Scena, singolare femminile. Disobbedienza civile. Resistere ieri e oggi.

L’autunno del nostro disagio è qui, con le sue foglie croccanti che fanno da tappeto ai passi, tramonti klimtiani, oro e rosso come sfondo a nuvole barocche in fuga. E se da un lato la stagione invoglia a riscoprire la bellezza degli indugi domestici, dall’altro, questo ottobre continua a caratterizzarsi, sul piano collettivo, per i toni urlati, per la selva di parole scomposte e cattive usate per affrontare temi cruciali. Ammetto la mia insofferenza: proprio a partire dalle parole si dovrebbe cominciare a cambiare il mondo. La deriva del linguaggio è sintomo della deriva dell’umanità. La lingua è quel corpo vivente che tutto rivela, che racconta come siamo e verso dove andiamo, che sogna per noi mondi possibili. Il modo di usare la lingua di questi tempi, mi fa paura.

La vicenda che in queste ore vede protagonista Mimmo Lucano, sindaco di Riace, arrestato per presunto favoreggiamento dell’immigrazione mi fa pensare a un fatto, lontano nel tempo e sconosciuto ai più, quello di Maria Occhipinti, una giovane ragusana entrata improvvisamente nel meccanismo della grande storia per un gesto semplice, forte, istintivo, ma necessario, durante gli anni bui del secondo conflitto mondiale.

Due persone, un sindaco di un piccolo centro del Meridione, e una ragazza, che fanno due cose apparentemente semplici, ma dirompenti. Si mettono di traverso rispetto alle logiche dell’ossequio a ciò che direbbe la legge. Gli effetti sono gli stessi: il carcere. Fra sbagli e probabili errori, Lucano ha fatto una scelta, quella di restare umano, di integrare, di ridare vitalità a un piccolissimo paese destinato altrimenti a scomparire. La giustizia dirà e farà il resto. In questo, come in altri casi, con chi stare se non dalla parte di chi opera scelte solidali e socialmente aggreganti, in un mondo che fa oramai sistematicamente guerra alla pietà?

Di Maria voglio parlare, perché questa ragazza ha compiuto un’azione che ha mandato all’aria, per un momento, il corso della storia, quella in divisa e con le armi, la storia che assorda al suono di ordini militari e spari di fucile.

Maria Occhipinti ha fatto la Resistenza in Sicilia, terra nella quale, stando ai libri di storia, Resistenza non ce ne fu. Così, la mattina del 4 gennaio 1945, quando i convogli militari con sopra i soldati siciliani, si mossero per riportare al fronte i giovani, beffati dalle speranze alimentate dall’armistizio, Maria, ventitre anni e una pancia di cinque mesi, si sdraiò a terra, nel fango, e col suo corpo di ragazza incinta, bloccò la strada. Perché mariti, figli, fratelli dovevano tornare a combattere una guerra ingiusta e fratricida, perché l’isola doveva continuare a patire i colpi del conflitto, aggiungendo povertà a povertà, miseria su miseria? Con quel gesto Maria ha creato in un colpo solo Resistenza e Pacifismo, contro la stessa sezione del PCI locale che aveva accettato il richiamo al fronte come una ineluttabile necessità, consentendo che quei poveri cristi diventassero carne da macello in un momento, il più terribile e nero della storia, in cui repubblichini e partigiani si fronteggiavano su sponde opposte, mentre il duce in pieno delirio di onnipotenza e vendetta e il re, in fuga, consegnavano allo sbando, al disordine, ai massacri, una nazione e la sua gente.

I gesti e le parole possono essere il motore della storia. Tutto però si paga, soprattutto le parole di denuncia, le parole della ribellione. Per Ragusa furono giorni di feroci rappresaglie. Maria da subito, e negli anni a venire, subì il confino a Ustica, il carcere e la lontananza dalla figlia, la damnatio sociale da parte dei ragusani, e quella politica dei compagni di partito che, ingiustamente, attribuirono alla sua ribellione i toni del fascismo e del separatismo, la cancellazione del suo ruolo di figlia e moglie. Troppo di tutto per una donna, per un’antimilitarista, una siciliana con lo sguardo sul mondo. Ma non per Maria che, fino alla fine, ha fatto una scelta di campo, scandendo con forza parole di pace, scegliendo una vita anticonformista e libera dallo stigma dell’essere donna in una società arretrata e patriarcale come quella dell’epoca.

A Maria Occhipinti ho dedicato un monologo teatrale, ma esiste anche un intenso cortometraggio di Luca Scivoletto, Con quella faccia da straniera, che raccoglie testimonianze dirette, e poi c’è la sua autobiografia dal titolo Una donna di Ragusa, edita da Sellerio, con una preziosa prefazione di Carlo Levi.

Le parole, insomma, possono fare la differenza, le parole scavano fosse o creano ponti. Le parole cambiano la vita degli altri e un po’, di riflesso, anche la nostra. Mi piace pensare a Mimmo e a Maria, stasera, come a due persone, uno dell’oggi, l’altra del nostro recente passato, ciascuna con sbagli e cadute, come due coraggiosi della parola concreta, capaci di cambiare in meglio questo pezzo un po’ marcio di mondo.

Elisa Di Dio

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