La fabbrica del vinile. David Bowie-The Rise and the Fall of ZYGGY STARDUST and the Spiders from Mars

È passato quasi un anno da quando ho ricevuto in regalo il mio primo giradischi. Sono sempre stato “fissato” con la musica, credo che sia un’ottima compagna, ti sta sempre accanto se sei triste, se sei felice, se sei stanco, se hai bisogno di carica, insomma, in ogni occasione. Se trovi la musica giusta per il momento giusto il connubio è perfetto.

Utilizzare il giradischi ti fa riscoprire quei piccoli gesti, mettere il vinile, scegliere  quello giusto, ascoltarlo dall’inizio alla fine, seguire il percorso dell’artista, cercare di capire qual è il suo pensiero, il messaggio che vorrebbe trasmettere, ma per apprezzare il tutto al meglio bisogna ascoltarlo ad alto volume, un po’ come consigliato da David Bowie in “The Rise and the Fall of ZYGGY STARDUST and the Spiders from Mars”, album del 1972,  sul cui retro della copertina c’è proprio scritto “to be played at maximum volume.”  Farò così; ed ecco che arriva Ziggy Starman, un alieno androgino dalle movenze sgraziate, truccato come una drag queen e munito di parrucca color carota. È lui “l’uomo che cadde sulla terra”, il messia di una rivoluzione rock che dura una sola stagione, il tempo che passa dalla sua ascesa alla sua caduta. La finzione scenica di questo personaggio diventa realtà, Bowie si incarna nel suo alter ego fino a immolarlo sul palco, donandogli l’immortalità.

L’album inizia con delle ballate romantiche con un bel groove di batteria di Woody Woodmansey che si mescola bene con tutta la band, ribattezzata ad hoc per l’occasione “The Spider from Mars”, qui si viaggia veramente tanto, è un sogno ad occhi aperti fatto di urli isterici, striduli falsetti, distorsioni da capogiro della Gibson Les Paul di Mick Ronson, assoli di sax dello stesso Bowie, giri di basso di Trevor Bolder e arrangiamenti pomposi d’archi, si arriva al capolavoro “Starman”, Ziggy è l’uomo delle stelle e David Bowie riesce da poche sillabe a costruire quello che gli americani chiamano “hooks”,  ami da pesca, capaci di catturare per sempre l’ascoltatore. A spezzare questo clima provvedono i riff di “Hang on to yourself” lanciati a velocità forsennata che ispireranno i Sex Pistol in “God Save The Queen”. Siamo quasi alla fine, ormai Ziggy è divenuto una star e può essere celebrato come si deve con il riff immortale di“Ziggy Stardust”, ma non va a finire bene, la stella è finita in pasto a un’orda di fan carnefici: “making love with his ego, Ziggy sucked up into his mind like a leper messiah, when the kids had killed the man I had to break up the band”.

La conclusione del disco avviene nel più teatrale dei modi, con una sigaretta in bocca e implorando un ultimo gesto d’affetto ed è così che avviene il suicidio del rock and roll. Un viaggio che vale sicuramente la pena di compiere.

Pino

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