Scena, singolare femminile. Storie di donne senza nome, ma con una voce.

Quarta riflessione dal mio particolare punto di vista che, non a caso, si intitola Scena, singolare femminile.

Il fatto è che di spettacolo mi preoccupo da sempre. Il teatro pervade la testa di chi lo vive, lo fa, o se lo ritrova come eredità familiare, con tutti i corollari che conseguono dal fatto che, tra genetica, milieu, conti da far quadrare, di teatro sono fatti i discorsi e le storie familiari, da almeno quattro generazioni, a casa Di Dio. Si parte con l’idea che recitare sia liberatorio, assecondi il naturale narcisismo individuale, permetta di esprimere parti della personalità che altrimenti resterebbero in ombra nella vita quotidiana. Lo pensavo da bambina; poi sono arrivate la maturità e la coscienza, la formazione, il confronto con altre realtà, altre voci. E molto è cambiato. A farmi da guida però, sempre, l’insegnamento di nonna Elisa, da cui ho preso il nome, e papà Nuccio. Per loro il teatro è stato dedizione, lavoro, fatica, amore, storie che intrecciavano piano privato con le vicende, talvolta tragiche, dell’Italia fra le due guerre. Partendo da questo immenso bagaglio, potevo non farmi catturare dalla malìa della scena? Eccomi dunque a vivere non solo di teatro, ma prevalentemente per il teatro, con una idea di pratica della scena che affonda le sue radici nel reale quotidiano, e con la convinzione che il teatro si debba fare, non per intrattenimento fine a se stesso, ma per scompaginare sistematicamente qualsiasi idea conformista e di quieta accettazione del mondo.

Portando il teatro nelle scuole con la Compagnia dell’Arpa, un bel po’ di ragazzi sono diventati a loro volta attori, formatori, registi, performers, gente che ha preso in mano la materia incandescente del futuro e se l’è giocata in un corpo a corpo esaltante e sicuramente non facile con l’Arte. In parole povere, a pensarci, ho istigato un sacco di persone a sognare. Ecco, non so se essere contenta o sgomenta. Dai sogni si può giungere a un nulla di fatto nella vita, ma dai sogni possono nascere le rivoluzioni più violente e virulente. Belle responsabilità. O ci si spaventa di tutto questo o se ne va immensamente orgogliosi. Inutile dire come mi sento io. Non solo perché so che questi ragazzi partiti da una vaga aspirazione, oggi riescono a vivere con libertà la loro arte, ma perché sono convinta che nell’espressione artistica risieda una delle poche forme di resistenza oggettiva allo sfacelo dell’oggi. Sono un’apocalittica a metà. Mi piace sempre alzare lo sguardo oltre la cappa di costrizione, odio, violenza che assediano il mondo. Mi piace pensare che quella parte ancora azzurra di cielo sia occupata dai sogni diurni fatti di sudore e sacrificio dei creativi. Parlo dei miei ex allievi, ma il discorso va naturalmente allargato a tutte le nuove generazioni di artisti che osa, fa, crea.

Ho parlato troppo di me, mi sa. Ma davvero, da sempre, mi reputo un semplice motore di azioni che trovano compimento in altri luoghi e toccano altre vite. Accade anche con la mia drammaturgia, che nasce sempre per un’urgenza e non per compiacimento personale. Io scrivo quando ho necessità di urlare le cose che non mi piacciono, mi stanno strette, mi fanno stare male. Affiora da questo stato d’animo l’ultimo lavoro che verrà realizzato da un gruppo di studentesse della Kore, con l’ERSU di Enna. Le cito, dunque: Chiara Zarcone, Ivana Leonardi, Flavia Morgano, Naomi Farchica, Deborah Di Gregorio, Laura Calì. Il titolo ancora non c’è, ma so di cosa vogliamo parlare e di cosa sicuramente non parleremo. Diremo che il nome delle donne tende a essere dimenticato, taciuto, rimosso; lo sfregio peggiore che possa toccare a un essere umano, in vita e in morte. Ci pensavo quando, la scorsa primavera, mi sono messa a riscrivere la mia versione di Barbablù, dalla celebre fiaba di Perrault. La protagonista della storia non ha un nome, mentre il marito, assassino seriale, ce l’ha. La sorella che riuscirà a salvarla ha un nome, lei no. Così come francamente sono diventata insofferente agli spettacoli che, con il lodevole intento di far riflettere sui femminicidi, fanno parlare le donne morte. Credo che pièces così, non servano a molto, se non a generare pietà. E senso di impotenza. No, grazie. Ho voglia di sentire voci vive. Corpi reAttivi che raccontino di donne duellanti, donne che con la morte magari hanno avuto a che fare, ma sono scampate a essa. Un po’ un the Nightingale di Jennifer Kent, riveduto e senza horror né vendetta, ma con la stessa voglia di riscatto. Alle coraggiose, note e meno note, ho voluto dedicare la performance che andrà in scena nel contesto di Cromosoma Teatro, evento che porterà a Enna, a novembre, le esperienze significative della drammaturgia contemporanea. I corpi distopici e bellissimi, traboccanti di parole e gesti, racconteranno storie in bilico fra la quotidianità e l’eccezionalità. Storie di donne vive, che intendono rimanere tali. Storie da fare emergere dalla notte che stiamo attraversando. Con la speranza che il teatro dia una mano a dissiparla.

Elisa Di Dio

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