Siamo quello che oggi l’Europa non è

di Elisa Di Dio

Dopo la breve, intensa, bellissima avventura teatrale milanese, eccomi in questi giorni in viaggio, per le strade impervie ma moderne della Bizcaia, una delle sette regioni dei Paesi Baschi.

Scrivo a penna, su un taccuino, mi sento tanto la Bruce Chatwin dei poveri. Sorrido. Intorno a me i bravissimi colleghi del progetto Erasmus+, The Guardians of Europe, mentre dal fondo del bus arrivano le voci dei ragazzi che partecipano al progetto. Siamo in viaggio verso Gaztelugatcxe, isolotto scagliato insieme a una manciata di rocce fra le onde dell’oceano Atlantico, propaggine estrema dell’occidente, dove l’Europa dimentica le dolcezze delle acque mediterranee e incontra le incognite del mare aperto, delle rotte impossibili, e la grande, misteriosa, orrifica, amata e temuta balena bianca, per secoli fonte di vita, lotte e materie prime di straordinaria importanza per l’economia di questi popoli.

Saliremo su per i 241 gradini che ci separano dalla cima dello scoglio, uno dei set della serie Game Of Thrones. Arriveremo in cima, ebbri di stanchezza e bellezza, suoneremo la campana del minuscolo eremo, poi ritorneremo giù.

Eremo di Gaztelugatxe

Stanno per concludersi i giorni del meeting Erasmus che ha visto coinvolte, oltre me, la professoressa Alida Di Martino, coordinatrice, la preside Giusi Gugliotta, la dottoressa Giusi Di Santo, e, per questo meeting, gli alunni Domenico, Martina, Giorgio, Flavia, Adam, tutti dell’IPS Federico II di Enna. Da due anni, insieme a noi, docenti e studenti di Spagna, Portogallo, Grecia, Polonia, tutti al lavoro per la realizzazione di azioni sul territorio, spot, approfondimenti, slogan per campagne sociali che hanno affrontato temi quali la lotta all’omofobia e alle discriminazioni di genere, il climate change, i sani stili di vita, la tutela del patrimonio culturale.

Siamo una famiglia, oramai.
Senza dircelo apertamente, siamo quello che doveva essere l’Europa nella mente e nel cuore dei padri fondatori della comunità europea, da Ventotene in poi. Parliamo in inglese, alcuni in maniera mirabile, altri (tipo me), con qualche difficoltà. Ma siamo qui per imparare. Siamo quello che oggi l’Europa non è, e lo siamo caparbiamente, al di là del trauma inferto al mondo dal Regno Unito, che con la Brexit ha dato un colpo durissimo a ideali e slanci positivi di unione possibile, a cominciare dalla rinuncia al progetto Erasmus. In ogni caso, però, vale il principio secondo cui i processi virtuosi sortiscono effetti positivi a prescindere dalla dissennatezza di certi gesti politici: partecipare a un Erasmus dà l’idea che le lingue d’Europa siano comunque un’ancora di salvezza per rendere tangibile la voglia di conoscersi, viaggiare, sperimentarsi cittadini del mondo, contro sovranismi, muri, razzismi, ignoranza, paure.
Non è facile.
Tutto coabita in un enorme contrasto. La luce che si posa sull’arenile dorato della Concha, spiaggia urbana dell’elegante , cosmopolita San Sebastian, stride con l’ondata di paura legata alla diffusione a macchia d’olio del Coronavirus. Allarmi comprensibili e doverosi inviti alla prudenza diventano il pretesto per scatenare violente campagne razziste. Il sospetto, la diffidenza sembrano incubi sognati altrove, non qui, non in questo gruppo. Vivere la quotidianità del paese ospitante sortisce effetti positivi e sconfigge il pregiudizio. Passeggi per le calli e da un locale all’altro assaggi pintchos, il sidro spillato da botti imponenti, mentre il frizzantino del tchacoli, vinello bianco tipico del luogo, solletica il palato e riconcilia col mondo.

Ponte Vizcaya

L’area territoriale di Bilbao ci accoglie con il ponte Vizcaya, arte del ferro e meccanismi perfetti, dal 1893, a collegare due parti della città con i suoi quartieri e a ricordarci che non esistono ostacoli che non possano essere superati grazie all’ingegno e alla volontà umane. Poi si fa tappa al Guggenheim, onda di cemento e metallo che avvolge la visione, e offre respiri nuovi a chiunque lo guardi. Mentre mi muovo fra i padiglioni e mi perdo nel bianco della luce che filtra dalle vetrate armate di strutture d’acciaio, immagino Frank O. Gerhy lavorare davanti al mare, ma con le spalle abbracciate da queste montagne, e sulla carta questo assedio di forme e suggestioni sono diventate quella potente costruzione che tutti conosciamo, perché qui davvero mare e montagna, valli e fiumi danno complessità al paesaggio, al carattere della gente, persino ai sapori della cucina, multiformi fra proposte marittime e produzioni tipiche della terraferma.
Altra nota che rimane impigliata nella rete di suggestioni che nascono da questo viaggio che sta per concludersi, è l’orgoglio e il senso di appartenenza di ogni basco al suo paese. Nazione a se stante dentro la composita enclave iberica, il popolo basco oppone la sua unicità fatta di storia, battaglie, tradizioni, al dilagare della omologazione del mondo globale. Una lingua ufficiale dagli incontri consonantici ardui, una bandiera esibita anche fra i decori degli zaini dei ragazzi, come piccola spilla o nastro, la cura con cui si trasmettono alle nuove generazioni danze, costumi, musiche popolari, mi appaiono insolite e degne di nota. Mi sbaglierò, ma qui mi pare che i ragazzi si vergognino meno che da noi del loro passato e forse lo conoscano meglio, mentre la tensione verso il futuro è forte e impegnata in gesti concreti: in tema di sostenibilità qui si è avanti, e tanto. A scuola, nei negozi, nei locali, la plastica non esiste quasi più: si utilizza il vetro e si smaltisce con efficienza e organizzazione.

Ecco, come sempre un viaggio scava in me le voragini della meraviglia, della curiosità, dello stupore. La voglia di muovere il mio mondo in sintonia con altri mondi. Penso alla mia terra e da questa latitudine mi pare immobile, sofferente, desertificata, senescente. Eppure anche nei paesi baschi i problemi non mancano: uno sciopero durissimo ha fatto fermare la nazione spagnola per un intero giorno. Tutti ma proprio tutti i negozi ieri sono rimasti chiusi, tutti ma proprio tutti sono scesi in piazza. C’è una compattezza che a noi manca, probabilmente. Abbiamo incontrato qui tanti giovani italiani: Saul, milanese, laureato in lingue che frequenta per passione, e per diventare maestro d’ascia, la scuola di carpenteria navale di Albaola, una delle più antiche e prestigiose al mondo. C’è Gabriella, receptionist gentile e delicata all’hotel Bide Bide di Tolosa.

Dopodomani rientreremo, sapendo che ci si ritroverà presto in Portogallo, per una nuova mobilità, con docenti e alunni. Arrivederci Natalia, ,Antonio, Juan, Sonia, Ensane, Madalena…
Grazie Erasmus.

Bisognerà ripartire da scuola, cultura, dialogo, arte, cucina, musica, il bello e il buono della Vita, per rimettere in moto il vecchio, stanco cuore dell’Europa.

Questo articolo ha un commento

  1. Ciao Elisa. Come sempre, riesci a dare senso e poesia a quello che ci circonda! Un saluto

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