Memoria. Senza dimenticarsi di restare umani, mai.

di Ilaria
Micciché

Il 27 Gennaio è noto a tutti come il “Giorno della Memoria”. Qualcuno lo dimentica, qualcun altro lo ritiene un evento obsoleto, tuttavia ormai da anni si celebra il giorno in cui, nel “lontano” 1945, le truppe dell’armata rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz e portarono alla luce le testimonianze dei superstiti e l’orrore del genocidio.

Storicamente si ritiene che il regime nazista portò alla morte di almeno 6 milioni di ebrei, ma non furono i soli a essere colpiti. Tra le vittime ricordiamo anche omosessuali, zingari, malati di mente e tutti coloro fossero stati etichettati come “inferiori”, solo perché qualcuno dall’alto aveva deciso che lo fossero.  

Al di là dell’importanza della ricorrenza in sé, devo ammettere che fin da bambina sono molto legata al tema della Memoria, complice probabilmente un nonno che passò gli anni della Seconda Guerra Mondiale da soldato prima e da prigioniero poi. Ricordo come fosse ieri gli occhi di mio nonno, lucidi di dolore e fieri di poter raccontare, che sfogliando le pagine del suo “diario di memorie” raccontava a una bambina di soli 10-12 anni la guerra e i suoi anni di prigionia chiedendomi di ascoltare e, soprattutto, di non dimenticare.

Non sono però una storica quindi lungi da me rubare il “lavoro” a chi di sicuro sarebbe in grado di fare un discorso più completo e documentato del mio sulle tragedie di quegli anni. Per questo motivo prendendo spunto da quella che è per me una ricorrenza molto importante, ho deciso che oggi voglio raccontarvi un’altra storia. Una storia più attuale, ma che allo stesso tempo mi ha fatto riflettere su quanto ci siano scelte di vita che rafforzano i valori della resistenza verso un crimine e sono spia dell’aspirazione a far parte di un mondo migliore. Vi racconto la storia di una donna di nome Nadia Murad. Probabilmente qualcuno la conosce già, di lei si è sentito recentemente parlare perchè assegnataria del Premio Nobel per la Pace del 2018.

Nel suo libro L’ultima ragazza Nadia racconta la storia di Kocho, un villaggio dell’Iraq settentrionale di religione yazida.  Nadia era una giovane ventunenne quando nell’Agosto 2014 alcuni uomini dell’Isis giunsero nel villaggio di Kocho, uccisero circa 600 persone, tra cui 6 fratelli di Nadia, deportarono alcune donne, tra cui anche Nadia, rendendole schiave nella città di Mosul. Gli yazidi erano considerati infedeli e potevano quindi essere ridotti in schiavitù, essere usati come merce di scambio ed essere trattati come persone senza alcun valore. Ancora una volta il “diverso” da sé viene considerato inferiore e “l’uomo” si assume il diritto di poter decidere del diritto alla vita altrui.

Durante i tre mesi di prigionia Nadia fu picchiata e stuprata fino a quando, per un caso fortuito, riuscì a fuggire.

Ci sono esperienze e dolori che segnano il tuo animo così profondamente da volerli nascondere anche a te stesso, eppure, raggiunta la Germania, Nadia ha deciso di non poter non raccontare quello che le era accaduto, poiché la sua testimonianza era necessaria per combattere una battaglia “silenziosa” ma indispensabile per portare un po’ di giustizia senza far uso delle armi. Nel settembre 2016 Nadia diventa la prima Ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani.

Nonostante la sua storia possa, erroneamente e facilmente, essere strumentalizzata per legittimare una violenta battaglia contro l’ISIS, nel racconto di Nadia io vedo la lotta al maschilismo e la difesa delle minoranze, ma forse più di tutto, vedo la storia ripetersi e la volontà, oltre che la necessità, di portare una testimonianza per far sì che questa possa prendere finalmente un percorso diverso. Nonostante a volte i crimini della Seconda Guerra Mondiale possano sembrare così distanti, storie come quella di Nadia ci fanno capire come “l’uomo” possa essere, di nuovo (o meglio, ancora), artefice di morte e di ingiustizie.  

E se pensiamo che tutto questo non riguardi il mondo occidentale basta guardarci un po’ intorno.

In un periodo storico in cui, in Italia e in tutto il mondo, ci si scaglia contro i migranti a scapito della propria umanità, il valore della memoria, inteso in senso ampio, diventa ancor di più un atto dovuto. Questo odio, che passa ogni giorno inosservato sotto i nostri occhi, è un crimine di cui noi occidentali ci stiamo macchiando le mani.

Oggi, Giorno della Memoria, spero che l’atto di non dimenticare non resti fine a se stesso.
Ci sono eventi e condizioni che l’uomo in quanto essere umano dovrebbe sempre tenere a mente, come le atrocità dei lager nazisti e i genocidi della storia, le discriminazioni di ogni genere e i crimini di violenza sessuale, o più semplicemente per ricordare sempre che tutti abbiamo uguali diritti, tra cui anche quello di desiderare e sperare di assicurarci una vita migliore.

Perché la memoria è sì un atto dovuto ma acquisisce un valore ancora più importante se finalizzato a una profonda riflessione e a una presa di coscienza e consapevolezza capace di cambiare il corso della storia.

Senza dimenticarsi di restare umani, mai.


Ritratto di Nadia Murad

Rispondi

Chiudi il menu
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: