Simona. 2355 chilometri.

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di Simona Balistreri

Sono già trascorsi 5 anni da quando quell’aereo di solo andata mi portò qui, a 2355 km dalla mia città natale. Prima di cominciare quest’avventura non avevo necessariamente la pazienza o la prospettiva per apprezzare la mia città. C’era un mondo da vedere ed esplorare e non vedevo l’ora di lasciarmi alle spalle l’abitudine.

Ogni volta che vedevo qualcuno partire lo salutavo calorosamente, sognando quei posti lontani e allo stesso tempo così vicini nella mia fantasia.

Non appena finii le superiori, partii come un proiettile: volevo a tutti i costi studiare all’estero. E i costi, monetizzabili e non, non erano poi così indifferenti. Dovevo trasferirmi tutta sola in un nuovo stato, cercare una nuova casa, imparare una nuova lingua, imparare a mantenermi da sola.

Arrivai a Berlino, immergendomi nella sua storia, che l’ha resa tristemente celebre e che l’ha designata “museo a cielo aperto”. Questa città dove innumerevoli culture si incontrano, si scontrano, si mescolano insieme in un melting pot. E le riconosci ogni giorno sulla metro o sul treno, ad Alexanderplatz a intrattenersi animatamente, al Mauerpark al mercatino delle pulci.

Fin da bambina, sono stata affascinata dal potere delle parole. Parlare lingue diverse ti consente di guardare allo stesso problema da più prospettive. Migliora la tua capacità di riconoscere e rispettare le lotte di altre persone, con bagagli culturali differenti. Ti metti nei panni degli altri e questo crea un grandioso senso di empatia. Nuova lingua, nuova cultura, nuove leggi e un pugno di regole per ogni garbuglio: un’occasione per integrarmi. Districare le intricate maglie della burocrazia si rivelò essere una vera e propria frontiera di carta, spettava a me decifrare quelle lettere ufficiali che mi avevano dato un nuovo nome: Frau Balistreri.

Dovevo dunque imparare ad utilizzare la lingua il più presto possibile, ne valeva la mia sopravvivenza a Berlino. La mia prima sfida fu così quella linguistica, per la quale mi diedi 6 mesi di tempo. Lì cominciò la mia immersione nelle declinazioni della lingua tedesca, nei verbi irregolari, negli articoli per i quali non esiste alcun modo logico per associarli ai nomi. Ricorri allora solo alla memoria, e se non dovesse funzionare e ti sfuggisse l’articolo giusto proprio durante il tuo colloquio di lavoro, puoi sempre abbassare il tono di voce e passare svelta alla prossima parola, scandendola bene ed evidenziandola con enfasi. D’altronde quello che conta davvero è il modo in cui si dice qualcosa.

Qual è stata la sfida più difficile? Forse trovare casa? Conquistare il cuore di nuovi amici? Un lavoro? O forse trasportare un nuovo materasso in casa solo con l‘uso dei mezzi pubblici?

La cosa più difficile, dopo essermi ambientata, è stata ordinare (e trovare) un buon caffè.
Il primo passo fu quello di imparare a memoria la frase per ordinarlo. “Einen Kaffee, bitte”, un caffè per favore. Facile, pensai, se non fosse che mi fu servito un bicchierone di acqua calda con qualche goccia di caffè filtrato.
Errore da principiante, non ci siamo.
Allora realizzai che probabilmente dovevo usare la parola “espresso” per il tanto desiderato caffè italiano in una tazzina da caffè. L’esperienza andò a buon fine anche se con €2,90 in meno. Non vi nego che alle volte desiderio di tornare ad Enna di tanto in tanto per godere di un buon caffè (e non solo) è fervente.

Ricordo quando, dopo l’esame di ammissione linguistico, arrivò la lettera di accettazione all’università e diedi una festa nel mio nuovo appartamento privo di qualsiasi pezzo di mobilio che avevo appena affittato. Una bottiglia di vino e un pugno di amici erano più che sufficienti. Era importante celebrare ogni piccolo traguardo.

Vivere all’estero mi ha mostrato parti di me che non avrei altrimenti scoperto, dandomi la possibilità di mettermi in gioco, essere intraprendente, resiliente e alle volte vulnerabile.

Non è facile lasciarsi dietro casa e tutto ciò che ci è conosciuto, ma indispensabile per una profonda crescita personale che ci rende unici e irripetibili. Se oggi sono diventata quello che sono è solo merito di tutte quelle decisioni quotidiane, prese con quella consapevolezza. Sono grata per il modo in cui vivo: vivere qui cambia il modo in cui percepisco la realtà. Indosso un nuovo paio di occhiali, attraverso i quali apprezzo gli altri, mi arricchisco di esperienze, accetto tutto ciò che è diverso da me.

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