Se di scena c’è Didon Now. Scena, singolare femminile.

Sono giorni frenetici, questi, per noi della Compagnia dell’Arpa. Dopo Cromosoma festival, che ha portato in città il meglio della drammaturgia siciliana, e non solo, eccoci alle prese con la nostra nuova produzione. La chiami così e sembra che si parli di un oggetto ben confezionato uscito dalle mani di un disinvolto, veloce demiurgo. In realtà, in queste ore, dalla fatica creativa e fisica di un gruppo di artisti, affiora una nuova idea di mondo che si farà corpo visibile e concreto su un palcoscenico, da qui a qualche giorno. Parlo di Didon now, testo di Lina Prosa, drammaturga pluripremiata, tradotta e rappresentata in grandi teatri nazionali ed esteri, per la regia di Andrea Saitta, giovane, bravo, regista ennese, che vive e lavora a Palermo, fresco del successo della sua Locandiera, esprit de pomme de terre, che ha vinto il premio Fantasio a Trento. Con me, in scena, ci sarà Giorgio Cannata, danzatore, acrobata, capace di raccontare col corpo i viaggi di Enea, fra presunte volontà di dei, smarrimenti amorosi, inganni della coscienza, e poi ancora Luca Manuli, costumista e scenografo e Michele Di Leonardo, autore delle musiche, che fanno irrompere nella storia della regina fenicia, fondatrice di Cartagine, in terra d’Africa, il moto non lineare del ricordo che si frantuma in schegge di possibile follia, al pensiero del tradimento del guerriero troiano, in un moto incessante che dal passato torna all’oggi e viceversa, in un limbo che forse è un eterno, allucinato presente, incapace di farsi memoria, passato, distanza.

Debutteremo il 14 dicembre a san Cataldo, poi saremo ad Agrigento, Palermo, Sciacca. Il 28 marzo a Enna. La vigilia di ogni debutto è sempre piena di ansia e dubbi: non sai mai se lo spettacolo piacerà, verrà compreso in profondità, attraverserà pelle, sguardo, emozioni del pubblico. Tra poco meno di sette giorni sarò in grado di dirvelo, intanto quello che credo sia importante ricordare che questa Didone, immaginata da Lina Prosa, e che ora porta in giro per il mondo le sue scelte attraverso il mio corpo e la mia voce, è la donna giusta per raccontare questo tempo apatico e insieme crudele che ci sta toccando di vivere. “Tempi scatenati” sembrano i nostri, viene da dire, parafrasando Etty Hillesum, e scatenata, priva di catene e pregiudizi è veramente questa fenicia. È una “pellegrina e capa”, in fuga dalla crudeltà del potere, che trascina dietro di sé un popolo nel passaggio dalle terre di Tiro all’Africa, e qui riesce a diventare interlocutrice alla pari, di Iarba, capo della popolazione guerriera dei Numidi. È una donna capace di sfidare le incognite del mare e del deserto, capace di immaginare una città alta, potente, forte, una donna che sa farsi regina rivendicando coraggio, autonomia, calcolo. Con sé ha una pelle di bue, da quella ritaglia il perimetro di una nuova città. Didone è un animale politico, attenta alla terra, ai bisogni della sua gente, salva naufraghi, ne conosce le angosce, legifera, stipula patti, costruisce templi e palazzi, ma lascia spazio e si fa letteralmente bruciare da un’istanza vitale che viene dalla dimensione del privato. Perde se stessa, a pezzi, pelle su pelle, per amore. E così, una che non ha avuto paura del fratello omicida, delle insidie del viaggio, dell’incontro con nuovi popoli guerrieri, alla fine trova il coraggio di buttarsi con ingenua caparbietà in una storia d’amore che subito lascia intuire il germe della catastrofe e dell’abbandono. Arriva Enea, il troiano con una profezia sulle spalle da compiere attraverso la sua discendenza, e in lui Didone conosce il suo destino. Mi è sorella, questa Didone. Contraddittoria, bambina, regina, pazza e saggia. Di lei parla Ovidio, Dante, Virgilio. Didone assurge al rango del divino, con il nome di Tanit, ipotasi della grande dea Astarte. E ora tocca a noi, a me, darle voce e respiro. Un po’ da brividi, ‘sta cosa. Proveremo noi, non a parlarvene, ma a farla parlare, a far vivere tanto le sue ragioni, quanto le sue irragionevolezze, perché è di questo oscuro miscuglio di buon senso e deragliamento di passioni che è fatta la vita di noi, piccoli umani, e questo alla fine ci piace conoscere e condividere.

Elisa Di Dio

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