Ritroviamoci

di Elisa Di Dio

Tempo di lettura: 4 minuti

Riamiamoci, riscaldiamoci, ricominciamoci.
Sì, ricominciamoci. Parto dall’azzardo di un verbo transitivo e intransitivo che di questi tempi si fa riflessivo nelle citazioni di alcuni influencer di successo, e mentre ne digito le lettere sulla tastiera mi pare che la parola si attorcigli su se stessa così come capita di fare a me e credo a tutti, a ogni benedettissimo autunno che Dio manda in terra. E lì mi fermo. Per spiegare.
Innanzi tutto, ben trovati.
Riapprodo su Terra Matta a raccogliere idee, pensieri, esperienze -piccole, grandi, esaltanti o così così- e a regalarvele, se vi va di leggermi e di seguirmi.
Ringrazio il mio caporedattore, Salvo Balistreri, che nel lontano e freddo nord, da oggi in poi, riceverà ogni due settimane in affannoso, cronico ritardo le mie note sparse, e ne farà un pezzo capace di sfidare le onde e i cammini perigliosi del web;
sennò che Terra matta sarebbe?

In realtà la mia vacanza è stata riempita da tante cose. Niente viaggi, né mete più o meno esotiche, pochissimo mare, tanto lavoro, fra teatro e cinema, tantissime strade. Ho divorato chilometri e chilometri di strade interne, quelle che tanti percorrono per lavorare, studiare, raggiungere casa dalle sedi di lavoro. Strade che sono la firma in calce e alte nubi di polvere, se non di fango, alla resa di un’isola, la nostra, quella contrassegnata su Instagram dall’hashtag #siciliabedda, di cui vediamo solo l’aspetto migliore, dei monumenti e dei paesaggi. Fra un tramonto alle saline di Trapani e un aperitivo consumato fra le seggiole colorate e i gerani della balata di Marzamemi, fra il Salinas di Palermo e la dea di Morgantina al museo archeologico di Aidone, stanno il nulla, lo sterro, il deserto. Basta saperlo e ci si attrezza, in attesa di un hastag che questa volta dovrebbe essere quello della vergogna e della rabbia.

Ho attraversato le strade impervie della provincia di Enna, durante quest’estate.

Viaggiando in macchina su e giù, dall’interno alla costa, dalla costa di nuovo verso il centro, o, ancora da un centro del centro a un centro in periferia rispetto al centro. E scusate il gioco di parole, ci si perde, ma non troppo; ci si perde di più a guidare su queste strade. Autostrade che sono un’ode al tema del labirinto, tanto amato da Borges. Da noi i labirinti sono reali, e labirinti inestricabili appaiono spesso le nostre strade: transenne e nastri rossi, divieti e cartelli semicancellati svettanti su pali, o frecce malamente tracciate sull’asfalto: non fai in tempo a immetterti su una corsia, che subito ti viene segnalato l’obbligo di immetterti sull’altra, in un continuo serpeggiare a zig zag, su queste trazzere che si fingono strade e che hanno trovato nell’incompiuto lo statuto stesso del loro esistere. E noi, rassegnati, accaldati, forzatamente abbronzati dal sole che dal parabrezza ci allaga la faccia, serpeggiamo, svoltiamo, affrontiamo dossi sbilanciati sul nulla, invertiamo marce, impazziamo. Il buco, la fossa, la scaffa, ovvero u purtusu na strata, sono le costanti su cui queste strade ritrovano se stesse, mentre noi ci perdiamo, con buona pace di Google Maps.

Intorno e ai lati si proietta il film della Sicilia interna, sconosciuta alle masse di turisti vocianti: una bellezza muta o tutt’al più risuonante del latrato dei cani, del canto di cicale invisibili, del tappeto di bassi ritmati di macchine agricole che sfidano terre di pietre e rovi. Una bellezza assurda, assetata, che vive di vita propria sotto l’apparenza dell’immobilità, punteggiata qua e là da rovine di casolari, antichi mulini ad acqua, masserie, castelli. Sotto il sole tutto sembra friabile, pronto a crollare: durante questi viaggi penso sempre alle pagine de “Il Gattopardo” in cui si narra il viaggio verso Donnafugata della famiglia del principe di Salina, a quel mangiare polvere e diventare tutt’uno con quei colori di argille e frane, cortecce bruciate dal fuoco e dallo scirocco.
Mi perdo nei pensieri, e ogni volta anch’io mi sento un po’ parte del clan dei Salina, fra Palermo, Marineo, Prizzi, Corleone, Bisacquino e Donnafugata: paese quest’ultimo creato dalla fantasia di Tomasi di Lampedusa, nel ricordo della casa di Santa Margherita Belice dei Filangeri di Cutò e del feudo di famiglia di Palma di Montechiaro.

La mia Compagnia ha viaggiato insieme a cinque maestri dell’orchestra Eco di Enna, Sergio Adamo, Stefano Termini, Fabio Distefano, Pippo Caramanna, Francesca Bongiovanni: un quintetto d’archi che insieme a me, narraTTrice, attraverso queste strade, più metafisiche che reali, ha fatto vivere e vibrare Cavalleria rusticana, la celebre opera di Pietro Mascagni tratta dall’altrettanto famosa novella e poi opera teatrale di Giovanni Verga. Abbiamo raccontato in musica, battute, narrazioni, una storia che è stata pensata, scritta, messa in musica tra il 1880 e il 1890, una storia che parla di tradimenti e vendette, di abbandoni e violenza ferina, secondo un codice di comportamento atavico, che il pubblico di un’Italia, unita da pochissimi anni, scopriva nei suoi usi, costumi, tradizioni e convenzioni, perché, diciamocelo, la Sicilia di Cavalleria forse è solo un’invenzione, come oggi lo è, seducente, ma sul crinale di una mistificazione estetizzante, quella di Dolce e Gabbana, tanto per dire.
Da allora tutto è cambiato. E non in meglio.
Come sarebbe oggi Cavalleria rusticana?
Santuzza, sedotta e in procinto di essere abbandonata, scriverebbe ad Alfio su una chat, mostrando uno screenshot delle conversazioni compromettenti fra Turiddu e Lola. Quest’ultima poi, verrebbe cosparsa di benzina e uccisa dal consorte, magari sotto l’effetto di qualche stupefacente, roba chimica, altro che il vino spumeggiante nel bicchiere scintillante come il riso dell’amante intonato da Turiddu. E il famoso duello, quello che si consuma alle ultime case del paese, sotto il sole di una Pasqua siciliana dell’oggi, avverrebbe nel parcheggio desolato di un centro commerciale, uno dei tanti mostri di cemento che appare qua e là, spaesato e brutto, fra una strada e l’altra, un raccordo che sa di trazzera, ieri come oggi, e chissà ancora per quanto.

Ecco, le strade, quelle non cambiano.

Trazzere, tratturi, tracciati, tratti di strada o di penna, tracce di memoria e segni scritti su un foglio. Etimologie e parole che condividono destini. Succede in Sicilia.

Irredimibili, ci piace forse essere così, creature letterarie fino alle estreme conseguenze. Irrintracciabili. Sulle carte della Storia e nel ricalcolo di un TomTom. Maledette, benedette parole, che salvano o dannano.

Dall’isola delle meraviglie è tutto. Felice rientro, amiche e amici che leggete e pensate su Terra Matta.

Entroterra siciliano dal visto dal Castello di Sperlinga

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