Scena, singolare femminile. Tempo di frontiera tra cinema, vita, memoria.

A ogni tramonto d’estate, su Marzamemi soffia il vento: è carico di sentori di sale e alghe. Scompiglia la Balata, meta dello struscio serale, si insinua fra le casette e i riccioli di ferro battuto a cui si abbarbicano la menta e il basilico, il gelsomino e l’hibiscus, in una confusione di aromi e colori che stordiscono i sensi. Gonfia le tende di lino candido del cortile arabo, fa tintinnare i calici di bianco sorseggiato pigramente ai tavoli dei ristoranti ricavati nei bassi dell’antica tonnara, corre fra i vicoli del borgo e le stanze che si affacciano sul porticciolo. Sembra quasi insofferente all’orda di turisti del sabato notte, indifferenti alla bellezza fragile e arcaica di quelle pietre che si tuffano nel mare da secoli. Poi, d’improvviso, si acquieta, e comincia la magia: uno schermo si illumina, partono i titoli, la musica, il sogno. Il Festival del Cinema di Frontiera, giunto al diciottesimo anno di vita, ha rivelato, in questo scorcio d’estate, l’equilibrio raggiunto fra gli slanci della giovinezza e l’impegno della maturità.

Tante le cose che felicemente ritornano: prima di tutto la qualità delle giurie e dei film in concorso, cinema indipendente che parla le lingue del mondo, con la meritata vittoria de “La Mélodie” di Rachid Hami. Poi quella degli ospiti; l’edizione 2018 ha accolto, fra tanti, i percorsi artistici di Pif, Donatella Finocchiaro, Morgan. E ancora, la bellezza di assistere alle proiezioni in un luogo che è parte della storia del cinema: piazza Regina Margherita, già set di opere come “il Viaggio” di De Sica, “La Giara”, uno degli episodi di “Kaos” dei fratelli Taviani, “Sud” di Salvatores, “Malavoglia” di Scimeca, “Oltremare” di Correale e altri ancora.

Nell’edizione, appena conclusa, c’è stato anche il nuovo, col suo carico di sorpresa e di dolore.

A cominciare dal titolo, la “Linea d’ombra”. Pensi a Conrad, e perchè no alla canzone di Jovanotti, al salto nel buio di ciascuno di noi, quando la vita lascia la giovinezza e fa posto alla maturità, all’assunzione di responsabilità, al diventare adulti che coincide, paradossalmente, con la consapevolezza di essere soli e di correre, forse, verso l’avventura delle avventure, l’Ignoto, o la Morte.

E poi il vuoto che opprime, come una nuvola nera sul mare prima della pioggia. Quest’anno se n’è andato Sebastiano Gesù, critico, scrittore, grande operatore culturale, esperto di storie di Sicilia, vicedirettore del Festival. È andato via all’inizio dell’estate, appena pochi giorni dopo la nascita della sua nipotina.

La piccola Marta, insieme a mamma Chiara e alla nonna Rosa, era seduta fra le prime file durante le proiezioni. I suoi grandi occhi neri che osservavano tutto con attenzione e curiosità, mi sono sembrati quelli di nonno Sebastiano. Per chi sa vedere nella filigrana delle storie, nascite e morti non avvengono a caso, ma entrano nel ciclico rinnovarsi della vita, come fa l’onda che nell’impatto con la sabbia si spegne e si rigenera in una nuova forma.

Tutto diverso, tutto uguale, dunque.

Il regista Nello Correale, ideatore e direttore del festival, ha voluto portare in questo avamposto di luce e acque la sua utopia condivisa dal pubblico che, sempre più numeroso, lo segue oramai da anni. I confini sono fatti per essere attraversati. La frontiera non è margine, ma slancio verso la conoscenza dell’altro, del mondo o del nostro destino.

Se chiudiamo frontiere chiudiamo con la Vita, quella degli altri e la nostra. Tutto questo avviene nel luogo più a sud della stessa Tunisi, crocevia di etnie, linguaggi, lacrime, abbracci, partenze, ritorni. Migranti della vita siamo tutti noi, e il Mediterraneo, col suo carico di sbarchi e annegati, quel mare che quasi lambisce il grande telo bianco da cui nascono immagini e storie, sta lì a ricordarcelo sempre, questo destino comune.

La Compagnia dell’Arpa ha raccontato “Lingua di cane” al pubblico del festival, un omaggio ai troppi esseri umani scomparsi in mare, mentre a narrare il viaggio dei bambini in terra d’Africa, attraverso il deserto e l’orrore dei campi di detenzione prima di salire sui barconi, ci ha pensato “Balon”, film di Pasquale Scimeca.

Ogni anno il caro Sebastiano mi ha invitato a raccontare una storia, da offrire al pubblico. Questa volta ho parlato di Mariannina Coffa, poetessa di Noto, dalla vita tragica e maledetta: una Janis Joplin del Risorgimento siciliano, verrebbe da dire. Fedele solo alla scrittura, che le fu negata dal suocero, padre padrone rozzo e crudele. Mariannina accetta questa condizione inizialmente in silenzio: alla morte di due dei suoi quattro figli, comincia a scrivere lettere in cui racconta la grettezza di un mondo che odia le donne e le disprezza. Abbandonata da tutti, la poetessa muore a trentasei anni, di emorragie uterine, il 6 gennaio 1878. Forse un’operazione l’avrebbe salvata ma la famiglia non ritenne necessario spendere denaro per lei. Era una fimmina, una cosa inutile, da lasciare marcire in un angolo.

Storie così meritano memoria, conoscenza.

Prima che la linea d’ombra inghiotta tutto nell’oblio.

Elisa Di Dio

Festival di frontiera
18° Festival del cinema di Frontiera. Foto di Clara Guttadauria.

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