Scena, singolare femminile. Una linea continua.

A proposito di Frida, a proposito di noi

– Una linea continua.
– Ma le sopracciglia non si disegnano così.
– Io le voglio così. Sono il mio segno, la mia firma, le mie ali per volare fra i colori del mondo.
– Se ti piacciono, va bene così.
– Sì, mi piacciono, papà. Mi fanno sentire unica, divina, animale.
– E allora, tienile pure così, Friducha.

Frida e suo padre, herr Kahlo, lo chiamava lei. Wilhelm, un ebreo di origini ungheresi nato in Germania ed emigrato in Messico, dove incontra e sposa Matilde. Dal matrimonio nascono Frida e Cristina.

Il loro è un legame speciale. Guillermo fa il fotografo: epilettico, sensibile, controcorrente. Quando la bimba manifesta i segni della spina bifida, dopo mesi di immobilità, lui la incoraggia a praticare sport da maschi: boxe,calcio, lotta, nuoto.

Due feriti della vita che si riconoscono e si sostengono, Guillermo e Frida.

Ecco, mi scatta questa cosa quando leggo biografie. Sento le voci.
Nasce così il mio teatro. Ma io non voglio parlare di quello. Che al Teatro poco importa di parlare di sé. Il teatro nasce per parlare della vita, di noi, insomma.

Ecco perchè scrivo, ecco perchè probabilmente mi ritrovo, stellatamente schiantata, come direbbe Frida, nel blog di Terra matta.

“Se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente da racontare.”

Mi piace il nome. Dentro tutto ciò che è fuori registro, sghembo, audace, ribelle, matto, mi trovo benissimo. Terra matta è la Sicilia raccontata da Rabito con quella sua lingua da inalfabeto, e inalfabeti siamo un po’ tutti noi, sì, anche quelli con la laurea e i master, e due, tre lingue straniere nel curriculum, noi che ci accontentiamo di saperi preconfezionati, rinunciando a una lettura in profondità della vita delle persone. Già, le persone.

Di quelle parlo nel mio teatro.

Va beh, meglio che io mi dichiari in anticipo, chè tanto poi succede sempre di essere etichettati: il mio teatro, che poi neanche mio è, ma di chi lo guarda e lo vive, è un teatro di donne soprattutto, ma non parla solo alle donne.

Mi piace il modo in cui le donne afferrano il mondo, anche quando viene loro negato. Praticamente da sempre.
Sono qui, credo, perché in teatro amo lavorare pensando a storie di donne, perché forse si può sperare in una salvezza, solo se ci si affida alle donne, e al loro strategico stare al mondo. E sono qui perché le mie donne, di carta, di scena, di famiglia, sono un esercito felice di positività, energia, creatività, in continuo dialogo col mondo, al di là dei generi. Nel mio destino di teatrante, da qualche parte, era scritto che avrei raccontato il mondo di Frida Kahlo.

Mannaggia, divago. Cerco di spiegare, a chi avrà la bontà di leggermi, il senso del mio I’m here, now.

A giorni andrò in scena, insieme a compagni di viaggio straordinari, con Frida, imperfetta bellezza, a Enna, e poi in altri teatri siciliani. Ho scritto questo spettacolo nel 2016. Tanto si è scritto e creato su Frida. Innanzi tutto va ricordato il notevole film del 2002, di Julie Taymor, con Salma Hayek.

I Coldplay, e di recente i The Kolors e Brunori Sas, celebrano Frida in musica, ma anche Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata, attraverso il mito canoro di Chavela Vargas, in Un mondo raro. Infine, il 2018 è stato l’ anno di Frida. Una mostra, al Mudec di Milano, curata da Diego Sileo, con 70 dipinti, 150 foto, e 50 disegni provenienti dal Dolores Olmedo di città del Messico e dalla Gelman collection, eventi a Londra, Calgary, in Sicilia, hanno consacrato questa artista in maniera definitiva. E poi la moda, i fumetti, la narrativa per i piccoli, la pubblicità.

Insomma è Frida mania, forse troppa, qualcuno dirà. E siccome in questo periodo si va avanti per contrapposizioni, a una Frida protagonista di mostre, articoli, spettacoli, qualcuno si opporrà con un “ Perchè Frida? E allora, Artemisia Gentileschi? E allora, Tamara de Lempicka?” . Si capisce che potremmo continuare all’infinito.

Se provocata, do sempre un’unica risposta: Frida Kahlo è la storia di una rinascita attraverso la creatività. Punto.

È un archetipo talmente potente da non avere bisogno di altro se non l’essere guardato. Frida in persona chiede, reclama quello sguardo su di sé e sul suo mondo: gli autoritratti, le foto del suo corpo bello e malato, i corsetti di ferro, le protesi, i fiori, gli scialli, gli specchi.

Io l’ho conosciuta Frida. Ha la faccia di Antonella, di Laura, di Concetta, di Emanuela, di Giuseppe, di Paolo e la stessa capacità di ritornare al mondo, dopo un lutto, una malattia, un abbandono, che ho ritrovato in queste donne e questi uomini, allievi, ma anche amici e compagni di avventure teatrali. Non ci credevano. Credevano solo alla ferocia del loro dolore. Ci siamo incontrati e scontrati su un territorio tanto vasto quanto protetto, lo spazio della scena. Canto, danza, parola, voce del loro malessere, ma anche seme della loro rinascita.

Frida oggi si impone per l’armamentario da icona pop costruito intorno al suo status di artista: modernissima e arcaica, moglie di Diego Rivera e forse amante di personaggi come Trotsky e Tina Modotti; la fama, la malattia e l’incidente, gli abiti colorati, la Casa Azul, i figli mai nati, la politica, il Messico e la rivoluzione del 1910. Ma la storia di Frida è molto di più. Io ho provato a raccontare quel molto di più: la vita vissuta da individui, che, reduci da disastri esistenziali più o meno grandi, sono stati salvati dall’arte. Nessuno di loro è diventato Frida Kahlo, ma oggi tutti loro sanno che per combattere i mostri della solitudine e del dolore, la creatività può essere una potentissima forma di resistenza contro le inevitabili tempeste della vita.

Proprio come lei, insomma. Proprio come Frida.

Elisa Di Dio

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