo di farci sentire in modo non-violento? E neanche la violenza va bene?

Cosa vorreste esattamente che facessimo? Vorreste le minoranze zitte e buone per non turbare i privilegi di alcunɜ e fare in modo che lo status quo resti invariato?

Allora non volete ascoltare, non volete per niente avere a che fare con le minoranze. Se poteste, neghereste la nostra esistenza.

Se solo vi fosse concesso, probabilmente, andreste oltre la negazione, come è già successo durante il nazismo. O come succede nel silenzio generale con persone come George Floyd, Stefano Cucchi e tuttɜ lɜ altrɜ che spesso non hanno nemmeno un nome.
Starvene zittɜ e non prendere nessuna posizione vi rende complici di quella stessa violenza.

“Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti”.

Viviamo in una società che non tende ad appianare le disuguaglianze ma fa in modo di renderle sempre più forti ed evidenti. Succede con singoli individui, ma anche con continenti interi.

Come dimenticare, ad esempio, gli accordi con la Libia rispetto ai lager fatti apposta per chi cerca faticosamente di fuggire da un continente martoriato da secoli di colonialismo europeo (e non solo). E questi lager sono stati accordati non dalla Lega o dal “Capitano” famosissimo per le sue uscite razziste e anti-meridionaliste, ma dal PD, partito che si definisce di sinistra liberale.

Dov’è la differenza tra queste due forze politiche? Perché io, sinceramente, non la vedo.

Monumenti, statue e simboli

Rispetto al focus dato dai media, le rivolte negli USA sono state perlopiù pacifiche. In alcuni luoghi, però, le manifestazioni sono state anche violente. A Minneapolis il commissariato di polizia è stato incendiato; a Bristol, invece, la statua di Edward Colston è stata abbattuta e gettata in un fiume.

Per chi non si fosse mai documentatɜ in proposito, Colston, famoso a Bristol in quanto filantropo, è stato un mercante di schiavi a cavallo tra il 1600 e il 1700.
Già negli anni ’90 le minoranze caraibiche avevano iniziato a muovere critiche molto aspre verso la celebrazione della sua figura.

Ma, come al solito, le minoranze non vengono ascoltate.

In Italia, parallelamente, la statua di Montanelli è stata di nuovo presa di mira e la polemica su questo personaggio è tornata a montare. Polemica che già l’anno scorso era emersa dopo che Non Una Di Meno aveva imbrattato la statua con della vernice lavabile rosa, in memoria degli stupri sulla dodicenne eritrea Destà. Montanelli non si è mai pentito né negli anni ’70 né tantomeno nel 2000 delle sue azioni, che anzi riteneva legittime.

Per arrivare al punto: è sensato per una minoranza oppressa abbattere i simboli che celebrano i personaggi che si sono resi protagonisti di un’oppressione ancora presente?

Riguardare con nuovi occhi i simboli contemporanei che adornano le nostre città, riqualificarli e sostituirli per fare in modo da non perpetrare un’oppressione ai danni di qualcunə è davvero così folle?

A me, ancora una volta, sembra solo un modo come un altro per non ascoltare quelle minoranze.

Da invisibilɜ a sub-umani

A volte capita che alcuni di questi soprusi arrivino sulle pagine dei giornali, dei social e a riempire le bocche della gente.
A quel punto non si può far finta di non vedere.
Lɜ invisibilɜ magicamente appaiono, si definiscono. E allora la strategia messa in atto per andare avanti sugli stessi binari, per convincere le persone di vivere se non nel migliore dei sistemi possibili, quantomeno nel meno peggio, qualcuno alza la voce e trasforma le vittime in sub-umani, in esseri che la morte, l’abuso e il sopruso, in fondo, li meritavano, o quasi.
Per cui ɜ migranti che scappano dalla guerra, dalla fame e dalla miseria (che spesso il bianco occidentale ha portato nelle loro terre) diventano stupratori, ladri o spacciatori, chi muore per una banconota da 20 dollari contraffatta diventa un delinquente. Chi muore massacrato dalla polizia tornando a casa da una serata con gli amici diventa un drogato che aveva perso il controllo e una donna che subisce uno stupro non è altro che una provocatrice che “se l’è cercata”. Due uomini o due donne che si baciano per strada, le persone trans diventano “un problema da spiegare aɜ proprɜ figlɜ”.

Forse bisogna valutare quali sono le proprie priorità. Forse bisogna fermarsi e domandarsi cosa facciamo, meccanicamente, ogni singolo giorno della nostra vita. Forse fermarsi a riflettere serve per uscire fuori dai meccanismi del profitto e del progresso. Ma il sistema non ce lo permette, la società non ce lo permette. Dobbiamo lavorare il più possibile per potere avere una vita dignitosa ed arrivare a fine mese. Dobbiamo avere una vita sociale piena, altrimenti risultiamo noiosɜ. Dobbiamo avere un fisico perfetto per competere nel mondo delle relazioni, e dobbiamo fare di tutto per migliorarlo.

Forse, allora, bisogna che ci fermiamo, tuttɜ, ad osservare dove siamo finitɜ.
E forse, vedere, che prima del profitto e del “progresso” dovrebbero essere prioritari gli esseri umani. Perché profitto e “progresso” senza diritti sociali e civili di tuttɜ sono solo privilegi.

Prima gli esseri umani.

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